22 agosto 2017

Il sogno rivelatore o l’“influenza” dei Santi Martiri

di Samuele Pinna

Un uggioso sabato. Di sera
Era una notte buia e tempestosa, la pioggia scendeva a scrosci e batteva sulle finestre a un ritmo regolare e snervante, mentre l’ululato del vento era come un fastidioso ritornello che non cessava mai. Ricordo con precisione che era un sabato freddo e uggioso di ottobre. A pensarci bene più che gelido era umido, ma la mia febbre faceva apparire tutto con accenti più drammatici. L’influenza, infatti, che trascinavo da giorni si era fatta più risoluta costringendomi necessariamente a letto. Ed è così che proprio prima di addormentarmi, cercando la medicina da prendere, mi imbatto in alcuni fogli scritti temporibus illis eppure ben conservati in una cartelletta trasparente. Non rammento come mai quello scartafaccio fosse lì, tuttavia, senza accorgermi dell’irreparabile delitto, afferrai quelle carte ingiallite assieme al farmaco. Sennonché, nell’attesa di addormentarmi – vuoi perché preso da un delirio dovuto al malessere, vuoi perché convinto di offrire quella sofferenza per una mia pronta guarigione –, ho ripreso tra mano quei vecchi appunti di ecclesiologia (questa la materia esposta nel documento ritrovato). E, pur mancando un qualsivoglia motivo ragionevole, mi sono rimesso a leggere alcune pagine, quando all’improvviso, incerto sulla cagione – forse per la febbre che saliva o a causa dell’infervorata lettura –, sono incappato in un sonno agitato e inquieto. Tuttavia, dopo essermi svegliato a più riprese, ho infine iniziato a dormire profondamente, ma – ahimè – un sogno terrificante mi ha colto quasi alla sprovvista.

Un sogno terrificante
Spettatore fuori campo ma insieme misteriosamente partecipe e attore , mi trovavo in una lontana località, un luogo che poteva essere benissimo la mia amata Sardegna come pure la stupenda Terra Santa. Il cielo era di un azzurro terso e il sole, alto e splendente, parea rota infocata ardente senza posa, quasi rinascesse dal suo stesso consumarsi. Mi rammento, inoltre, del caldo opprimente. Il paesaggio, stupendo, era collinoso e verdeggiante, dalla tipica vegetazione mediterranea. L’ammiravo all’interno di una sontuosa basilica, ero infatti al centro di quella che poteva sembrare l’antica Birsa cartaginese. Vestivo una tunica purpurea e lunga che mi arrivava fino ai piedi, cinto ai fianchi da una fascia dorata e sfavillante, ma – cosa stupefacente a dirsi – con le mani avvinte da una corda ruvida che mi graffiava i polsi ormai indolenziti. Con ogni probabilità chi mi si parava di fronte doveva essere un magistrato, vestito della pesante toga bianca ornata con il clavus color porpora. Compresi, dunque, di trovarmi in un Foro del grande Impero, non esattamente in una situazione ottimale né tantomeno invidiabile.
A tal punto il sogno era verosimile che rammento con precisione il dialogo tra me, probabile condannato a morte, e il mio aguzzino. Ciò che mi circondava appariva invece vacuo e indecifrabile, proprio come nei sogni.
Il mio persecutore, poi, lo ricordo bene: era seduto, sì, ma penso fosse alto, e benché avesse i capelli brizzolati, sembrava giovane, un viso banale che certo non brillava per bellezza, un corpo sproporzionato, oblungo e simile a una pera, dalle mani tozze e piccole, con le gambe che si intravedevano dal vestito corte e tarchiate. I suoi modi marziali uniti a una voce femminea e da movimenti non proprio da vero vir mi infastidivano non poco.
Prima che potessi accorgermi aveva avuto inizio un efferato interrogatorio.

