30 agosto 2017

È tornato don Camillo/21. Contro il pensiero unico, l’unico pensiero

di Samuele Pinna
Don Camillo redivivo non si spiegava come ai suoi giorni il Comunismo avesse ancora credito e nessuna onta nella memoria collettiva. Era stata ed è anche ora, infatti, l’ideologia che ha mietuto più vittime nella storia, numeri incalcolabili, milioni di persone in tutto il mondo trucidate perché considerate nemiche del popolo o di un potere che si serviva del popolo, vero suo oppio. Lo stesso baffetto vigliacco, che l’aveva su con la stirpe eletta, agli occhi della storia, pareva un guitto dinnanzi al porco baffone a cui, tra l’altro, si era ispirato. Senza parlare i danni dell’ideologia quando, esportata, si era trasformata in una epidemia mortale e inarrestabile, perché quasi nessuno era riuscito a sviluppare anticorpi adatti. Basti pensare agli ammazzati della rivoluzione capitanata dal dittatore dagli occhi a mandorla e sovrappeso, autore di un libretto rosso, un best-seller tanto citato e, probabilmente, poco letto. Enormi, dunque, i numeri degli uccisi a causa dei crimini ariani ed enormi, benché molto più vasti, quelli causati dai bolscevichi. Vittime accomunate della follia ideologica, seppur di destra in un caso e di sinistra nell’altro.

Ma per don Camillo redivivo più pazzesco ancora risultava l’accoppiamento tra l’ideologia comunista unita a quella cattolica. Un chimerico mostro che aveva mietuto a sua volta innumerevoli vittime, per fortuna solo metaforicamente, “uccidendo” nella sua radice il buon senso e una sana spiritualità. Certo, nei tempi moderni, tutto si infioretta con modi distesi e poco scomposti, dove le azioni sono all’apparenza controllate e anti-violente. La verbosità, però, a ben guardare era ed è molto feroce e brutale. Ciò è dovuto al pensiero unico, che permette qualsiasi discorso, tranne per l’appunto quello contro il pensiero unico. Per il povero pretone, invece, non rimaneva che l’intelligenza della fede: contro il pensiero unico, l’unico pensiero! “Unico” perché era come l’avamposto ancora ragionevole in giro e non oppresso dal soggettivismo imperante, che si uniforma obbligatoriamente a ciò che il pensiero dominante impone. Una sorta di falsa libertà, rivestita di libertinismo; di falsa fraternità, rivestita di fredda fratellanza; di falsa uguaglianza, rivestita di forsennata tolleranza, che distingue con cura chi ha il potere da chi non lo ha. Tutti liberi, fratelli e uguali tranne quelli che la pensano diversamente dal pensiero unico.

Certo, vedere nel male supremo il cattocomunismo era ben esagerato, ma quando a don Camillo redivivo gli si ficcava nella zucca qualcosa difficilmente si riusciva a togliergliela ed era quasi impossibile fargli cambiare idea. Lui non era preoccupato di quelli al di fuori dal recinto di Cristo, era consapevole dei lupi rapaci ed era conscio che doveva sacrificare la sua vita per salvare le pecore a lui affidate. Ciò che lo faceva uscir di senno era, però, il fatto che ormai alcune pecore stesse chiedessero a gran voce di essere sbranate dai lupi, senza dimenticare che molte altre erano lupi travestite da pecore se non addirittura lupi travestiti da pastori.

Qui le cose si complicavano terribilmente, perché il rischio di far qualche boiata non era del tutto improbabile: trovarsi in casa un lupo e allevarlo da pecora era una questione assai probabile, che poteva capitare tra capo e collo. Ma don Augusto, nella sua bontà ingenua, sperava sempre di poter trasformare il lupo in pecora, mediante evangeliche parole e cure pastorali… In qualche caso anche con bastonate ben assestate, che comunque provenivano pur sempre da un bastone di pastore o, in alcuni casi, da un più elegante pastorale. E il caso, manco a dirlo, si presentò. Non si trattò di dare dolci legnate, ma ricordarsi che il male esiste ed è concreto, benché una privazione, nel suo affacciarsi nelle pieghe della storia.

Il vero problema era il disorientamento, perché a seguir Cristo dalle praterie del mondo si giungeva tranquillamente nell’ovile della Chiesa, ma se il Buon Pastore si sostituiva con il mercenario di turno eran guai. E don Augusto si stava scervellando su tali questioni quando gli capitò tra mano un articolo di quello là, che riportava una lettera di suor Lucia, la pastorella di Fatima, la quale scriveva a un suo amico.

