04 agosto 2017

La responsabilità etica dei cattolici nella comunicazione (prima parte)


di La Baionetta

Sotto l'impulso di Giovanni Paolo II, evidente soprattutto nel Convegno ecclesiale di Loreto del 1985, i cattolici italiani sono sollecitati ad agire in modo che "la fede cristiana abbia, o recuperi, un ruolo-guida e un efficacia trainante".

In questa prospettiva missionaria i media - giornali tv radio internet - assumono una rilevanza senza precedenti per la testimonianza del messaggio cristiano nella società moderna, reagendo alle “teologie” della scelta religiosa, la quale condanna il cattolico all'irrilevanza e all'intimismo; con il rischio di un cristianesimo dis-incarnato e incapace di dare ragione della sua unicità e del suo essere risorsa preziosa per il bene comune.

Non a caso, la specifica dei comunicatori cattolici consiste nell'offrire, all'interno della Babele informativa attuale, una sana etica della comunicazione fatta di coscienza critica e di risposte concrete ai bisogni spirituali e materiali delle persone: in termini di ragione, significato della vita, Speranza, Giustizia, Carità. Ma non solo, essi assicurano la libertà della Chiesa dinanzi al nuovo “consumistico impero globale della sfera” - per usare un'espressione cara a Papa Francesco -, costruito dalle multinazionali dell'informazione, che non agiscono nella più totale trasparenza, e nemmeno nell'interesse dei singoli; anzi, l'intento loro è di indebolire la capacità di giudizio di questi, performandoli ad un “pensiero unico” mainstream; a discapito della libertà di parola e di coscienza; beni sia per i credenti che per i non credenti.

I cattolici, per la propria unicità, devono vigilare sulle possibili manipolazioni dell'informazione, e ciò si inserisce nella tradizione culturale della dottrina sociale della Chiesa e riafferma il principio etico, valido anche per la comunicazione sociale: “Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è moralmente lecito”.

I tre relatori, di cui sotto forniamo un breve curriculum, hanno saputo dimostrarci che raccontare la realtà, contro ogni tentativo ideologico di falsarla, è il dovere etico più importante. Oggi, in cui il senso del limite, la certezza del vero e del bene sono smarriti.

Mauro Carmagnola e’ nato a Torino il 16 settembre 1960, si e’ laureato in Scienze Politiche ed ha conseguito un master in Finanza presso la Scuola di Amministrazione Aziendale di Torino. Giornalista pubblicista dal 1993, e’ direttore responsabile de Il Laboratorio di MCL Notiziario provinciale lavoratori. Presidente del’Unione Regionale MCL del Piemonte e Consigliere Nazionale del movimento e Consigliere Nazionale del movimento ed entra nell’Esecutivo Nazionale MCL. Autore di saggi e libri, tra cui Appello Bianco, redatto assieme a Luca Reteuna, e Perche’ Berlusconi non ci ha liberati dal comunismo.

Giancarlo Chiapello è nato a Torino il 30 agosto 1974, residente a Moncalieri (To). Fin da giovane impegnato nel volontariato parrocchiale nel servizio dell’animazione dei giovani e nell’organizzazione di attività oratoriane si occupa anche della formazione degli animatori. La passione per la politica, intesa come “un’alta forma di esercizio della carità”, l’ha portato negli anni ad essere impegnato nella dirigenza locale e provinciale del Partito Popolare Italiano ed eletto nel 2002 consigliere comunale di Moncalieri dove ha ricoperto le cariche di capogruppo e presidente della Commissione consigliare permanente cultura, giovani, infanzia, pari opportunità. È stato negli anni responsabile dei giovani popolari dopo lo scioglimento del PPI e responsabile nazionale sia propaganda e studi sia organizzativo del movimento laico di ispirazione cristiana «Italia Popolare». Fondatore del Centro Studi Sociali «Mario Becchis». Oltre ai libri curati per Effatà, ha pubblicato Mario Becchis, il Sindaco intellettuale, ed. Iniziative Editoriali (Moncalieri, To), Sulla strada di Gerico. Animatori parrocchiali oggi, ed. Vita. Da marzo 2017 è direttore dell'Ufficio diocesano della Pastorale Sociale e del Lavoro, presso la Diocesi di Pinerolo.