L’efferato interrogatorio…
«Sei tu cristiano?».
«Sì, lo sono», risposi io titubante, quasi mi vergognassi o avessi paura di affermarlo con chiarezza. E con un prodigio che avviene solamente nei sogni, ecco, quasi fossi schizofrenico, presi ad allontanarmi dalle cose che affermavo e, come per uno strano e malaugurato sortilegio, pensando a una cosa ne dicevo un’altra.
«Credi allora in colui che chiamate Gesù il Cristo?».
“Assolutamente sì!”, avrei voluto rispondere, ma invece brutalmente mi uscì dalla bocca, «Credo, come tutti credono in qualcosa».
Alla risposta vaga, l’accusatore continuò pressante: «Non fai tu parte di quella che si chiama Chiesa Cattolica?».
E in luogo di un altro “Sì” convinto, dissi: «Sì..., sì…», e mi giustificai, «quando credi in qualcosa appartieni in ogni caso a una corporazione o a una lobby. A proposito, lei non ha un hobby? Non ha mai giocato a calcio o praticatosport? Non ha mai plaudito a un gladiatore, trascinato da un tifo sfrenato ai ludi circensi? Ha esercitato mai qualche lavoro? Per Giove! Anche voi proconsules avrete sicuramente un sindacato che vi accomuna…».
Accertata ormai la professione del mio accusatore, che nel sogno il mio alter ego conosceva bene, non potei capire chi fosse più basito, se io che guardavo con curiosità e disgusto la scena o il mio vessatore, perché continuai: «… noi cristiani invece sappiamo che la Chiesa, l’istituzione a cui apparteniamo, è peccatrice, pertanto perdonerà qualche incongruenza, errore e conflitto d’interessi! Del resto ’sta Chiesa cos’ha di speciale? Non è una communio peccatorum, ossia una associazione a delinquere? E poi Chiesa, chiesa… neanche l’avesse voluta Dio!?!».
Il giudice era lì silenzioso e nessun tratto o atteggiamento permettevano di carpirne le emozioni. A osservarlo bene, però, mi parve che più che a un proconsole romano assomigliasse a un professore di teologia, di quelli relativamente giovani e capaci di creare tanta confusione piuttosto che dare una sola e minima risposta soddisfacente al quesito teologico. Lo compresi poi meglio dalla domanda che fece in seguito.
«Ma nei vostri testi ufficiali non la definite “santa”la Chiesa?».
Vidi che nel sogno mi mossi infastidito e credo che ragionai più o meno così: “Ma cosa ha fatto questo Proconsole? Teologia in Seminario?”, ma scossi subito con veemenza la testa forse perché pensavo, “Impossibile! Se avesse fatto veramente teologia, come si studia particolarmente adesso, non avrebbe letto alcunché dei documenti della Chiesa!”. Dopo un secondo, tuttavia, fui costretto a correggermi di nuovo: “In realtà, anche lui farà parte della gens degli aggiornati, che ricordano soltanto le parti dei documenti che gli interessano per qualche secondo fine, censurando sicuramente e con scrupolo tutte le altre”. E conclusi disgustato: “Bella teologia del supermercato quella fatta da quelli della sua risma!”. Sicché, a conclusione di tali argomentazioni, risposi scioccandomi nuovamente, notando, tra l’altro, come rassomigliavo a uno scolaretto dedito a ripetere la lezioncina imparata a memoria. «Beh», balbettai come per dare più enfasi a quanto stavo per dire, «di santo ce n’è solo uno e questi è Dio. Sì, la Chiesa è santa, ma poi nei fatti è peccatrice e, dunque, avrà pietà di me che sono peccatore quanto lei. Sono associato a una società con qualche vizietto di forma, chiedo per questo venia!».

… tra santità e peccato
Il Proconsole che non pareva brillare per arguzia avrà sicuramente, se non letto, ascoltato qualche scrittore classico da cui la sua forma mentis prendeva consistenza. La domanda che fece pareva confermarlo, perché disse con il suo tono alquanto effeminato e con una punta di isterismo nella voce: «Ma come può essere santa e peccatrice? È come se un solido fosse caldo e freddo allo stesso tempo, se una res fosse contemporaneamente alta e bassa, grossa e piccola, magra e grassa, tonda e quadrata…».
Forse questo ragionamento glielo ha suggerito il demonio”, pensò il mio alter ego che subito fu costretto a rettificare, “ma il demonio non esiste…”.
Certo, il nostro Proconsole teologico la sapeva lunga, evidentemente a un attento esame si sarebbe scoperto che aveva sì letto tanto per capire poco, ma in questo caso la domanda risultava indubbiamente pertinente e quasi al di sopra delle sue limitate capacità cognitive: forse veramente il Principe delle tenebre ci aveva messo lo zampino.
Io, invece, ero curioso di vedere come sarei uscito da questo cul de sac in cui mi ero cacciato. Sbalordendomi ancora una volta, mi accorsi di come avessi la risposta pronta, notando come questo mi capita più nei sogni che nella vita reale dove, prima di rispondere ad alcune di queste domande, devo meditarci lungamente e seriamente.
«Cosa vuole che le dica», replicai quasi seccato, «non sono mica un teologo! Io dico e penso quello che mi insegnano. La fede va vissuta e non capita! Tutte ’ste parolone: “santa” e “peccatrice”. Io devo vivere con passione il mio ministero… che la Chiesa sia santa a chi interessa, lei non sarebbe probabilmente più agguerrito nei miei confronti? Dicendogli che è peccatrice non ho forse guadagnato da lei più simpatia e – perché no! – anche stima? E poi affermando con indomita sicurezza che è peccatrice non mi tocca più difenderla ponendo a priori i suoi errori e, oltretutto, questo è anche uno sgravio per la mia coscienza che così si sente sollevata. Posso non peccare trovandomi in una Chiesa per essenza peccatrice?».
Vidi con forte disgusto che l’altro annuiva a quelle furbesche parole, anche lui forse era caduto nella trappola. Quel favorevole momento finì sostanzialmente subito poiché ricominciò serrato l’interrogatorio.

