02 agosto 2017

È tornato don Camillo/17. Le orge sfrenate del demonio

di Samuele Pinna
Il pretonzolo latinoamericano era tornato per un periodo di riposo in vista delle vacanze natalizie, aggiungendosi alla forza lavoro dei preti della Parrocchia. Se il Natale passò via sereno e ricco di gioia e panettone, arrivò annesso il giorno in cui l’anno si chiudeva. Di là dalla Liturgia, era una festa che al nostro don Camillo non garbava proprio, ma che con buonsenso neppure criticava. C’era invero una cosa che detestava con tutte le forze che aveva in corpo e riguardava la storia dei botti.
«Fanno tanto gli intellettuali chic e snob», disse a Pippo Girotti, il sacrestano, vantandosi delle due parole straniere incastonate nella frase, «fanno i neoilluministi e poi si divertono a sentire dei rumori. Parlano tanto di civiltà, ma a me sembra si ritorni all’età della pietra: tra i nuovi graffiti di cose incomprensibili che chiaman arte, tatuaggi tribali che deturpano la bellezza del corpo, i botti di capodanno, quale divertimento senza logica, e tutte le altre stramberie, mi pare si abbia perso il senno. Quale senso di gioia può suscitare un rumore simile a un rombo di tuono?».
«Ah», rispose l’altro, «non lo chieda a me, io vado pure a letto presto. Però sono belli i botti d’artificio».
«I fuochi d’artificio, vorrai dire», lo corresse amorevolmente don Augusto, «beh, quelli sì, ma non certo per il rumore. Come si fanno a spendere soldi per cose inutili proprio non lo so… quattrini letteralmente bruciati».

E quella cosa metteva tanta agitazione nella ferrea logica del nostro don Camillo che andò anche a sfogarsi col Crocifisso.
«Signore», aveva esordito, «cosa c’è di tanto affascinante in qualcosa che fa baccano. Ma soprattutto come si fanno a sperperare denari per comprar mercanzia del genere? Mah, il mondo ormai è folle. E poi ridicolizziamo le civiltà preistoriche o il “buio” medioevo: se questo è il frutto del progresso illuminato, Dio ce ne scampi, con rispetto parlando».
Forse il bellissimo Cristo appeso in sacrestia avrebbe anche voluto rispondere, ma entrò il pretonzolo baldanzoso per prepararsi in vista della celebrazione che il gioviale Parroco gli aveva affidato così come aveva affidato al povero pretone di dare tutte le necessarie consegne al prete missionario.
«No», esclamò dopo le direttive, «nessuna benedizione eucaristica, non serve».
E dopo quest’uscita blasfema si era lamentato del fatto che c’era pure il canto del Te Deum.
«Queste le disposizioni del Parroco», replicò secco il nostro don Camillo.
«Va bene, va bene», riprese l’altro con sarcasmo, «non trasgrediamo al Signor Parroco. Vorrà dire che il Te Deum lo leggeremo e lei tira fuori il coso e io dò la benedizione con quello. Niente incenso però!».

Don Augusto non sapeva se essere più inorridito dal linguaggio o piuttosto dal contenuto. Fu la Messa di ringraziamento più sciagurata a cui partecipò il povero prete di città, il quale rimase in confessionale per più tempo che riuscì. Anziché ringraziare il pretone chiese perdono per quella sciatteria liturgica così poco spirituale. L’ultima trovata del pretonzolo era la modifica apportata all’antica orazione conclusiva, che recitava: “O Dio forte ed eterno, tu non vuoi che i convitati alla tua mensa indulgano alle orge sfrenate del demonio”. Le parole “alle orge sfrenate del demonio” furono cambiate con un ridotto “al male”.