Marco Margrita, vive tra Giaveno, Pinerolo, Torino e Roma. È esperto di comunicazione, consulente editoriale per Echos Group, membro del cda della fondazione romana politico-culturale Europa Popolare, legata al Partito Popolare Europeo e al MCL, dirige la comunicazione di Dai-impresa, gruppo di Aziende, Imprenditori, Professionisti, Artigiani e Commercianti radicati a Torino e nella sua Prima Cintura, Val Susa Val Sangone e Pinerolese; cura la comunicazione per alcune importanti realtà del Terzo Settore; conduce con Luca Calcagno, l'approfondimento giornalistico a Radio Italia Uno, dopo aver condotto con Maurizio Berta la trasmissione "Il Sasso nello Stagno", prima su Radio Dora poi su Susa Onda Radio; ha collaborato e collabora con importanti testate locali e nazionali come Vita Diocesana Pinerolese, La Valsusa, il settimanale Tempi, ed è direttore de La Pietra Nello Stagno, giornale online canavesano, di 2006piùMagazine e de Il Monviso, mensile e settimanale storici del Piemonte.

Abbiamo chiesto ai nostri autorevoli ospiti di riflettere su quanto scritto e di condividere come affrontano le sfide quotidiane. In un'epoca in cui il ruolo della presenza cattolica nella stampa e nel mondo editoriale resta minoritario, nonostante l 'imponenza dello schieramento e il suo radicamento capillare nel territorio e nell'istituzione ecclesiastica.

Ha moderato la penna nera Federico Montagnani, che ha detto: "Benché il tema della responsabilità dei cattolici nella comunicazione sia sempre importante assistiamo da qualche tempo a un fenomeno singolare, cioè l'attività di sabotaggio da parte di una vera e propria “quinta colonna” all'interno del mondo cattolico, che una volta avremmo definito militante e conservatore nei confronti di chi, proveniente da questo stesso mondo, ancora difende i principi non negoziabili e una presenza militante dei cattolici nella sfera pubblica. Per fare una breve cronistoria gli eventi salienti sono stati l'opposizione al family day di piazza San Giovanni: penso all'articolo di Crippa su Il Foglio a proposito dei cattolici ideologici e integristi, la polemica su Papa Francesco al convegno ecclesiale di Firenze contro i cattolici pelagiani, che confidano nella norma e gnostici che confidando nel ragionamento perfetto dimenticano la carne del fratello; infine, il dossier de la Nuova Europa sui fondamentalismi a cura di Massimo Introvigne. Per non dimenticare padre Spadaro e il suo 'ecumenismo' tra destra evangelica americana e integralisti cattolici. A quanto pare i fondamentalisti siamo noi che ci poniamo tutta una serie di questioni - quali appunto la difesa dei principi non negoziabili, tra cui la vita, la lotta senza compressi alla deriva antropologica. E novità, l'attacco viene non solo da Repubblica o da Vito Mancuso, Enzo Bianchi, ma da parte dell'ex mondo cattoconservatore militante. Ora tutti questi soggetti sono accomunati da un uso smodato della retorica per creare fondamentalisti là dove ci sono cattolici, e integristi dove ci sono integralisti. Forse anche nel sapere affrontare temi così importanti fuori dalla retorica dei muri e dei ponti sta il contributo di noi cattolici senza “etichette” e la nostra responsabilità nella comunicazione, cioè nel riallenare uno spirito critico e cercare innanzitutto la Verità. Questo sarebbe utile a noi stessi e a tutti. Ma soprattutto, mi sembra che il contributo dei cattolici nella comunicazione debba essere lo spirito critico. Contributo fondamentale in un'epoca in cui retorica la fa da padrona, che è quindi necessario per saper andare oltre questa retorica; e poi non deve mancare la difesa di una certa idea di libertas ecclesiae nel pensiero unico dominante e mainstream, che Papa Francesco ha definito in più di un'occasione con la figura della sfera. Dunque, chiederò ai nostri relatori come declinano questo tema nel loro lavoro. La parola a Mauro".

Mauro: “Direi prima di tutto che i cattolici hanno informato la società civile, la legislazione italiana in materia di libertà di stampa, di pluralismo dell'informazione. Noi abbiamo attraversato un periodo in cui si è legiferato in merito a questi temi con una forte presenza pubblica dei cattolici. Questo obiettivamente, storicamente ha dato luogo a delle sensibilità che forse non ci sarebbero state se ci fosse stato aria di regime. Ne cito alcuni di questi personaggi, Guido Gonella è stato un presidente di tutto l'ordine dei giornalisti, ma non è mai venuto meno alla sua identità: non la usava in termini strumentali ma l'usava al fine di un giornalismo il più libero possibile. Sensibilità che nonostante l'incapacità, la malizia di certi giornalisti ed editori, ha saputo influenzare positivamente l'intera Europa, non solo il nostro Paese.

A questo punto non posso non pensare alle varie carte che abbiamo noi giornalisti. Carte come quella di Treviso, le quali studiamo, ripetiamo a memoria; ne abbiamo così tante a cui appellarci che tra poco non avremo più la carta su cui scrivere. In questo vi è sicuramente un'impostazione umanitaristica in senso lato, che magari con il cattolicesimo ha poco a che vedere, nonostante presenti alcuni punti che si ispirano ad esso.