Influenza dei Santi Martiri
«Ma tu dici di credere in Gesù Cristo e quindi ti rifiuti di sacrificare all’imperatore?».
“Oh!”, pensai con un’esclamazione soffocata, “Siamo, dunque, sicuramente in ambiente romano!”. Credo, dico ora, che la lettura delle vite di alcuni Santi Martiri, tra cui spiccano quelle di Cornelio e Cipriano e soprattutto del racconto del supplizio di quest’ultimo, mi abbia sin troppo influenzato.
Sicché, con nuova e insospettata capacità oratoria, replicò quello che ero io nel sogno, «Rifiuto? E perché dovrei rifiutare? Solamente prima dovrebbe esserci un dibattito tra persone civili, come noi, in cui spiegare le nostre rispettive posizioni, i nostri riti, le nostre usanze, il motivo per cui noi dobbiamo sacrificare all’imperatore e la ragione per la quale voi non partecipate alla nostra celebrazione dell’Eucaristia oppure cosa vi spinge a volere introdurre nelle vostre immolazioni agli dèi anche noi… Insomma prima di fare un passo tanto importante vorrei, che ne so, riunirmi in un salotto Tv con qualche psicologo, letterato, teologo e gente popolare per discuterne insieme. Rifiutare? Mai pensato!».
«Allora saresti disposto a sacrificare agli idoli?», riprese l’altro esacerbato, «E i tuoi fratelli nella fede che io ho fatto ammazzare, ho esiliato e di cui ho confiscato i beni perché si sono rifiutati?».
«Cosa vuole che le dica», sospirai, «non sono mica il guardiano dei miei fratelli. Quelli fanno parte di una mentalità superata, obsoleta, senescente, in una parola: reazionaria. Impuntarsi così per qualche granello d’incenso, a me che l'incenso neppure piace, liturgicamente parlando! È frutto della superstizione o peggio di un livello culturale basso, di chi si arrocca sulle proprie idee. No, no, no! Bisogna dialogare, dialogare, dialogare, e in questo modo si può aggiustare e comporre ogni dissenso».
«Ma voi dite che esiste “una” verità annunciata da quel predicatore Nazareno e che coincide con lui?».
“O mio Dio!”, sentii il pensiero dell’imputato, che poi ero ancora io, “il nostro Proconsole è anche biblista. Tanto meglio, così userò il tipico metodo dell’esegesi che ho appreso senza troppa fatica, risponderò cioè usando la Bibbia e facendole dire quello che voglio”.
«Ma sì», iniziai l’arringa difensiva, «chi possiede la verità? Noi ne partecipiamo di una parte piccola e chi mi dice che è quella vera, non c’è niente di oggettivo nella vita. Anche lei, vede, nel suo piccolo sa qualcosa della nostra fede. La verità invece è tutt’altro, non s’inganni. Bisogna credere in quello che pare giusto e sensato. Io credo in Gesù e molto di ciò che ha predicato è indiscutibile, perché il problema non è quello che ha affermato Nostro Signore, ma come io lo comprendo e applico. Gesù dice di amare il prossimo e, guardi, con lei lo sto facendo, non le apparirei più sgradito e noioso, persino dogmatico, se le avessi risposto: “Sì, credo in Gesù Cristo che è la via, la verità e la vita e che la verità che è solo nel Signore Gesù è trasmessa a noi tramite la santa Chiesa, senza macchia né ruga”. Non le sarei risultato, in tal modo, un fanatico intransigente proprio contro il vostro modo di ragionare incline verso la tolleranza nei confronti di tutti e tutto?».

