19 agosto 2017

L’Islam e l’Europa dopo Barcellona: che fare?


di Fabio Petrucci

Con il barbaro attentato del 17 agosto il terrorismo di matrice islamista è tornato ad insanguinare l’Europa. Anche Barcellona è così entrata nel novero delle metropoli colpite dal cieco fanatismo jihadista. Dopo Parigi, Bruxelles, Berlino e Londra, un’altra grande città europea (sostanzialmente una “capitale”) è precipitata nell’incubo della morte che all’improvviso piomba sulla vita di ignari cittadini e turisti. Purtroppo sembra che gli europei si stiano inesorabilmente abituando a questa durevole spirale di terrore, come se l’insicurezza fosse ormai entrata a far parte dello stile di vita “occidentale”. Ma a quanto pare le società europee non si stanno abituando soltanto agli attentati, ma anche a reagire ad essi in maniera imbelle, superficiale e inutilmente melensa: dai gessetti colorati ai filtri su Facebook, dagli hashtag su Twitter alle foto dei gattini, è tutta una sequenza di gestualità collettive che segnalano la grave crisi della nostra civiltà, sempre più incline ad un emozionalismo politicamente corretto, cieco dinanzi alle cause delle sfide esistenti.

Alle inconcludenti reazioni appena descritte andrebbe contrapposta la volontà di venire a capo dei complessi processi che hanno condotto a questo stato di cose. È tempo di archiviare gli slogan sistematicamente ripetuti in occasione di attentati come quello di Barcellona, così come le minimizzazioni volte a nascondere gli errori delle classi dirigenti europee. Esorcizzare i problemi con slogan semplicistici come «l’islam è una religione di pace» non farà altro che rimandare all’infinito un’autentica presa d’atto da parte delle società europee.
Gli attentatori di Barcellona, al pari di quelli di Parigi o di Bruxelles, potranno anche essere dei soggetti isolati e sradicati, votati ad uno spontaneismo terroristico dai contorni folli e non appartenenti ad organizzazioni politiche strutturate, ma la matrice dei loro gesti affonda dichiaratamente le proprie radici nell’islam. A Barcellona, come altrove, gli attentatori potrebbero anche avere agito in assenza di occulte “regie” organizzative, ma il contesto ideologico delle loro azioni è quello ben noto del jihadismo. Le strumentali rivendicazioni dell’ISIS non giungono per caso. E da qui sorge una prima questione, tutt’altro che marginale, ossia quella del rapporto tra islam e violenza.
Sarebbe riduttivo e semplicistico affermare che quello tra islam e violenza è un binomio inscindibile, ma è indubbio che in seno all’islam sia radicata una tendenza all’uso della violenza e della prevaricazione non facilmente estirpabile. È un dato di fatto che per onestà intellettuale chiunque dovrebbe riconoscere. Qualcuno potrebbe obiettare, come accade spesso, che anche i cristiani hanno fatto ricorso alla violenza nel corso della storia. Ma se è vero che la vicenda storica del cristianesimo non è esente da macchie, è comunque necessario superare alcuni luoghi comuni purtroppo considerati alla stregua della verità, primo fra tutti quello legato alle Crociate.
L’islam, affacciatosi nelle vicende del nostro mondo a inizio del VII secolo d.C., si configurò sin dall’inizio come una religione votata alla conquista ed all’espansione armata. Il suo fondatore, Maometto, a differenza di Gesù Cristo, fu un vero e proprio conquistatore militare. Elemento, questo, che costituisce un problema di enorme gravità in quanto, come afferma il noto islamologo Samir Khalil Samir, «nella sua vita, Maometto ha fatto più di 60 guerre; ora se Maometto è il modello eccellente (come dice il Corano 33:21), non sorprende che certi musulmani usano anche loro la violenza ad imitazione del fondatore dell’islam»(1). Una cosa del genere è inimmaginabile nel cristianesimo, religione nella quale l’uso della forza non giustificato da esigenze di difesa costituisce un tradimento del messaggio evangelico. Nell’islam, viceversa, potremmo essere tentati di concludere che il “tradimento” del modello di Maometto e della radicale ortodossia sunnita, costituisca un elemento (forse l’unico) capace di limitare le tendenze violente e prevaricatrici. E forse non è un caso se il sufismo (tradizionalmente considerato come uno dei rami più “illuminati” dell’islam) abbia conosciuto le proprie vette in Asia centrale, tra l’area iranica, erede della ricca ed antica civiltà persiana, ed il cosiddetto “Turkestan”, nel quale – per citare lo storico Franco Cardini – «i musulmani turcomongoli rimasero, e sono ancora, profondamente legati alla loro antica cultura sciamanica: e il loro particolare islam ne reca tracce tanto profonde da far dire a qualche studioso che ancora oggi il musulmano uraloaltaico è “più sciamano che mullah”»(2)..
