12 luglio 2017

Stupirsi per sopravvivere o vivere per stupirsi ancora?

(O IL DIRITTO PORTA DRITTI AI DIRITTI?)

«В Правде нет известий и в Известиях нет правды» 
«Nella Verità non ci sono notizie e nelle Notizie non c'è verità»
(Detto popolare russo intorno ai due giornali “Pravda” e “Izvestija”)

di Matteo Donadoni

Stupito. Questi ultimi giorni sono decisamente caratterizzati dallo stupore. Sono stupito del fatto che tutto sommato me la cavo ancora nella fenomenologia di quel gioco inventato dagli americani - e rimasto sempre come il matrimonio cattolico secondo i kasperiti: un ideale “sulla carta” – e che tutti chiamano basket. Sono stupito di quanto sia difficile ormai trovare un prete cattolico per noi vecchi ragazzi di provincia, che ogni tanto desidereremmo magari anche confessare i nostri peccati. Pare infatti che il demonio ci abbia soffocati nel caldo che gronda negli occhi meno che nel dubbio bruciante che il confessore di turno sia ortodosso.

Che Bergoglio avrebbe messo il card. Müller da parte a guardarsi la dieresi, come i vecchi il cantiere, si sapeva. Sono stupito però della mancata nomina di Mons. Bruno Forte a Prefetto della CDF, il fatto denota una sottile quanto felina abilità politica del Vescovo della fine del mondo: ci costringe con astuzia a seguirlo in labirintiche proiezioni del reale fino alla completa confusione mentale. Personalmente, devo ammettere, l’ho sottovalutato. D’altra parte il monsignore è forte nell’abbozzare gli abbozzi che poi il Potere interpreterà senza esplicitare troppo («tu fai in modo che ci siano le premesse, poi le conclusioni le trarrò io») o con una semplice nota a piè di pagina. O magari con un pensierino delegato all’uccellino di Twitter, che svolazza senza saper decidere su quale albero nidificare. Come nel disperato caso del piccolo Charlie Gard. E non possiamo fare a meno di notare quanto sia diverso, invece, l’atteggiamento della Chiesa ortodossa (russa) che, per bocca del Patriarca e Metropolita Hilarion, ha definito la faccenda non certo in termini di bonario ecclesialese: «Una decisione mostruosa da parte del Tribunale dei diritti umani che dimostra la profondissima crisi del concetto di protezione dei diritti umani. Oggi il diritto alla vita porta dritto al diritto a morire». Arrivando a denunciarla come «sadismo nascosto dai toni umanitari».

Tuttavia, mentre, sempre stupito (e pago della doppia vittoria cestistica di ieri sera), sorseggiavo un mint julep ghiacciato, un pensiero mi ha scosso come un tuono nel temporale estivo: ora che tutte le risorse sono bloccate alla frontiera italiana, chi mai pagherà le pensioni ai poveri Austro-Ungarici già orfani del Kaiser? Roba che neanche il compianto Navarro Valls quando faceva il torero si sarebbe potuto aspettare.
Così stamattina, non proprio di buon mattino, mentre me ne stavo seduto al bar con disprezzo di quanti bevono il caffè in piedi, ho cercato di scacciare quel pensiero tremendo con un cornetto ai frutti di bosco davanti a un espresso e a “la Verità”. Ho fatto bene.

La verità l’aveva scritta Ettore Gotti Tedeschi con l’articolo: “La chiesa di Bergoglio non passa l’esame di economia”. Problema filosofico. Nel pezzo si individua, con una lucidità argentina come un fischio di arbitro, l’errore teologico più che economico della neochiesa: su temi di lavoro e denaro le uscite del pontificato ricalcano ideologie estranee alla Chiesa, e cioè: marxismo (ancora?) e nichilismo. Non si tratta di estrapolare l’ermeneutica di un pontificato più ambiguo che complesso dalle sue estemporanee considerazioni socioeconomiche, ma di fare alcune riflessioni utili al popolo cattolico.

Quindi, stupito del fatto che la Chiesa divulghi tanto cripticamente le teorie di nemici della Chiesa, come Karl Marx e Friedrich Nietzsche, quanto foraggi le campagne della Clinton, cito Gotti Tedeschi: «Marx, come Ludwig Feuerbach, era convinto che la religione alienasse l’uomo, impedendogli di realizzarsi. L’uomo andava perciò liberato dal bisogno di religione, reazione alla miseria materiale. […] per Marx è la miseria materiale che provoca alienazione e la miseria morale». Marx, come è noto, disprezzava la religione, oppio dei popoli, strano che tanti religiosi non abbiano avuto voglia di considerare questo fatto.

