18 agosto 2017

L’unica risposta alla disperazione è Cristo


di Paolo Spaziani

L’ennesimo salto nel vuoto, l’ennesimo suicidio avvenuto a Carpenedolo, in provincia di Brescia, che ha visto come teatro di questo gesto estremo il suggestivo Santuario della Madonna del Castello. Negli ultimi anni diverse persone hanno deciso di togliersi la vita gettandosi dal sagrato del Santuario: l’ultimo caso è del 9 agosto scorso e ha visto il decesso di un uomo di settantasette anni. Nell’articolo pubblicato dal quotidiano Bresciaoggi l’11 agosto scorso, dopo la descrizione della cronaca del fatto, sono riportate le dichiarazioni del parroco di Carpenedolo che ha rilanciato un appello per “risolvere nel più breve tempo possibile il problema con la collocazione di alcune telecamere e col potenziamento dell’illuminazione pubblica”. Nell’articolo viene annunciato un possibile incontro tra il parroco ed il sindaco “per provare ad arginare quello che sembra una sorta di pellegrinaggio della morte”.

Come riportato nell’articolo di Bresciaoggi, l’anno scorso, in seguito al suicidio di un ragazzo di quindici anni e al tentativo di una donna, il consiglio pastorale aveva inviato al sindaco una lettera per suggerire i provvedimenti da adottare: dai cancelli alla videosorveglianza, passando per un sistema d’allarme.

Dopo aver letto l’articolo ho avvertito un forte senso di sproporzione tra la portata del gesto estremo compiuto da quell’uomo e le soluzioni proposte dal parroco e dal consiglio pastorale. Veramente si pensa di poter risolvere il problema dei suicidi installando telecamere, antifurti e cancelli? E’ questa la mano che la comunità cristiana può tendere all’uomo d’oggi, talmente disperato da arrivare al punto di togliersi la vita? Il problema non è evitare che le persone si suicidino gettandosi dal Santuario, ma che le persone non si suicidino proprio. Direte che far fronte al dramma dell’esistenza non è cosa da poco, certamente, ed è per questo che rispondere ad un gesto estremo con una soluzione prettamente umana è qualcosa di sproporzionato. Possiamo organizzare conferenze per la lotta al bullismo, incontri con gli psicologi, proteste per la mancanza di lavoro, ma il problema è ben più profondo e riguarda lo smarrimento dell’uomo d’oggi che, davanti al dramma dell’esistenza, non riesce più a trovare le ragioni per andare avanti. L’unica risposta veramente ragionevole a questa escalation di suicidi è riportare al centro Colui che può sconfiggere quel male di vivere, che sta portando sempre più persone a non dare più alcun valore alla vita.

Davanti a gesti che ci sembrano incomprensibili spesso cerchiamo soluzioni altrettanto incomprensibili quando, invece, la risposta è davanti a noi: guardare a Cristo e ai suoi testimoni che nel corso dei secoli hanno affrontato ogni tipo di difficoltà, dal martirio alla malattia, sostenuti da una fede incrollabile. Troppo spesso ci infatuiamo di testimoni al di fuori della Chiesa, mostrando un senso di sottomissione nei confronti del pensiero dominante, sempre pronto a proporci esempi di legalità e moralità, privi di ogni richiamo alla Provvidenza e di risposte al dramma del vivere.

La Chiesa può annoverare testimoni di fede di tutte le età: dai giovani Beato Rolando Rivi e San Josè Sanchez del Rio, passando per la Serva di Dio Chiara Corbella Petrillo, San Massimiliano Kolbe e San Giovanni Paolo II. Si tratta di persone in carne ed ossa che hanno deciso di affrontare le persecuzioni più estreme e la malattia accogliendo pienamente l’esortazione di Gesù alla vedova che ha appena perso l’unico figlio: “Donna, non piangere!”. Una frase, che davanti ad un tale dolore, può sembrare incomprensibile, ma che Don Giussani ha spiegato così: “Uomo, donna, ragazzo, ragazza, tu, voi, non piangete! Non piangete! C’è uno sguardo e un cuore che vi penetra fino nel midollo delle ossa e vi ama fin nel vostro destino, uno sguardo e un cuore che nessuno può fuorviare, nessuno può rendere incapace di dire quel che pensa e quel che sente, nessuno può rendere impotente! Gloria Dei vivens homo. La gloria di Dio, la grandezza di Colui che fa le stelle del cielo, che mette nel mare goccia a goccia tutto l’azzurro che lo definisce, è l’uomo che vive. Non c’è nulla che possa sospendere quell’impeto immediato di amore, di attaccamento, di stima, di speranza. Perché è diventato speranza per ognuno che Lo ha visto, che ha sentito: Donna, non piangere!, che ha udito Gesù dir così: Donna, non piangere!. Non c’è nulla che possa fermare la sicurezza di un destino misterioso e buono!”.

Dagli uomini di Chiesa e dai responsabili di una comunità cristiana non mi attendo, dunque, soluzioni sociologiche e logistiche, ma un gesto di popolo cristiano (una processione, un momento di preghiera per i defunti e per la comunità) che riaffermi la sovranità di Cristo sulla vita di ognuno di noi e riproponga l’esempio di uomini e donne capaci di affrontare le difficoltà della vita grazie alla fede. Confidare che il problema venga risvolto dall’uomo vuol dire affidare la risposta alle difficoltà anche estreme della vita alle nostre limitate capacità, mentre abbiamo più che mai bisogno di incontrare sulla nostra strada Cristo che ci abbraccia dicendoci: “Non piangere!”.  

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