Un fulmine a ciel sereno
Il mio carceriere era visibilmente spazientito, credo più per la indiscutibile bravura di confondere le idee dell’interrogato che non per una sua pur minima attitudine alla comprensione. Un’altra domanda mi colse impreparato, ma questo non fu un problema per il mioalter ego che rispose ancora una volta con non chalance.
«È bene che mi risponda correttamente», abbaiò aggressivo l’accusatore a un passo da una crisi di nervi, «vista la sua posizione preminente che ha nella Chiesa, quale vescovo!».
Per un attimo sospirai. Non nego un poco di soddisfazione a quella rivelazione. Del resto, chi non aspira ai carismi più alti? In verità, io – a differenza di qualche persona che conosco – non ci penso affatto, convinto che quanto più si sale tanto più ci sono gatte da pelare, ma nei sogni non disdegno queste cariche, poiché è facile nelle fantasie fare sempre le scelte giuste ed essere una guida dall’animo retto e coscienzioso: il buon Re, valoroso e probo, o il santo Papa misericordioso e buono, o ancora il giusto Vescovo e il nobile Abate, l’impavido Imperatore… Del resto – continuava allora il mio pindarico ragionamento –, è inoltre risaputo che rifiuta le nomine solamente chi non le riceve… Ma ecco, come un fulmine a ciel sereno, questi miei idilliaci pensieri che mi frullavano nella testa furono precipitosamente interrotti dalle strampalate disquisizioni che involontariamente uscirono dalla mia bocca.
«Oh no!», dissi con trasporto ed enfasi zittendo l’avversario, «Questo non lo tollero! Buttarsi e criticare la mia nomina. Lei è un cerbero! Non sa che un episcopato oggi non lo si nega a nessuno! Ma il mio è stato anzitutto meritato e vissuto in piena conformità evangelica! Si deve seguire il Vangelo, non le norme!».
«E questo cosa significa?», interruppe brusco l’altro.
«Non lo so con precisione», risposi sicuro di me, «ma lo sento ripetere spesso in giro e devo dire che non mi trovo per niente male. Del resto, non ho mai detto a un laico di fare qualcosa, rispettando il primato della sua coscienza! Nessun insegnamento, nessuna norma, nessuna indicazione: dobbiamo crescere insieme!».
«Ma voi non siete a guida e a governo delle comunità che presiedete?».
«Lei è un preconciliare!», dissi offeso, «Ed è rimasto al buio medioevo! Bisogna delegare, delegare, delegare!». E, con fare complice, confidai: «Pensi che nella mia Diocesi vorrei che anche i laici dicessero Messa, almeno risolviamo ’sto annoso problema delle poche vocazioni…».

Troppa loquacità davanti al Mistero
Il Proconsole sembrava cedere, ma, probabilmente spinto dalla voglia di vedere qualcuno soffrire, domandò a bruciapelo: «È vero allora che voi vi ritrovate almeno settimanalmente, mangiate e bevete insieme e dite che quello è il Corpo di Gesù che si è sacrificato per voi?».
«Ma certo!», risposi decisamente scocciato, «ma scusi lei non si ritrova mai a mangiare una pizza con gli amici? E a giocare una partita a calcetto con annesso un happy hour strimpellando la chitarra al ritmo dei tamburelli? Il nostro è solamente un rendere grazie a Gesù per quello che ha fatto per noi!».
«E il sacrificio?».
«Assolutamente no! Nessuno sacrifica nessuno! Siamo pacifisti a oltranza!».
Il tormentatore stava divenendo sempre più vittima, tormentato dalle risposte inattese e questo era per me, che guardavo impietrito lo strambo colloquio, un valido motivo di condanna.
Purtroppo, o per fortuna, la febbre era aumentata e il sogno era sfumato all’improvviso forse – per i sadici o maniaci – proprio sul più bello.

La fine di un incubo?
Mi svegliai madido di sudore e ripensai a lungo a quel sogno. Non ho la superbia di pensare che la visione avuta nel sonno, così come quelle di cui parlala Sacra Scrittura, sia stata profetica, ma il suo ricordo nitido e attuale non me l’hanno fatta dimenticare facilmente. Di sicuro è stato soltanto un incubo maligno, non potendo dire con certezza se frutto di una influenzata lettura di alcuni appunti di una ecclesiologia sconsiderata o, semplicemente, della febbre. Al di là di tutto, però, una cosa l’avevo capita per bene: che cioè i nemici della fede esistono e sono i nemici della fede, mentre i Martiri sono stati e sono coloro che hanno pagato e pagano non tirando il prezzo, ma consegnando la loro vita, dando così testimonianza non a se stessi né ai propri pii ideali, ma a Cristo.

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