«Lasciate che la gente dica il Rosario ogni giorno – c’era scritto nella missiva –, Nostra Signora lo ha ripetuto in ogni Sua apparizione, per fortificarci in questi tempi di diabolico disorientamento, per non farci trarre in inganno da false dottrine».

Il pretone si fermò e sentì confermato il suo modo di ragionare proprio a partire da quelle parole…

«Sfortunatamente la gente è per la maggior parte ignorante in fatto di religione e si lasciano condurre ovunque. Da questo, la grande responsabilità di coloro che hanno il dovere di guidarli».
Un secondo tassello si posizionò perfettamente nella testa dura del prete di città…
«Un disorientamento diabolico sta invadendo il mondo, ingannando le anime! È necessario affrontare “il demonio”».
Il grande lupo travestito da pecora era ancora in giro, ma in incognita e quindi molto più potente e pericoloso…
La prova reale dell’argomento teorico si presentò quando il don Camillo che fu scoprì Pippo Girotti, il sacrestano, uomo semplice ma non stupido, intento nella lettura di un elegante volume.
«Che leggi?», chiese con garbo don Augusto.
«Quello che credo sia un bel libro», rispose l’altro, «perché sono solo all’inizio».
E passandoglielo il pretone prese a leggere ad alta voce:
«Non ho intenzione di narrare come mi capitò nelle mani la corrispondenza che offro ora al pubblico…».
Don Camillo redivivo girò il testo e lesse compiaciuto dalla copertina l’autore e il titolo del libro: Clive Staples Lewis, Le lettere di Berlicche, e poi continuò nella lettura.
«Ci sono due errori, uguali e opposti, nei quali la nostra razza può cadere nei riguardi dei diavoli. Uno è di non credere alla loro esistenza. L’altro, di credervi, e di sentire per essi un interesse eccessivo e non sano. I diavoli sono contenti di ambedue gli errori e salutano con la stessa gioia il materialista e il mago».

Chiudendo il libro e riconsegnandolo al proprietario sospirò.
«Credi al diavolo?», chiese infine al sacrestano.
«E come no?! Certo che ci credo, Reverendo», rispose l’altro che domandò: «Ma che sappiamo di Satana?».
«Del demonio sappiamo poco», riprese il sacerdote, «ma alcuni dati sembrano sicuri e non affatto indifferenti all’interno della parola di Dio. Un cristiano che non ne tenesse conto rinuncerebbe a comprendere il mistero di Dio e una teologia, invece, non solo perderebbe dei contenuti, ma smentirebbe dei riferimenti illuminanti e fondamentali».
«E certo», gli fece eco il Girotti, «anche se lei e non io, qui, è il teologo. Ho letto, però, che qualcuno lo considera solo un mito, una favola utilizzata per spaventare i bambini…».
«Come ha detto quel grande studioso, emarginare dalla teologia», dichiarò solennemente don Augusto, «e dal pensiero cattolico – com’è stato ampiamente e programmaticamente fatto da qualche teologo e in genere dal buonismo cristiano, singolarmente compassionevole e in vena di ecumenismo anche nei confronti del demonio –; emarginare, dunque, se non addirittura irridere la dottrina del demonio, ha avuto come esito inevitabile una larga banalizzazione della teologia stessa e dell’intelligenza del mistero, in particolare della cristologia e dell’antropologia, anche se, concluderemo, caro Pippo, questa presenza continuerà a restare misteriosa».

Il Girotti non era sciocco, ma davanti a parole come “antropologia” o “intelligenza del mistero” si intimidiva e, pertanto, rimaneva a guardare l’interlocutore con profonda serietà e solenne silenzio.
«È un bel libro, Pippo», concluse don Augusto, «e rammenta: “Il Diavolo… quello spirito orgoglioso… – ha detto Tommaso Moro – non può tollerare di venire canzonato!”».
«Me lo ricorderò…», salutò l’altro, rituffandosi nella lettura.
“Uomini”, pensò don Augusto, “Siamo essere strani…”.
Improvvisamente  gli vennero in mente alcune parole del libro, forse tratte dalla lettera 14, scritta dal diavolo Berlicche all’apprendista Malacoda, e gli tornò il buon umore: solo un Dio che vuol bene davvero può sopportarci così…
Non dobbiamo mai dimenticare – aveva scritto il vecchio diavolo al giovane – ciò che è il tratto più repellente e inesplicabile del nostro Nemico: Egli ama veramente quei bipedi spelati che ha creato”.


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