22 agosto 2017

Il trogloditismo progressista e l'odio verso il passato


di Roberto de Albentiis

Da alcuni giorni, negli Stati Uniti, partendo da Charlottesville VA, si sono riaccesi gli scontri tra la destra, c.d. suprematista, e i c.d. antifascisti; questi scontri, che si inseriscono tra gli ultimi nella lunga serie di scontri mai sopiti tra le diverse componenti (etniche, sociali, razziali, religiose) della profondamente contraddittoria società statunitense, non sono tuttavia riducibili solo ad una destra contro una sinistra, ma rivelano più di un aspetto problematico.

È ormai evidente lo scontro sui simboli sudisti, risalenti alla sanguinosa guerra civile 1861-1865 e però sempre lasciati al loro posto, fino al recente esplodere della mania politically correct: se è vero che la pratica della damnatio memoriae è antica quanto l’uomo e il potere, è pur vero che essa riguardava solo singoli governanti o singole dinastie (e magari i governanti e le dinastie successive restauravano quelli “dannati”); il vero salto di qualità venne fatto dalla malefica Rivoluzione Francese del 1789, che, oltre alle centinaia di migliaia di persone ghigliottinate e alle tante guerre e rivoluzioni portate in Europa, vide una spaventosa e indiscriminata distruzione del patrimonio artistico e culturale, tanto della Francia quanto degli altri Paesi europei invasi, dal momento che si voleva ripartire da zero. Che ridere, quindi, quando i governanti francesi, al 14 luglio, esaltano i “valori” del 1789 ma poi versano calde lacrime su Palmira. Ma l’ISIS, dopotutto, non fa lo stesso che fecero i rivoluzionari francesi?

La Spagna e l’Italia, e la stessa Francia, pur nella diversità delle loro storie, non hanno mai avuto una memoria condivisa né monumenti dedicati anche alle parti sconfitte delle rispettive guerre civili; gli Stati Uniti, invece, pur nella criticità della loro politica e cultura, hanno un indubbio aspetto positivo: ogni diversa parte ha propri monumenti e celebrazioni; una cosa che mi colpì quando visitai gli USA, fu vedere, a Richmond VA, la capitale confederata, un monumento a Thomas “Stonewall” Jackson, uno dei più grandi generali confederati e, accanto, un monumento dedicato ai neri che combattevano per i loro (veri) diritti civili negli anni ’60. Cose simili non si vedono, purtroppo, in Europa, dove il giacobinismo e le sue varie derivazioni hanno avvelenato gli animi europei per secoli. Per gli statunitensi, invece, si tratta di eventi e persone, pur diversi, ma sempre della stessa comune Patria, e quindi non è inusuale vedere mesi o monumenti dedicati tanto ai confederati quanto ai presidenti nordisti o alle diverse etnie costituenti il melting pot; fino ad oggi, però, quando il politically correct è uscito ormai dalle università e si è diffuso, grazie ai media e ai politici, nella società.

Monumenti equestri e targhe commemorative degli Stati Confederati d’America (che, per inciso, non combatterono la guerra per la schiavitù, dal momento che i capi e i generali sudisti erano personalmente antischiavisti, ma per ragioni culturali e politiche) sono sempre esistiti fino ad oggi, eppure proprio oggi gli antifascisti americani, nella loro idiozia indistinguibili da quelli europei, hanno cominciato a voler abbattere tali monumenti celebrati e riconciliatori; e questa è solo l’ultima tappa dopo la celebrazione dei mesi neri o asiatici (ma non bianchi, perché l’orgoglio bianco è razzismo) e la creazione di “safe spaces” (spazi sicuri nelle università, dove gli studenti possono essere esentati da argomenti da loro ritenuti troppo aggressivi e offensivi) e la censura di singoli filosofi, scienziati e pensatori, frutti malati del politicamente corretto che insterilisce le menti e gli spiriti.

Il Presidente Trump è stato accusato di parteggiare per i razzisti, quando egli ha invece criticato entrambe le parti per gli scontri di piazza; nessun media liberal, però, ha criticato la violenza della new left (sì, perché la violenza non è certo mero appannaggio della new o old right) né tantomeno la distruzione del patrimonio storico e culturale americano. Perché il vero nocciolo è qui: una Nazione che distrugge e censura il proprio passato, quale che sia, è una Nazione che non conosce se stessa, che odia se stessa, che non vede nell’altro concittadino, tanto del passato quanto del presente e del futuro, un proprio fratello, ma un nemico. E per citare Orwell, chi controlla il passato controlla il futuro, e chi il presente controlla il passato, e se il nostro mondo è diventato uguale a quello del 1984 orwelliano, c’è poco da stare allegri.

Per finire, un invito alla lettura: la Guerra Civile Americana, come anticipato, non fu combattuta dai Nordisti buoni contro i Sudisti cattivi, o per dare la libertà agli schiavi: entrambe le parti in gioco erano statunitensi che invocavano la Costituzione e la Dichiarazione di Indipendenza, ed entrambe le parti in gioco avevano schiavi nel loro territorio; eppure il Presidente confederato Davis, o i grandi generali confederati Jackson e Lee (lo stesso Lee di cui è stata senza alcun rispetto abbattuta la statua, rimasta su per due secoli proprio per riconoscimento al suo grande valore umano), erano personalmente antischiavisti, e nei battaglioni sudisti combattevano neri e nativi, mentre invece il Nord utilizzò gli schiavi liberati come operai sottopagati per le proprie industrie e soprattutto furono le nordiste camicie blu a sterminare i Pellerossa. Invito per questo a spegnere la televisione e invece ad aprire due libri in particolare per conoscere meglio, all’infuori dei luoghi comuni, le vicende della Guerra Civile Americana: uno è “Il bianco sole dei vinti” di Dominique Venner (storico francese tradizionalista e nazionalista), l’altro è “Storia della Guerra Civile Americana” di Raimondo Luraghi (storico italiano progressista, membro dell’ANPI, riconosciuto fino alla morte come uno dei massimi esperti mondiali del conflitto civile statunitense).

http://www.motoretrogrado.it/2017/08/20/lodio-verso-il-passato-e-il-vero-trogloditismo/

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