09 agosto 2017

È tornato Don Camillo/18. Il “Confiteor” della ragazza arrabbiata

di Samuele Pinna
Il nostro don Camillo era in confessionale da diverse ore, ma in quel pomeriggio non erano passati da lui molti “clienti”. Non si capacitava mai come tanti si comunicassero e pochi si confessassero, ma tant’è. Poi c’erano di quelli che si lamentavano che non trovavano mai sacerdoti per il Sacramento della Penitenza e, se in alcune Parrocchie, questo forse era vero, non certamente in quella. C’era infatti sempre qualcuno in chiesa a disposizione, forse era la disposizione di qualcuno che gli impediva di accostarsi al prete.

Don Augusto aveva dal suo scranno salutato la vecchietta che non doveva “dire i peccati”, ma soltanto salutarlo, perché con coscienza si preoccupava che il confessore non fosse venuto per niente. E, proprio mentre attendeva penitenti, lesse un articolo di un giornale a firma di un tale che elencava i motivi per cui non bisogna andare ad accusarsi dei propri peccati davanti a un ministro di Dio. Don Camillo redivivo meditò profondamente su quelle sacrosante parole: si rammentò, pertanto, i giorni di grande affollamento penitenziale e, passando nella mente in rassegna tutte le persone più estrose e sciagurate che si erano accostate da lui in confessionale, trovò conferma di quanto scritto dall’autorevole personaggio prestato al bieco giornalismo. Il tipico esempio è dato dalla vecchia sventurata sposata da anni annorum che ci tiene a confessare i peccati e le mancanze del marito, giustificandosi con il fatto che il consorte non accede mai al Sacramento penitenziale. C’è poi la zitella, che allarga il raggio della confessione includendo tutte le malefatte dell’“amica”, dell’inquilino del piano di sopra e i difetti insopportabili del Parroco, dopo aver accertato che il confessore non sia il Parroco.

Caso frequente è di chi si presenta dichiarando di non aver niente da confessare. Il pretone di città che fu di paese, solitamente a questo punto risponde che il primo peccato si era riusciti a combinarlo e a dirlo insieme. Ci sono pure coloro che espongono un elenco analitico e circostanziato dei propri peccati, con la preoccupazione di dire tutto e tirano un sospiro di sollievo quando l’elenco è finito. Per questi il rito si conclude lì e bisogna rincorrerli per impartire l’assoluzione, considerata come una specie di saluto e di augurio.

Lo stesso vale per coloro che muniti di foglietto hanno troppa ansia nel dire i peccati e poca attenzione nell’ascoltare altro. C’è chi, ancora, approfitta del Sacramento solo perché individua la presenza di un sacerdote in confessionale: di solito iniziano la confessione affermando candidamente che non avevano neanche in mente di confessarsi, ma hanno visto che il prete era libero e ne hanno approfittato. Oppure ci sono quelli che si accostano perché gliel’ha detto la mamma o il papà o la moglie o la nonna… Parecchi, inoltre, parlano con il confessore per mezz’ora del più e del meno, chiedendo i consigli più disparati, e concludono ringraziando per l’ascolto. In alcuni casi confondono semplicemente quel momento con una seduta psicologica, molto più a buon mercato e conoscendo già la conclusione dettata da un perdono consolatorio. Ci sono, infine, ma l’elenco potrebbe essere più lungo, coloro che si accostano al Sacramento perché è giusto farlo ogni tanto, dove il pentimento è un optional , oppure c’è chi si confessa sia per buttare fuori “tutto”, eccetto i peccati più gravi, per paura di non essere assolto, sia per giustificarsi: in fondo non ha fatto niente di male.

Tra questo ampio campionario, ben descritto da quell’articolo di giornale faceto all’apparenza ma molto serio nei fatti, si presentò la ragazza arrabbiata.