I cattolici hanno il ruolo che quando la società glielo permette è propositivo e positivo, e di crescita di tutta la comunità nel suo complesso. Se non ci fossero stati dei cattolici, probabilmente la legislazione italiana, e anche poi la giurisprudenza relativa, sarebbe stata diversa; ci sarebbe stata una sensibilità diversa anche nei confronti di tante situazioni che noi viviamo, che deontologicamente, in quanto giornalisti, siamo tenuti a rispettare. In qualche maniera stringente, pesante nei confronti della categoria. Ma direi che è dovuto per i bambini, per il rispetto di ogni persona. Devono essere protetti da certe strumentalizzazioni dei mezzi di comunicazione di massa, che avvengono quando vi è un clima fortemente ideologico.

Ecco che considerando attentamente la storia della presenza cattolica nel nostro Paese, possiamo ben vedere quanto sia stato fondamentale il ruolo dei cattolici nella comunicazione negli anni in cui c'è stata la loro egemonia politica e anche in parte culturale. Non posso non ricordare cosa è stato il servizio pubblico televisivo. Chi è nato con la televisione tra gli anni 50 e 60, dovrebbe ricordarsi che si era reduci da un'esperienza illiberale e dittatoriale. La televisione italiana per passaggi successivi ha saputo essere tre cose; innanzi tutto, una televisione sostanzialmente libera, in cui con una sola rete si riusciva a fare più servizio pubblico, perché c'era un'attenzione alla qualità. Era una buona televisione, lo riconoscono tutti, in cui i cattolici erano fortemente presenti con la produzione e con la comunicazione giornalistica. Questo fa pensare. Oggi abbiamo una televisione decaduta, e sempre tutti lo riconoscono, e abbiamo meno presenza dei cattolici, sia dal punto di vista culturale che della comunicazione giornalistica. Direi che le due cose sono collegate. Con la venuta meno dei cattolici, è venuta meno la qualità.

Secondo aspetto. La funzione educativa della televisione era alta. Pensiamo al programma per l'alfabetizzazione “Non è mai troppo tardi”. Se oggi si fosse così attenti, si potrebbero fare programmi per l'integrazione culturale, da rivolgere agli extracomunitari. Ma con il servizio pubblico cosa diamo, con le reti commerciali cosa favoriamo? Niente! Al massimo diamo loro le telenovelas o prodotti inutili.

Terzo aspetto. Una sana idea di pluralità vigeva nella televisione e nella comunicazione di matrice cattolica, all'epoca della pienezza della possibilità. Ecco perché non erano i soli. Il padre di Veltroni era un esponente importane della Rai, nessuno gli ha mai detto niente; non è che ci fosse la caccia alle streghe verso coloro che non condividevano la Fede cattolica. I cattolici non hanno mai avuto un'idea opprimente, unilaterale della divulgazione giornalistica e di contenuti. Questa tv faceva da contraltare alla stampa laicista e anche alla stampa di sinistra, come l'Unità, forte soltanto per meriti di partito. Di fatto anche nel momento in cui ci si impegnava per un discorso di parte, si teneva conto dell'equilibrio pluralistico nella comunicazione. Oggi questo è saltato perché la comunicazione è così frammentata che non ci si pone più il problema del pluralismo vero; al contrario, se ne propone uno falso. Non c'è paragone con quello che possono mettere in campo sul web determinate testate, quali Il Corsera e Repubblica e quello che può mettere in campo la sommatoria di piccole testate. Questo per dire che la possibilità di dare spazio, permettere di esprimere giudizi idee a tutti è un'illusione. In realtà sono privilegiati soltanto gli organi laicisti a discapito di quelli cattolici e di quegl'altri che non si piegano ad una visione laicista.

Il pluralismo di quegli anni sapeva contagiare. Anche i giornali più faziosi, come La Stampa di Torino, era più attenta alla nostra cultura, per esempio lasciava uno spazio, mi ricordo, a Carlo Bo e ad altri in campi o pagine particolari. Se poi vediamo la svolta che c'è dopo l'avvento di Giovanni Agnelli al timone dell'azienda Fiat e della testata con suoi direttori, da Levi a seguire, scompare la presenza cattolica, che rimane ancora sul Corriere della Sera e sul Secolo XIX. C'è stato un impoverimento, della qualità giornalistica, parallelo all'indebolimento della presenza dei cattolici. Ripeto, laddove sono forti, si rispetta di più il pluralismo; c'è più effervescenza, vivacità. Il lavoro censorio è infinitamente meno aggressivo di quello a cui assistiamo oggi, non solo nei nostri confronti ma anche uno verso altro.