Anche Nietzsche, dovendo sostituire ogni vero valore con i nuovi valori del superuomo, si trovò la Chiesa fra i piedi. Per cui «la neoteologia doveva arrivare a esaltare solo i poveri e gli sventurati, sostituendo il peccato originale con l’inequità, incoraggiando in tal modo la Chiesa a occuparsi di miseria materiale più che di miseria morale, ben conscio che se la Chiesa predica come prima verità la lotta alla povertà, potrebbe arrivare a rinunciare alla verità». E non è forse questo l’ospedale da campo di oggi che, curando i feriti, cerca allo stesso tempo di fare in modo che i sani volenterosi di combattere si feriscano ancor prima di scendere in campo? Che miseria. Dato che non si possono curare i feriti facendo loro credere semplicemente che i sani non esistano, ecco che si escogita la trovata di ferire tutti per esser finalmente tutti uguali e bisognosi della santamente premurosa infermeria universale.

Dunque apparentemente Marx e Nietzsche sostengono la stessa cosa in materia economica, invece hanno lo stesso fine filosofico: eliminare Dio. Marx ribaltando le condizioni socioeconomiche dell’uomo (leggi povero) affinché, secondo l’idea bacata del materialismo ateo, non abbia bisogno di inventarsi un Dio, eliminando di conseguenza della Chiesa, ormai entità superflua. Nietzsche, invece, pretenderebbe di uccidere il Dio cristiano (in special modo e con soddisfazione) svuotando il significato spirituale e metafisico dell’opera della Chiesa, per farla diventare un operatore socioeconomico intramondano. Come? Tramite la santificazione del povero materiale in vece del povero in spirito. E indovinate chi è l’ultimo personaggio in ordine di tempo ad aver detto che sono i poveri il corpo di Cristo, sottintendendo, nella migliore delle ipotesi, evidentemente, che tutti gli altri, ricchi epuloni generalizzati, non lo siano?

Ora, facendo nostro il pensiero dell’economista cattolico, dato che la Chiesa cattolica ha sempre sostenuto e insegnato che non è vero che basta risolvere i problemi economici delle persone perché si risolva ipso facto il problema morale, ma che è il male morale a generare la povertà materiale, è evidente che qualcosa non va. Per quanto sarebbe necessario distribuire meglio i mezzi di produzione, non è la ripartizione delle risorse economiche a creare la miseria, ma la miseria a creare l’inequità.

Servirebbe una precisazione. La miseria non è povertà. Esiste una dignità nella povertà, si può esser poveri senza essere dei miserabili e viceversa. La miseria morale è il male antico che può essere sanato solo dal Corpo Eucaristico di Cristo Redentore.

Ma per cominciare dobbiamo dire forte che il popolo di Dio non ha per maestro lo gnostico Pilato del “QUID EST VERITAS?”(Gv 18,38), ma il Cristo “EGO SUM VERITAS” (Gv 14,6). Dobbiamo insegnare che la verità non è mercanzia, non è soggetta all’arbitrio della forza, né al criterio dossologico della contabilità della maggioranza democratica.
Chi di Правда ferisce, di pravda perisce, si vorrebbe dire scherzosamente ai relativisti, ma il dramma è che se un teologo cade in un’inversione teleologica e nella confusione delle cause con gli effetti, vuol dire che non ha «chiaro il senso della verità che deve annunciare», perché «la teologia si fonda sulla filosofia, e se la filosofia scelta corrompe i fondamenti della teologia, che cosa si insegnerà nei seminari?».

E l’utilizzo del tempo verbale, insieme all’intero quesito, è altrettanto tristemente retorico quanto il “passi” in NBA.
Tutto sommato, a ben vedere, il problema economico, essendo l’oikonomia una scienza umana, quanto il problema teologico, è sempre un problema innanzitutto filosofico. Si tratta di abbandonare le presuntuose metafisiche del nulla per tornare a concepire l’essere (e l’Essere) in senso intensivo, più forte di una stoppata, forte come la verità di cui è presupposto, ma questo è un altro discorso.
Non so se continuare a stupirmi per sopravvivere o vivere abbastanza a lungo per vedere se ci sarà ogni volta ancora da stupirsi. Così, come ad ogni tiro da tre messo a segno da Stephen Curry.

 

0 commenti :

Posta un commento