23 agosto 2017

È tornato don Camillo/20. Il Registratore

di Samuele Pinna
Era arrivata inaspettata la primavera con il germogliare degli alberi e lo spuntare dei fiori, che arricchivano prati verdi e dall'erba rigogliosa. L’aria frizzante del mattino lasciava spazio a un sole caldo e a un cielo terso, che ti rasserenava solo a guardarlo, ma il fresco serale ti rammentava che l’estate non era poi così vicina. Primavera è il tempo della vita: la natura si risveglia, le giornate si allungano, il clima è più gradevole, nonostante le sue bizze, come di chi cambia parere a ogni piè sospinto. I vecchi detti popolari risuonavano nella mente del pretone di città.

“Marzo pazzerello, esce il sole, prendi l’ombrello… Aprile, ogni goccia un barile…”.
Eppure c’era il sereno nel cuore di quel sacerdote dalle mani grosse come badili: le sue giornate correvano via veloci tra tanti impegni. La Pasqua era ormai alle porte. Dopo il periodo quaresimale, fatto di rinunce salutari e devote penitenze, giungeva maestoso il tempo della gioia cristiana. Non una gioia effimera e passeggera, ma radicata nel profondo del cuore, capace cioè di passare attraverso la croce senza farsi schiacciare dal dolore: Christus Dominus rexuressit! Cosa poteva turbare questa intima felicità?
“Nemmeno il ritorno del pretonzolo bolscevico!”, ragionò tra sé e sé don Camillo redivivo. Ma pensò male. E a pensar male si fa peccato, ma ci si indovina.

Le Liturgie del Santo Triduo furono impeccabili: un misto di sobrietà, bellezza ed eleganza, che aiutarono i fedeli nella preghiera e a calarsi in un mistero così sublime e umanamente inimmaginabile. Don Augusto si accorse delle fatiche interiori del pretonzolo del Sudamerica, quando constatò il suo moto continuo pur restando ben piantato al suo posto. Il suo essere dinoccolato era ancora più evidente in quel maldestro tentativo di controllo sui suoi arti come impazziti e incapaci di rimanere composti.

«Le nostre cerimonie», disse al gioviale Parroco di città, quasi per scusarsi, «sono più movimentate».
Come fu movimentata la discussione del Giovedì Santo. In questo giorno si prega in particolare per i sacerdoti, perché nella Liturgia si ricorda l’istituzione dell’Eucaristia da parte di Gesù. Al mattino tutti i presbiteri sono invitati ad andare nella cattedrale dove il Vescovo in una solenne Santa Messa detta “crismale” benedice gli olii santi, che serviranno lungo il corso dell’anno liturgico a tutte le Parrocchie della Diocesi per battesimi, cresime e unzioni agli ammalati e infermi. Dopo questa solenne cerimonia, il Parroco ebbe l’idea di far ritrovare tutti insieme i confratelli per un pranzo conviviale.

Ricordando l’esperienza di mesi prima, il nostro don Camillo fece di tutto per non finire vicino al prete missionario, ma a volte certe cose capitano contro volontà e, pertanto, non si sa come né perché, si trovò a fianco dell’unico commensale indigesto. Don Augusto non se la prese poi più di tanto e si ripromise di concentrarsi solo su una cosa: le vivande che già immaginava paradisiache, senza volersi distrarre con altro. Nonostante questo pio ideale, l’intento fu miserabilmente vòlto al fallimento anche perché il prete bolscevico non si era presentato solo, ma si era portato dietro un confratello sudamericano con duemila nomi. Quest’ultimo villeggiava nell’urbe romana per studiare ed era finito in appoggio per aiuti clericali durante le festività proprio in una Parrocchia lì vicino.

Don Augusto era letteralmente accerchiato e si sentì davvero tale e sotto minaccia quando, finito un laconico antipasto, iniziò la discussione a cui non si astenne anche per il malumore dovuto al poco cibo ingurgitato. La porcheria era bella grossa, il tema scottante, ma non per luce e calore, e insieme superato da decenni, tranne per i nostalgici e per coloro che non volevano intendere come stavano realmente le cose. Senonché, il pretaccio quando capì la piega del discorso, fece di tutto per estraniarsi, ma fu chiamato in causa e allora iniziò l’arringa difensiva.