La ragazza arrabbiata di solito, ma sicuramente in quel caso, era una sventola di donna con degli occhioni magnetici, ciglia allungate, labbra carnose, capelli lunghi, gambe affusolate e un corpicino niente male. La ragazza arrabbiata di solito, ma sicuramente in quel caso, era una contestatrice nata, ma vuoi la sua determinazione vuoi il suo fascino le si perdonava molto, senza chiudere, però, un occhio né l’altro, perché nel suo caso specifico c’era diversa materia da ammirare.
Quando la ragazza arrabbiata si accostò al confessionale il buon don Camillo redivivo ci mise un attimo a riconoscere in lei quella figlia che stava litigando con la madre in chiesa tempo addietro. Si rammentò anche dei suoi modi sgarbati, ma l’accolse comunque con un largo sorriso al quale la giovane rispose con imperturbabile serietà. Nonostante la faccia “scura”, la ragazza arrabbiata rimaneva pur sempre una bella ragazza.

Senza troppi preamboli si accusò dei peccati: aveva saltato la Messa domenicale, litigato con la madre e via discorrendo, fintato che arrivò all’ultimo peccato detto con enfasi e in modo volutamente provocatorio, benché solo l’intonazione della voce era mutata, mentre nel resto apparve ancora fredda e distaccata.
«Ho avuto rapporti col mio ragazzo», disse infine quasi con un senso di soddisfazione e di sfida.
Dopo aver raccomandato tutto al Signore, il pretone tentò di spiegare che il peccato da cui partire per una disanima della coscienza e, in un certo senso, il più grave, era quello della Santa Messa mancata.
«Non mi faccia ridere!», esclamò la ragazza, «Ha capito cosa le ho confessato? Ho avuto rapporti con il mio compagno!».

Don Camillo redivivo non si turbò e illustrò alla ragazza come l’allontanarsi da Dio porta a ogni sorta di peccato e se sicuramente quello della carne ci appare come il più tangibile, questi si compiono perché non ancora immersi totalmente nell’Amore, a dire che il peccato più grande è l’assenza di Amore, ossia di Dio.
«Vedi», disse il confessore, «alcuni pensano che la Chiesa vieti questo o quell’altro a partire da principii astratti. La Chiesa vieta o sconsiglia invece perché non sempre siamo in grado di discernere in alcune situazioni. È come una Madre che intende difenderci dal male che, nostro malgrado, a volte ci infliggiamo. La Chiesa non vieta l’amore, la Chiesa indica la strada dell’Amore. Non, però, un amore costruito da noi, ma l’Amore vero, quello insegnato e testimoniato da Gesù. Se noi non attingiamo nella preghiera e in quella più importante di tutte, che è l’Eucaristia, il suo Amore, poi rischiamo di fare fesserie e di vivere del nostro egoismo, chiamandolo erroneamente amore. La Chiesa considera peccato un rapporto prima del Matrimonio, perché l’amore tra due cristiani può essere vero solo quando è consacrato dinnanzi a Dio. E il senso della consacrazione nasce dal fatto che siamo troppo limitati per rispettare quella promessa, destinata a un facile fallimento, senza il sostegno della grazia di Dio. Il Sacramento è un ausilio non solamente per ripetere ogni giorno quel “Sì” che si è pronunciato sull’Altare, ma anche perché quel “Sì” si possa davvero realizzare nel quotidiano, amando l’altro come Gesù ha insegnato e testimoniato: in modo totale, attento, gratuito, con una carità cioè pronta al sacrificio…».

Mentre qualche bel muscolo facciale della ragazza arrabbiata iniziò ad ammorbidirsi, don Augusto continuò nel suo schietto ragionamento: «L’amore che vi siete scambiati tu e il tuo fidanzato (se si usa ancora dire così) è, invece, un amore fragile, piccolo, destinato a concludersi. Ma nessuno di noi desidera un tale amore: noi vogliamo che sia eterno, sia per sempre, pieno di ogni buon sentimento, non caduco né frutto di un momento o a scadenza.
Il donarsi all’altro, per non essere un’illusione o un inganno, deve essere totale e senza riserve, necessita del “per sempre” e non può seguire voglie (desideri, sì!), perché rischia di essere ridotto a qualcosa di fragile e che non porta a una gioia piena, bensì a piccole passeggere felicità, che spesso lasciano posto a terribili drammi interiori. È infatti un vero peccato buttare via la propria intimità per assecondare gli istinti o confondere affetto con amore.