Esistono dunque fattori culturali, politici ed etnici in grado di costituire un freno alle forze più distruttive dell’islam, ma occorre partire dall’assunto che la violenza dei terroristi non è – come spesso si sente dire – frutto dei presunti torti arrecati ai musulmani con le Crociate e/o con il colonialismo otto-novecentesco. Il problema del rapporto tra violenza ed islam nasce con la religione di Maometto stessa. Spinti dall’afflato del Jihad e dalla volontà di conquista, appena pochi decenni dopo la morte del profeta, i musulmani espansero i confini del Califfato dalle coste atlantiche del Maghreb all’Asia centrale, penetrando poi nella penisola iberica ed arrivando, appena cento anni dopo la morte di Maometto, a minacciare i territori dei franchi. Interi paesi abitati da popolazioni a maggioranza cristiana furono così fagocitati, nel giro di pochi decenni, dall’impero islamico. Occorrerà attendere circa quattro secoli prima di assistere ad un vero tentativo di risposta cristiana: la Prima Crociata, anticipata solo di qualche decennio dalla “protocrociata” degli Altavilla in Sicilia, verrà bandita (e non con questo nome) solo nel 1095, con scopi di mera assistenza ai cristiani d’Oriente richiedenti aiuto.
Certamente durante le Crociate non mancarono episodi poco edificanti da parte cristiana, ma la leggenda nera inaugurata da alcuni pensatori illuministi non corrisponde alla verità storica. Sostenere, per esempio, che l’ostilità islamica nei confronti dell’Europa abbia alla base le Crociate, significa ignorare che esse «ebbero importanza talmente marginale da essere a malapena avvertite alla corte di Baghdad, mentre le invasioni mongole, marginali per noi europei, hanno lasciato nel mondo islamico tracce ancora percepibili nella storia economica e nell’immaginario collettivo»(3). Se oggi l’ISIS ed altri gruppi jihadisti utilizzano sovente la parola “crociati” per indicare i paesi occidentali (che di “crociato” non hanno sostanzialmente più nulla) non è tanto per un antico e rancoroso retaggio, quanto piuttosto a causa di un luogo comune diffuso da alcuni pensatori europei e divenuto un argomento efficace della propaganda islamista. Ciò che la storia insegna è però una realtà molto diversa, che vede l’Europa costretta a difendersi dai tentativi d’invasione musulmana sino al XVII secolo inoltrato, quando la vittoria delle armate cristiane a Vienna (1683) segnò l’ultimo vero tentativo di espansione ottomana nel cuore del Vecchio Continente. Islam e violenza, dunque, un binomio forse non inscindibile, ma senza dubbio profondo, la cui soluzione è resa ancora più ardua dall’assenza in seno all’islam di una guida spirituale universalmente riconosciuta.
Ci si potrebbe chiedere quali sono – se ci sono – le colpe degli europei. Forse in tal senso, piuttosto che risalire al medioevo o alla sostanzialmente breve parentesi del colonialismo, sarebbe più utile soffermarsi sugli errori compiuti dal mondo occidentale negli ultimi cento anni. Errori geopolitici innanzitutto: se c’è una colpa che ricade sull’Occidente, ed in particolare su due paesi (Regno Unito e Stati Uniti), è quella di avere sistematicamente favorito, per ragioni geopolitiche ed economiche, proprio quei settori del mondo musulmano più legati ad un’interpretazione integralista dell’islam. Senza il sostegno britannico oggi probabilmente non esisterebbe uno Stato come l’Arabia Saudita, universalmente noto come centro propulsore dell’ideologia wahhabita. Dopo la Prima Guerra Mondiale, infatti, fu la decisione britannica di favorire l’ascesa dei sauditi a danno della più prestigiosa e moderata dinastia hashemita a portare alla fondazione di questa potente e pericolosa petromonarchia. E ancora, sul finire della Seconda Guerra Mondiale, furono gli Stati Uniti a legittimare definitivamente la dinastia saudita con l’accordo tra Roosevelt e Ibn Saud siglato a bordo della nave da guerra Quincy nel febbraio 1945. Si inaugurò così un matrimonio di convenienza destinato a consolidarsi con il passare degli anni. Da allora USA ed Arabia Saudita, così diversi eppure così “amici”, non hanno mai smesso di sostenere congiuntamente le forze più retrive dell’islam contro i propri nemici geopolitici ed ideologici: così hanno fatto durante la Guerra Fredda con la Fratellanza Musulmana, contrapposta a Nasser in Egitto e ad Hafez al-Assad in Siria; così hanno proseguito con i mujahideen in Afghanistan in funzione antisovietica (fu proprio in questo contesto che vide la luce al-Qaeda); e poi, dopo il crollo dell’URSS, con i separatisti ceceni e daghestani in Russia, i guerriglieri bosniaci e kosovari nell’ex Jugoslavia, fino ad arrivare alle più recenti “primavere arabe” in Libia e Siria. Una prassi consolidata a cui gli stessi paesi europei alleati degli USA sono stati tutt’altro che estranei. Ed ora ciò che sta accadendo è che l’arma del fondamentalismo islamico si sta ritorcendo contro l’Occidente. Non è una novità assoluta: lo stesso Bin Laden, dipinto come un eroico guerriero antisovietico in un famigerato articolo del The Independent del 1993, si tramutò poi nello “sceicco del terrore” dell’11 settembre 2001.
