10 agosto 2017

Il Puntatore. Alleluja delle lampadine

di Aurelio Porfiri
Ricordo molti anni fa, in una parrocchia di Monteverde Vecchio qui a Roma, che al tempo frequentavo. Ad un certo punto mi introducono l'Alleluia delle lampadine, titolo che al momento mi apparve arcano.

Poi cominciò la dimostrazione pratica del canto stesso e ricordo di aver provato una sensazione di agghiacciato imbarazzo. Ma siamo veramente ridotti così? E ricordo i vari preti che, per fare i "ggiovani", si dimenavano attirandosi la simpatia dei malaccorti e la commiserazione degli avveduti.

Pensavo sarebbe stato bene, durante l'esecuzione di questo un provvido blackout, ma prevedendo i tempi dell'infinita misericordia, la potenza celeste ha forse non ritenuto opportuno di accontentarmi. Il problema non è solo la musica, ma il testo: "la nostra festa non deve finire e non finirà". La nostra festa? Ma non è un canto per la Messa? La Messa è la nostra festa? Ma la Messa non è un dono che riceviamo, la partecipazione al Sacrificio di Nostro Signore? Mi sembra che di festa non ci sia poi molto.

Ma il testo poi prosegue dicendo: "perchè la festa siamo noi che camminiamo verso te". Ecco spiegato tutto! La Messa non è più un qualcosa che ci viene dall'alto, ma qualcosa che facciamo noi dal basso, il profano che si sostituisce al sacro. Se si guardasse ai testi di molti altri canti del dopoconcilio il tono non sarebbe poi diverso. Questa idea che il sacro viene dal basso non ha certamente sacralizzato la società, anzi, ha profanizzato il tempio. Si è confuso il partecipare verso l'alto con il banalizzare verso il basso.  

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