Il prete di città che fu di paese entrò in sacrestia come un panzer tirato a lucido e incrociò lo sguardo con il gioviale Parroco non troppo gioviale per una volta, che spiegò al pretonzolo missionario la necessità del decoro e accennò anche all’ultima orazione.
«“Indulgere alle orge sfrenate del demonio”?!», esclamò teatrale il pretonzolo, «Per carità c’è bisogno di un linguaggio più corrente e facile».
«Questo è vero, bisognerebbe riprendere l’antica liturgia in modo più accessibile, ma siccome quello c’è scritto quello deve essere letto», rispose il Parroco.
L’ultima parte del discorso filava con tutta la sua prepotente logica, ma non l’iniziale e così, a questo punto, don Augusto intervenne.
«Vedete», spiegò, «quella è una delle poche orazioni che non vogliono essere un reperto archeologico, ma un richiamo antico e culturale sì. Dovreste sapere che all’inizio dell’anno i culti idolatri pagani prevedevano un rito orgiastico in onore di Giano Bifronte…».

La lezione durò ancora per un po’ fin quando intervenne malamente il pretonzolo.
«Ammetto la mia ignoranza, ma dire indulgere alle orge sfrenate del demonio…».
«Perché?», riprese don Camillo redivivo, «non ci sono ai nostri giorni le orge?».
«Sì, certo, ma…», rispose l’altro.
«E se ci sono», continuò il pretone incurante dell’interlocutore, «non sono forse sfrenate? E, se sono tali, non sono forse ispirate dal demonio? A meno che ci crediate nell’esistenza del diavolo…».
Davanti a quella ironia nessuno osò dire più nulla e don Augusto se ne andò sconsolato: se la fine dell’anno era stata così desolante, la speranza era tutta riposta nell’inizio. Speranza, purtroppo, mal riposta.

Dopo una nottata in cui verso mezzanotte don Camillo redivivo era convinto di essere stato catapultato nella grande guerra visti gli schioppi e i boati che provenivano dalle strade, al mattino si accese un’altra miccia a riguardo, però, di fesserie atte a far scoppiare la fede e il povero cuore del prete carrarmato.
Conclusa la Santa Messa che aveva devotamente celebrato stava rincasando, passando dalla navata centrale per uscir dalla chiesa, quando sentì un’accesa discussione tra quella che appariva una disputa fra figlia e madre. Quest’ultima vedendo quel bulldozer in talare lo bloccò.
«Reverendo glielo spieghi lei», disse la signora.
«Guarda che è un prete come quell’altro», si intromise la ragazza.
«Chiedo scusa, ma non capisco», concluse don Augusto, che ci aveva visto giusto a riguardo della parentela tra le due donne.

La madre di quella ragazza allora raccontò che la figliola era andata a confessarsi dal pretonzolo e quando si era accusata di peccato per aver saltato la Messa di Natale il confessore del Sudamerica gli aveva risposto di non preoccuparsi e di non confessare più quelle quisquiglie, che altri erano i peccati, che la misericordia di Dio era più grande e tante altre porcherie del genere. E ora la figlia discuteva con la madre, riaffacciandole che se il prete aveva detto così, perché lei doveva – affermò testualmente – “rompere”.
«Allora, Reverendo», domandò agitata la madre, «cosa ha da dire?».
«Che non andare alle sante Messe di precetto è peccato grave», disse asciutto il pretone, «è trasgredire al terzo comandamento: "ricordati di santificare le feste"».
Vedendo la ragazza sbuffare, aggiunse:
«Sai quel prete lì viene dal Sudamerica, magari non ha capito bene quello che intendevi».
«No, no», rispose con fare infastidito e maleducato l’altra, «ha capito benissimo».
E senza dire né muori né crepa girò i tacchi e se ne andò, mentre la madre dopo aver ringraziato la raggiunse di corsa.

Don Camillo redivivo aveva la pressione arteriosa da infarto, ma se ne stette tranquillo. Fece retrofront, ma per fortuna del pretonzolo non lo incrociò, mentre finì davanti al Crocefisso della sacrestia.
«Signore non voglio giudicare», disse sommessamente, «ma perché tanta confusione anche tra noi preti e fra i battezzati più ferventi, tanto da non riconoscere più ciò che è giusto da quello che non lo è oppure buttar via la verità a scapito della menzogna, magari molto più comoda ma che conduce alla facile perdizione?».
Il Cristo rimase muto, ma per un attimo parve al nostro don Camillo di vedere il suo viso come più sofferente e ciò gli provocò una fitta dolorosa al cuore.  

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