Ma gli errori geopolitici non sono l’unica colpa dei paesi occidentali. In molti paesi europei, infatti, gli ultimi decenni sono stati contraddistinti da massicci flussi migratori che hanno condotto ad una crescita esponenziale della popolazione islamica residente in Europa. Dinanzi ad un movimento di popolazione di proporzioni epocali, i modelli d’integrazione messi in campo nel Vecchio Continente stanno palesemente dimostrando le proprie deficienze. Sono falliti sia il modello assimilazionista e “laicista” della Francia che quello “comunitarista” tipico del Regno Unito, i due grandi paradigmi teorici dell’integrazione in Europa. Più in generale, sembra essere fallita l’utopia di una pacifica società multiculturale. Di fatto, nelle grandi città di molti paesi dell’Europa occidentale sono sorte delle vere e proprie enclavi islamiche in cui i rapporti sociali finiscono per essere regolati più dalla sharia che dal diritto nazionale: solo per fare alcuni esempi, si pensi alla banlieu parigina di Sevran, alla particolare situazione del “Londonistan” nel Regno Unito, a Molenbeek in Belgio, a Malmö in Svezia. È specialmente in queste enclavi che si inserisce l’intervento di sauditi e qatarini, interessati ad espandere la propria influenza ideologica e politica tramite finanziamenti a centri culturali, moschee e progetti sociali. In pratica, contando sulla propria potenza economica e sul sempre appetibile commercio del petrolio, le diplomazie di paesi come l’Arabia Saudita ed il Qatar hanno ottenuto, con il beneplacito di molti governi europei, la possibilità di indottrinare gruppi di fanatici islamisti nel cuore delle città dell’Europa occidentale.
I cittadini europei, dunque, di cose per cui mobilitarsi ne avrebbero più d’una. Sul piano geopolitico, se è vero che nel mondo islamico è in corso la cosiddetta “fitna” (guerra civile), è altrettanto vero che i paesi occidentali sono schierati con la peggiore delle parti in causa. Per tale ragione la cessazione del sostegno occidentale ai ribelli in Siria, la fine delle ostilità diplomatiche e commerciali con la Russia (paese che ha conosciuto sulla propria pelle il dramma del terrorismo islamico) e la rottura del patto scellerato che lega l’Occidente all’Arabia Saudita costituirebbero tre correttivi di vitale importanza alle politiche euro-atlantiche. Sul piano interno, invece, dinanzi ad un senso di insicurezza sempre più opprimente, urgerebbero almeno due misure: una tesa a recidere il cordone ombelicale che lega le comunità islamiche d’Europa ai paesi sponsor del terrorismo; e l’altra tesa a rendere più stringente l’applicazione delle norme sul diritto d’asilo (per esempio, è più che ovvio avere dei dubbi sulla legittimità della richiesta d’asilo dei tre ceceni rei dell’assassinio di Niccolò Ciatti).
Tuttavia, realisticamente, c’è da chiedersi se non sia ormai troppo tardi. Forse la maggioranza dei cittadini dell’Europa occidentale si è già arresa. Dinanzi a tragedie come quella di Barcellona le reazioni a colpi di gessetti e di gattini ricordano il suono dei violini sul Titanic pronto ad affondare. Sanno di resa un po’ folle e demenziale, al contrario di quella tragica ed a suo modo eroica dei musicisti del celebre transatlantico, ad un destino considerato ineluttabile.

1 S.K. Samir, Papa Francesco e l’invito al dialogo con l’Islam, asianews.it, 19/12/2013
2 F. Cardini, Tamerlano: il principe delle steppe, De Agostini Periodici, Novara 2007.
3 P.G. Donini, Il mondo islamico. Storia Universale, Vol. 28, RCS Quotidiani, Milano 2004, p. 15.

 

1 commento :

  1. Cosa fare ? Per prima cosa Bergoglio dovrebbe dire senza indugi che maometto è un falso profeta. Il secondo passo sarebbe vietare di conseguenza islam, corano e moschee. Il terzo passo nel caso in cui i musulmani continuassero con gli attentati, espellerli tutti, come accadde proprio in Spagna. Non ci sono altre soluzioni. Francesco

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