Altro aspetto importante da sottolineare è questo, la ricchezza rappresentata dalle testate locali cattoliche, che sono la fortuna di questo Paese; alcune delle quali hanno storicamente una forte connotazione cattolica.

Ai cattolici si apre la prospettiva di saperle valorizzare, attraverso il prendere coscienza che il modo di fare cronaca e l'approccio linguistico sono cambiati rispetto a 50 anni fa. Questi aspetti della comunicazione devono essere cambiati aggiornati; ovviamente, non devono cambiare i nostri valori di fondo; occorre essere ancorati ad una visione positiva e costruttiva del mondo, ancorati alle comunità locali, essere buoni giornalisti; fare giornali letti e diffusi. Possono ancora stare sul mercato, perché vendono al contrario dei giornali dei signori della modernità, i quali vedono sempre più diminuire il numero di lettori, nonostante le abbiano provate tutte, anche con internet. Vuol dire che può esserci ancora mercato per la carta stampata. Soprattutto quando i nostri prodotti sono di qualità, originali. Non come La Stampa e Il Secolo XIX, che ormai hanno perso la propria originalità storia: se li prendete in mano, li aprite, vedrete che oramai molte pagine della prima si ripetono su quelle della seconda. Così l'identità di questa si perde in un'omologazione. E meno male che i loro signori dovevano portare maggiore pluralità (falsa, come dicevo sopra), rispetto a noi e a chi altro non si piega ai dettami del laicismo.

Noi oggi possiamo dire serenamente, sebbene le difficoltà non manchino, che la carta stampata cattolica ancora vive.

Mi avvio verso la conclusione. Vi parlo brevemente della vicenda de Il Laboratorio, per raccontarvi come provo a fare buona comunicazione, seguendo pure quanto ho riportato sopra. Tale esperienza dà il nome ad un'associazione e a una testata. Come dissi al rilancio qui a Torino dell'Unione Cattolica Stampa Italiana, è nata non in chiave confessionale ma come periodico mensile, senza etichetta con l'intenzione di far discutere, di stimolare qualche cosa, prima di tutto la materia grigia dell'emisfero destro nella nostra testa, che è a disposizione di tutti... far discutere, provocare dibattiti.

Esperienza in cui l'attenzione per il pensiero cattolico è alta perché se lo merita; non è un scelta di parte, anche perché sulla testata ci può scrivere anche chi arriva da altre scuole culturali, basta che sia intelligente, ragionevole e rispettoso. Si può fare all'inverso, non fare i cattolici, che poi ad un certo punto per timore della cultura dominante sbiadiscono. Si può partire da un'esperienza aperta e poi arrivare ai contenuti che più ci interessano come cattolici. Così io e diversi amici, tra i quali molti dei presenti, per esempio alcuni degli amici de La Baionetta. I temi che solleviamo sono davvero importanti e sempre presentati con ragionevolezza. Sono esterrefatto dallo slogan renziano “aiutiamoli a casa loro”. Perché? Perché noi cattolici non diremmo mai ciò, e nel caso lo dicessimo, coniugheremmo ciò con delle proposte di aiuti concreti, come faceva Giovanni Bersani, senatore e storica guida del Movimento Cristiano Lavoratori.

Quando si va “avanti” in quel modo, con quegli slogan, l'immiserimento è dietro l'angolo. Che aumenta quando i cattolici autentici scarseggiano nella vita pubblica e politica. Lo vediamo bene nei tg regionali, ove la mancanza dei cattolici si fa sentire, fortemente. L'ho capito qualche settimana fa, guardando il Tg3; il giorno in cui a Torino e ad Alba hanno organizzato il gay pride. Su 5-6 servizi, 3 erano dedicati a tali manifestazioni. Uso ideologico dell'informazione, scorretto, perché hanno dato un peso eccessivo rispetto alla realtà che i due pride rappresentano.

Mentre la tv locale l'ho sempre vista con piacere. Al di là della faziosità che si poteva vedere, alla fine è la tv più vicina ai fatti. Invece al Tg3 si parla di fatti ideologici, quando ci sarebbe un spazio enorme per i fatti vicini alle persone, quelli banali come gli scippi, l'ingorgo automobilistico. Questa sarebbe buona cronaca, invece lì solo vi è ideologia, che porta i telegiornali e i giornalisti sempre più lontani da noi, persone del popolo.

Se non c'è l'impegno ad occupare spazi, si arriverà a esiti pericolosi. I cattolici hanno fatto bene per anni e possono dare molto. Devono, dobbiamo prendere l'iniziativa, riacquisire capacità vivacità presenza; altrimenti, e mi ripeto volentieri, la qualità della comunicazione della cultura della politica si deteriorerà. A questo dobbiamo tenere come persone, cittadini e credenti".

 

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