11 luglio 2017

Quello che Charlie ci chiede


di Paolo Spaziani

La mobilitazione di popolo per il caso di Charlie Gard continua senza sosta, in attesa che si conosca quale sia la sorte del bimbo di dieci mesi che per il semplice fatto di esistere testimonia una sola e semplice verità: che la vita di ognuno di noi è sacra ed inviolabile. E’ a questa profondità di giudizio che il caso di Charlie ci impone di andare, altrimenti il rischio è di rimanere in superficie, scadendo nel sentimentalismo compassionevole. Il caso di Charlie Gard e quello recente di DJ Fabo sono due facce della stessa medaglia e, in quanto tali, da giudicare nello stesso modo. Non mancano coloro che considerano l’eutanasia di DJ Fabo una morte dignitosa e al contempo una aberrazione la decisione di sopprimere la vita del piccolo Charlie. Le differenze tra i due casi all'apparenza possono sembrare evidenti: DJ Fabo ha scelto di togliersi la vita assecondato in questa sua volontà dai familiari, mentre Charlie rischia di essere ucciso contro la volontà dei genitori. E’ dunque la volontà della persona o quella dei suoi familiari a rendere accettabile una morte per eutanasia? Oppure è l’età del malato ad essere determinante? Oppure la gravità della malattia? Certamente no. La vita è sempre sacra ed indisponibile e non dovrebbero essere le circostanze del caso specifico a determinare giudizi diversi su quella che resta pur sempre la soppressione della vita per mano umana. La presenza del piccolo Charlie ci costringe a porci alcune domande fondamentali: cosa è la vita? E chi ce la dà ora? Davanti all’evidenza empirica che nessuno si dà l’esistenza da solo non possiamo che affermare che la vita sia un dono di Dio. Partendo da questo riconoscimento è pienamente ragionevole affermare che la vita è inviolabile: così come non ce la siamo data, nessun uomo può toglierla a se stesso o agli altri. Dal riconoscimento della vita come dono deriva anche il rifiuto del criterio della “qualità della vita” come parametro della dignità dell’esistenza. Charlie ci sprona a riconoscere il valore assoluto della vita, anche se provata dalla malattia; ogni discorso sull’utilità o meno di cure riveste, di conseguenza, importanza secondaria. Charlie ha diritto di vivere non perché guaribile o curabile, ma anche nella condizione in cui si trova ora: ha diritto di vivere semplicemente perché c’è. La sua attuale esistenza è vita a tutti gli effetti, esattamente come la nostra. Nel tentativo di porre fine alla vita di Charlie è contenuta tutta la portata del peccato originale, ovvero dell’uomo che, per invidia di Dio, si sostituisce ad Esso. Aborto, divorzio, eutanasia sono i “diritti” creati dall’uomo, accomunati dallo stesso filo conduttore, ovvero il rifiuto di sottomettersi al Dio Creatore, ribellandosi alle Sue leggi. Il concepimento e la morte naturale sono l’inizio e la fine di ogni esistenza, ma l’uomo con l’aborto e l’eutanasia si è arrogato il diritto di porre fine alla vita secondo i propri criteri. Con il divorzio l’uomo ha deciso di determinare la fine del matrimonio violando le parole di Gesù “quello che Dio ha congiunto l’uomo non separi” (Matteo 19, 3-6). Michel Schooynas, nel suo breve saggio “Dalla casuistica alla misericordia – Verso una nuova arte di piacere?” ha scritto che in nome della compassione divorzio, aborto ed eutanasia saranno accettati anche dalla Chiesa. Gli effetti di questa deriva sentimentale sono già sotto gli occhi di tutti ed è anche per questo che la mobilitazione di popolo per il piccolo Charlie Gard rappresenta per tutti noi un’occasione di crescita in un giudizio chiaro sulla indisponibilità e inviolabilità della vita umana. Ogni riduzione sentimentale del caso di Charlie è destinata inesorabilmente a cedere il campo alla mentalità relativista che, come una goccia che scava la roccia, si insinua nei nostri giudizi fino a farci considerare accettabile quello che fino a ieri ritenevamo profondamente sbagliato. In queste settimane non sono mancati interventi di esponenti del mondo cattolico che hanno parlato apertamente di “accanimento terapeutico” o, nel migliore dei casi, hanno espresso una posizione astratta ed incerta sul caso di Charlie. L’argomento principale di questi interventi era il medesimo, ovvero cosa poteva o non poteva fare l’uomo per la vita di questo bambino, come se il valore della vita di Charlie dipendesse dalla capacità dell'uomo di trovare una soluzione alla sua malattia. Ed è proprio questa la posizione dei medici del Great Ormond Street Hospital, i quali ritengono che Charlie possa vivere solo se sarà possibile curarlo. Eppure quello che Charlie ci chiede è semplicemente di guardarlo per quello che è, ovvero un dono di Dio. Prima della sua malattia e della speranza di cure efficaci Charlie ci chiede di volergli bene per quello che è, arrendendoci all'evidenza che senza di Lui non possiamo fare nulla.

 

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