Senza saper attingere al vero Amore, inoltre, difficilmente potremmo vivere dell’amore. Ecco il tuo peccato: hai ridotto a qualcosa di meramente umano un gesto che ha in sé qualcosa di divino. E l’hai vissuto chiamando “amore” quello che è un egoismo complice.
Ma dove sta la radice del peccato? Il non essere andata alla fonte dell’Amore! Il non ricordarsi quanto siamo fragili, come la “carne” tenti, aver dato insomma minor importanza al mondo spirituale rispetto a quello materiale, convinta di possedere una felicità, che acquistata troppo a buon mercato, alla fine lascia svuotati… Dio nel suo perdono ti ricorda l’umiltà: abbiamo bisogno di Lui per vivere il vero Amore…».

La ragazza ascoltò queste e altre sagge parole, ma si arrabbiò molto di più. La collera era dovuta non tanto a quel discorso, che in fondo l’attirava, ma al fastidio dovuto da quel maledetto prete là, perché era proprio lui a dirle quelle cose. Non aveva certo compreso tutto del ragionamento, ma aveva intuito che li stava la verità, soprattutto quando il prete le fece la terribile domanda: “Sei felice?”.

Se la confessione dal pretonzolo di qualche tempo prima aveva momentaneamente sollevato la sua coscienza, nella realtà non l’aveva poi mica tanto convinta, perché le sue parole le erano apparse in fondo come soluzioni superficiali, buone solo per acquietare il senso di colpa e facili, molto facili, da ottenere. Quel prete dall’ammasso di carne alla Bud Spencer che tanto all’apparenza disgustava (forse perché aveva ribrezzo di una delle sue parti interiori tenute in stretto oblio), pareva al contrario consegnare il vero puro e semplice. Purtroppo anche la ragazza arrabbiata era affetta, come la maggior parte dei suoi contemporanei, dal “giudizio affettivo”. Questo morbo nefasto consiste nel dare ragione a una persona non tanto a partire dal fatto che quello che ha detto sia vero o meno, ma a motivo del suo risultare simpatico o antipatico. Poco importa se un tale dice una sciocchezza, se è gradito, se cioè “piace”, sicuramente ha ragione; mentre se un talaltro è inviso non può affermare in nessun caso né condizione “cose” giuste. Con siffatto modo di ragionare sono cresciute le nuove generazioni dei figli di Adamo e la ragazza arrabbiata, si arrabbiò tantissimo, ma alla fine dovette prendersela più che altro con se stessa. Che bisogno di misericordia che aveva! Non quella ridotta a condono, dove Dio non si cruccia se uno rimane peccatore, ma quella misericordia di grazia che rinnova e che permette la conversione in cui Iddio non si compiace del peccato, ma vuole liberare l’uomo dalla schiavitù che esso esercita sul suo cuore peccatore.

«Sono una stupida», disse davvero pentita e con le lacrime agli occhi al pretone, «sono una stupida perché le ho mentito: non ho avuto rapporti col mio fidanzato (si dice ancora così tra persone savie), volevo solo scandalizzarla. E sono una stupida perché considero tutto un divieto a cui ribellarmi e dimentico la gioia dell’Amore vero».
Don Augusto le prese le mani e la trasse in un abbraccio, facendo festa per quella figliola che fu arrabbiata e che ora ritornava finalmente alla casa del Padre in una lieta serenità, benché conquistata con lacrime amare.
In quella stretta, a quel prete lì, il quale era difficilmente scandalizzabile, gli vennero in mente alcune parole attribuite a Chesterton:
La Chiesa non permette niente, ma perdona tutto; il mondo permette tutto, ma non ti perdona niente ”.  

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