Si argomentava di questioni vecchie trattandole come nuove, dove alle conclusioni ci si era arrivati mezzo secolo prima. Don Augusto fu molto didascalico per aiutare i commensali a comprendere la quaestio, la quale riguardava il Gesù storico e il Cristo della fede. Per Gesù storico si intende la possibilità di raggiungere la figura di Gesù mediante il lavoro dello storico che indaga i testi e le fonti con il metodo che gli è proprio. La ricerca storica non può pretendere di disegnare compiutamente il profilo del Gesù terreno, come di ogni altro personaggio o fatto, ma può ambire a cogliere alcuni tratti essenziali della vita del Nazareno. Dire Gesù storico significa tratteggiare il volto di Gesù che è possibile ricostruire con gli strumenti scientifici della ricerca storica, mentre con il Cristo della fede si vuole delineare il volto di Gesù che appare dalla predicazione della Chiesa primitiva: il Cristo crocifisso e risorto.
La descrizione che di lui ha compiuto la comunità dei credenti è l’immagine piena di Gesù, quella che costituisce il cuore del kerigma, ossia dell’annuncio cristiano.

«Queste teorie, come disse quel tale», partì in quarta don Camillo redivivo, «non vogliono in fondo nient’altro se non dare espressione all’impazzire del problema del Gesù storico, quale lo delinea la teologia moderna, perché questo impazzire è un risultato della ricostruzione dell’intera vicenda della ricerca sulla vita di Gesù. Tale indagine storica non è partita dal puro interesse storico, ma ha cercato il Gesù della storia come colui che poteva aiutarla nella lotta della liberazione dal dogma. In tal modo liberata, ha ricercato il Gesù storico così come era comprensibile al proprio tempo. Ogni epoca successiva della teologia ha, poi, trovato corrisposti i suoi pensieri in Gesù e non avrebbe potuto farlo rivivere altrimenti. E non le epoche soltanto si ritrovano il lui: ogni singolo lo creò secondo la sua personalità. Non vi è un’impresa storica più personale dello scrivere una vita di Gesù. Gli autori che l’hanno stilata vollero rappresentarlo come un uomo semplice, strappandogli di dosso gli abiti sfarzosi di cui era vestito e gettargli di nuovo sulle spalle gli stracci con i quali aveva camminato per la Galilea. Strano destino quello della ricerca sulla vita di Gesù. Partì per trovare il Gesù storico pensando di poterlo collocare nel nostro tempo come egli è, come maestro e Salvatore. Spezzò le catene che da secoli lo tenevano legato alle rocce della dottrina ecclesiastica. Gioì quando la vita e il movimento penetravano di nuovo la sua figura e quando vide l’uomo storico Gesù venirle incontro. Egli tuttavia non si fermò, passò davanti al nostro tempo, lo ignorò e ritornò al suo. La teologia degli ultimi decenni ne fu scandalizzata e spaventata, perché divenne consapevole che tutte le sue tecniche interpretative e le sue manipolazioni non erano in grado di trattenerlo nel nostro tempo, ma dovevano lasciarlo andare nel suo. Ed egli vi ritornò con la stessa necessità con cui il pendolo liberato si muove per rioccupare il suo posto originario».

«Quale la via per trovarlo, dunque?», chiese padre Antonio Bastiano Coimbra de la Coronilla y Azevedo, mentre il pretonzolo sbuffava annoiato.
«Quella della comunità», rispose con un grande sorriso il don Camillo che fu.
«Della Chiesa, intende…», riprese meditabondo padre Antonio Bastiano dai mille cognomi.
«Ma per piacere!», si intromise il prete bolscevico con malgarbo, «Intanto bisognerebbe incominciare una bella riflessione su che cosa ha detto veramente Gesù… a quel tempo nessuno aveva un registratore per inciderne le parole. Quello che si sa è che le parole di Gesù vanno contestualizzate, sono espresse con un linguaggio, in un ambiente preciso, sono indirizzate a qualcuno di definito…».
Al problema della grammatica unito all’ermeneutica il pretone non ci vide più e si dilungò a spiegare con certa autorità.

