16 agosto 2017

È tornato don Camillo/19. Il Vescovo burlone

di Samuele Pinna

C’era una questione che il povero don Camillo redivivo non comprendeva nella sua complessità a motivo vuoi della sua ragione difficilmente spregiudicata vuoi della sua fede genuina. Per don Augusto, il Vescovo aveva il compito di insegnare la fede, di governare il popolo di Dio e di aiutarlo nella sua santificazione. I tria munera, insomma: il munus docendi dell’annuncio, il munus regendi della guida, e il munus sanctificandi della liturgia. Visto l’episcopato, il terzo grado del Sacramento dell’Ordine, per il pretone era naturale pensare ai Vescovi come uomini saggi e ispirati da Dio, aiutati e sorretti cioè da una speciale grazia. Grazia ovviamente non data per magia, ma nella libertà, che però nessun Vescovo avrebbe mai rifiutato… o no? Sicché, suo malgrado, don Camillo redivivo scoprì che, se è sempre lo Spirito Santo a guidare la scelta di persone degne per l’episcopato, è probabile che qualcuno lo suggerisca con ciò che esce dal becco e qualcun altro, a vedere bene le cose, dalla coda!

Don Augusto non era affetto dal “giudizio affettivo”, cioè valutava le cose dalle cose e non si curava se chi le diceva era simpatico o meno, perché avvertito da san Tommaso d’Aquino che “Omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est”, il che vuol dire: “Ogni verità, da chiunque sia detta, viene dallo Spirito Santo”. Era, però, preoccupato dalla confusione che regnava nell’orbe cattolico: a volte rimaneva addirittura scosso e interdetto dinnanzi a certe sparate che provenivano proprio da chi invece aveva il compito di vigilare a riguardo della sobrietà, della decenza e della cattolicità.

Il prete di città aveva conosciuto, per esempio e suo malgrado, il Vescovo burlone, il quale è abituato a discorrere di cose serie in modo frivolo e di frivolezze con serietà. Siccome i Vescovi sono sempre persone sagge e piene di buoni propositi, indi ragion per cui è meglio sia non parlar male di loro sia soprattutto stargli alla larga – così da evitare di finire tra l’incudine (dell’obbedienza) e il martello (del discernimento) –, il povero pretone era rimasto meravigliato da diverse uscite, dando sempre colpa alla grammatica e all’ermeneutica.

Era stupito davanti all’affermazione che “popolo di Dio” e “pastori della Chiesa” dovessero crescere insieme, in una uniformità di ruoli, quasi alla pari e dimentichi sia del dono specialissimo dello Spirito Santo sia della loro funzione di guida. I Vescovi non devono certo spadroneggiare, ma sono chiamati a dare alla cattolicità loro affidata forti testimonianze e chiare indicazioni. Queste sono poi consegnate nell’umiltà: non è il loro pensiero che salverà il mondo, bensì quello di Cristo da loro custodito. Gli stessi Vescovi così inclini ad ascoltare tutti, pensava confuso don Augusto, non avevano per nulla dialogato con lui quando avevano chiesto obbedienza per il suo trasferimento nella nuova destinazione.

Rimaneva ancora più perplesso quando sentiva dire che bisognava accogliere “tutti” e “tutto” a ogni costo eppure ciò gli appariva come una grande bugia: chi rifiutava il pensiero unico, anche nella Chiesa in statu viae, era tacciato di essere reazionario oppure “preconciliare”. Don Camillo redivivo meditava, poi, su quest’ultima parola, che in fondo vuol far intendere, in modo sibillino, oggi come allora, che tutto ciò che è avvenuto prima dell’ultimo Concilio non ha valore. E questa non è solo una stupidaggine, ma un’eresia bella e buona. In illo tempore, però, si era nell’epoca in cui il termine “eresia” non si poteva utilizzare e se non si poteva usare ciò significava che non esisteva più e se non esisteva più voleva dire che ogni sorta di porcheria, benché una falsità, diventava in qualche modo vera. Se, però, ogni sorta di vaccata era automaticamente vera e tollerata, perché non era vera e tollerata anche la parola “eresia”, mentre veniva tacciata dal vocabolario ecclesiastico?
“Questione di grammatica”, si disse meditabondo e un poco sconsolato don Augusto, “questione di grammatica”.

E pieno di grammatica, il Vescovo da burla era anche quello che quando aveva insegnato la teologia (perché era stato sicuramente un ammirato docente) aveva giocato pericolosamente col dogma, avendo avuto l’audacia e non il conformismo di dire quello che dicevano tutti. Certo questa è la versione oscurantista, lui era conscio che i suoi sforzi di pseudo-eresia altro non erano che la progressione delle verità della fede, approfondite a motivo delle esigenze moderne. Qui la questione non verteva più sulla grammatica, ma direttamente sull’ermeneutica. Ma per il povero cervello del pretone dalle mani grosse come mattoni la quaestio era invero troppo complessa. Del resto, lui era stato puntualmente informato da quel santo Vescovo, birichino a volte eppure mai burlone, che c’è un “passaggio dal compito di insegnare e di studiare a quello di essere più che altro “pastore”. Il ricercatore giudica suo diritto inalienabile esplorare tutti gli spazi, anche i più vicini ai precipizi: anzi, di solito proprio dai margini estremi si possono raccogliere i fiori più originali e più rari. Il “pastore” invece si ferma a una certa distanza dai baratri: sa che, se egli si spinge fino all’orlo del burrone, qualche “pecora” fatalmente vi cade”.

A un certo punto, però, quasi fosse un’illuminazione dall’alto, don Camillo redivivo comprese che questa tipologia di Vescovo era davvero da denominare come “burlone”. Non per mancanza di rispetto all’insigne persona e al suo ruolo, ma per capirne l’essenza. A questi Vescovi, in fondo, piaceva semplicemente scherzare e ricercavano con cura ogni occasione per saltar fuori con delle battute da vero cabaret. Una volta che il pretone di città comprese questa cosa qui, il suo animo si rasserenò e si faceva sempre grasse risate davanti alle comiche affermazioni dei vari Vescovi burloni sparsi un po’ dappertutto. Ogni tanto si faceva qualche scrupolo, perché quando in pubblico aveva sentito qualche Vescovo dire una birbonata bella e buona aveva iniziato a ridere alla grossa, ma poi si era vergognato perché nessuno aveva riso con lui e, anzi, qualcuno l’aveva pure guardato male e in cagnesco.

E finalmente aveva capito lo stratagemma: se rideva di gusto, avrebbe smascherato il Vescovo burlone, il quale deve far ridere senza farlo. Ci vuole sana compostezza davanti a lui, per la dignità che porta in quanto successore degli Apostoli, ma poi in privato tutte le sue battute devono essere ripensate e approfondite mediante una goliardica risata liberatoria. Tuttavia, col passare del tempo, anche questo suo ragionamento cominciava a incepparsi e a non convincere fino in fondo don Augusto che non si divertiva granché a ridere da solo. E iniziò a sorgergli il dubbio che quelle fesserie fossero dette seriamente. Decise, pertanto, di tagliare la testa al toro e di non andare più ad ascoltare il Vescovo burlone, fintantoché non avesse ben compreso a che gioco giocasse. Ma il Vescovo amante della burla sapeva raggiungerti in ogni dove e nessuno poteva rimanere tranquillo, perché lui sapeva dialogare con tutti ed essere misericordioso con chiunque, tranne che con te. E don Camillo redivivo se ne accorse a sue spese.

Fu chiamato una volta non dal suo Vescovo, il quale era un uomo mite e intelligente, ma da un suo sottoposto, che per la legge degli opposti non era né l’uno né l’altro. Più che un colloquio era stata una requisitoria, un piccolo interrogatorio in cui l’imputato non aveva il tempo neppure di ribattere perché incalzato da nuove e strampalate accuse rivestite da ingenue domande. Si riportavano testimonianze campate in aria, di gente che don Augusto non conosceva neppure, se non per sentito dire, e si tacevano altre, più sostanziose. Con siffatto modo di procedere il verdetto era semplice.

I sottoposti del Vescovo solitamente perseguono con assoluta meticolosità solo un obiettivo: non avere rogne e sentirsi dire che va tutto bene, per non avere grana alcuna da dover in vario modo gestire. Se, inoltre, riuscivano a far sentire l’accusato almeno un poco in colpa, a causa di qualcosa che, più o meno inconsciamente, uno aveva commesso o avrebbe potuto compiere, per loro il gioco era fatto e l’obbedienza ripristinata. Del resto, una cosa era sicura: avrebbero trovato qualche difetto anche in Gesù e nella sua “pastorale” e, di certo, avrebbero avuto qualcosa da ridire alla Madonna a ragione della sua pietas, vissuta probabilmente in un modo troppo devozionale.

Il colloquio finì con parole emblematiche: “Vedremo. Mi informerò. Indagherò”. E con il saluto del nostro don Camillo che rispose a denti stretti e, tuttavia, ossequioso, benché asciutto: “Veda, s’informi, indaghi pure”. Invero, anche con una stretta di mano da morsa dolorosa, tanto che al sottoposto episcopale gli vennero le lacrime agli occhi.
«Non si preoccupi», disse don Augusto già fuori dalla porta, «Non c’è bisogno di piangere, ci rivedremo prima o poi».
E sospirando non trattene sottovoce un “ahimè”, nella speranza ciò accadesse “poi” piuttosto che “prima”.

E così, purtroppo, il pretone che fu di paese scoprì a sue spese che il Vescovo burlone fa ridere tutti con le sue burla fuorché te, tranne cioè a chi sa e crede ancora nella vera missione della Chiesa. E se la conosce non è perché ha scoperto chissà quale arcano mistero recondito, ma perché in modo “semplice” o “piccolo” si è affidato sempre e comunque a Dio, che è Padre, Figlio e Santo Spirito, e alla Madre Chiesa, non disdegnando tra l’altro di farsi sostenere dall’intercessione della Beata Vergine.

A don Augusto vennero in mente, quasi all’improvviso, le parole di Carlo Magno dette a papa Leone III. Qui i ruoli apparivano ben chiari come erano precise le mansioni o missioni di ognuno: senza confusioni, senza complicazioni grammaticali, senza scervellamenti ermeneutici.
Missione mia è di difender, aiutante la divina misericordia, e all’esterno colle armi la santa Chiesa di Cristo contro ogni attacco de’ pagani ed ogni guasto degli infedeli, e consolidarla nell’interno colla professione della fede cattolica; obbligo vostro è d’elevar le mani a Dio, come Mosè, e sostener colle vostre preci il mio servizio militare”.

Parola di un vero Re.  

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