«Non è possibile, per il sapere storico, pensare di raggiungere il fatto saltando la sua interpretazione, voler ricostruire l’evento eludendo la testimonianza che ce lo comunica. Storia e fede dunque, pure in una possibile distinzione, non devono essere radicalmente separate: non è possibile dividere la storia di Gesù dalla testimonianza della comunità, che la rende per noi accessibile. Il punto di partenza della ricerca – lo si voglia o no – è perciò sempre la mediazione della Chiesa, dove si intrecciano la memoria e l’interpretazione. Questo intreccio non deve sorprendere. Sorprenderebbe il contrario. Due sono infatti le facce inseparabili di tutta la Rivelazione: l’evento, il fatto in sé, e la sua interpretazione. Si tratta perciò di dimostrare con argomenti storici che è ragionevole fidarsi della comunità, la quale ha trasmesso i fatti e le parole di Gesù insieme con le loro interpretazioni. Del resto, la Chiesa non si giustappone alla Scrittura, ma la Scrittura si origina all’interno della Chiesa, al fianco della Tradizione vivente. La comunità, infatti, non intende né sovrapporsi all’evento né tantomeno ignorarlo nella sua effettiva storicità. Quella della Chiesa è una trasmissione fedele, che vigila su arbitrarie innovazioni e non è guidata da una incontrollata creatività. Per questo, per raggiungere il Gesù della storia, la Chiesa non deve essere saltata ma ascoltata. Noi possiamo trovare molti argomenti per giustificare e fondare questa fiducia, e possiamo anche, dalle narrazioni sia pur frammentarie, ricostruire i fatti in una misura sufficiente per verificare la legittimità di queste conclusioni. Non esiste una comunità che si trova il Vangelo bello e pronto, ma una Chiesa che trasmette una buona notizia che ha esperito e fatta sua o, meglio sarebbe dire, proprio registrato».

«La storia però non deve uscire dal metodo storico?», chiese umilmente il padre Antonio Battista.
«No, quello no! Ma la sana ricerca storica non esige che, a priori, si abbia sfiducia della Chiesa semplicemente perché si tratta di una comunità credente. La fede non si oppone necessariamente all’interesse storico. Ho quasi vergogna nel ricordare a eminenti sacerdoti come voi come la tradizione orale non sia necessariamente anonima, informale e incontrollata. Gli studi sul giudaismo rabbinico e anche di antropologia culturale mostrano processi di trasmissione nei quali l’oralità viene in diversi modi verificata e controllata. All'interno di comunità strutturate, come sono le prime comunità cristiane, non è fuor di luogo pensare a un controllo esercitato in vario modo dalle comunità stesse e anche dai testimoni oculari dei fatti, mediante processi di memorizzazione, presenti in tutte le culture prima dell’arrivo della scrittura. No, non c’era il magnetofono, ma possiamo stare tranquilli che quella della Chiesa non è un’idealizzazione di un Gesù invero mai esistito».

Il pretino del Sudamerica annuiva convinto e aggiunse: «Del resto, se perdiamo di vista questa attualità storica, i Vangeli cadranno nell’oltraggiosa manomissione gnostica, e si finirà sull'orlo di un nuovo docetismo. Tanto più che la negazione dell'importanza dei fatti storici si tira dietro la negazione di ciò che appartiene all’essenza del Vangelo».
«Esatto», gli fece eco don Augusto, «come ha detto quel benedetto teologo, tra i più grandi viventi: “l’opinione che la fede come tale non conosca assolutamente niente dei fatti storici e debba lasciare tutto questo agli storici, è gnosticismo: tale opinione disincarna la fede e la riduce a pura idea. Per la fede che si basa sulla Bibbia, è invece esigenza costitutiva proprio il realismo dell’accadimento”».
«Certo!», riprese padre Coimbra de la Coronilla y Azevedo, «Saremmo, però, lieti se potesse spiegarci meglio…».

Davanti al genuino interesse del Padre e alla manifesta svogliatezza del pretonzolo, per niente “lieto”, don Camillo redivivo intavolò lì su due piedi una lectio magistralis.
«Se siete entrambi d’accordo e se avrete la pazienza di ascoltare…».
E mentre parlava le sue mani si chiusero in una morsa d’acciaio, tanto che il prete bolscevico rabbrividì. Davanti a così galante invito nessuno avrebbe potuto rifiutare, ma il pretone si fermò, interrompendo la sua prolusione appena accennata, perché erano arrivati sotto i suoi famelici occhi ravioli di ricotta grossi come mezza mano. Nessuno lo disturbò mentre li polverizzava e nemmeno lo importunarono mentre si rimise a spiegare le cose, dopo aver tracannato un bicchiere di rosso: non c’era alcun registratore, ma era sicuro che chi avesse obiettato sarebbe stato sottoposto a una bella registratina... e le incisioni sarebbe di sicuro rimaste per anni annorum! 

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