09 agosto 2017

Nessuna legge può dare la forza di amare: si ama perché si è amati

di Marco Parnaso
L’amore se è meritato, è meretricio.
Questa Parola sull’amore di Dio– amore meritato e amore meretricio – anzi questa esperienza sintetizzata in questa mirabile frase, rappresenta il passaggio – la mia personale pesach/pasqua - dal Vangelo vissuto come legge al Vangelo vissuto come grazia.
Ho sempre desiderato essere come Paolo, teologo, capace di farsi tutto a tutto e di adattarsi all’interlocutore, ma mi ritrovo sempre ad essere come Pietro, con tutti i suoi difetti e le cui mancanze mi fanno da specchio.

All’inizio di un cammino di conversione vi è la fase dell’innamoramento: avviene che uno diventa ‘praticante’ e si cade nella presunzione (il peccato per eccellenza dell’uomo religioso!) di essere diventato bravo perché si fanno o si pensa di fare tante attività e preghiere per Dio.
Si ama certamente Dio, ma si rischia di amarlo nel modo sbagliato, in quanto al centro della relazione non c’e’ il TU di Dio, ma l’IO di me.
Come Pietro si pensa di potere dire “ovunque andrai Signore, io ti seguirò” (la frase dell’ultima cena prima di consumare il tradimento, ogni volta che la ascolto nel film di Gibson è il primo momento di singhiozzo); quello che sto cercando di comunicare è che sono io che volevo amare il Signore, mentre è Lui invece che mi ama per primo e ha dato la sua vita per me. 

Da qui la frustazione dell’uomo religioso quando si prefigge degli impegni con Dio e non riesce a rispettarli; l’errore è quello di cercare di volere fare le cose senza la grazia di Dio, senza affidamento a Lui, confidando nelle proprie forze. Volevo essere amato solo perché ero bravo.
Pensavo in altre parole di meritare l’amore di Dio.
Amavo Dio come oggetto di possesso: anziché aprire e tendere la mia mano verso di lui, volevo prendere lui nel mio pugno e farlo oggetto di mio possesso anziché essere posseduto io da Lui.
In questa prima fase non attingevo alla sorgente della Parola, ma ero pieno di dottrina (documenti, encicliche, etc.): non sto dicendo che siano sbagliati, ma prima viene il Vangelo e dopo i documenti della Chiesa, che lo spiegano il Vangelo!).

Ma poi avvenne una sorta di seconda conversione, una sorte di rivoluzione copernicana: la prima mi aprì la mente, la seconda mi aprì il cuore: prima giudicavo in base alla legge, ora mi sforzo di avere uno sguardo sulle cose secondo lo spirito di Dio.
Tutto è avvenuto grazie alle logo-terapia (Terapia del Logos)
E' stata una vera e propria terapia della Parola che mi ha svelato il mio essere figlio e non padrone delle cose; come Pietro ho capito (finalmente) che Dio mi ama semplicemente, a prescindere ed indipendentemente da come sono e quello che faccio; che Lui mi è fedele a prescindere dalle mie infedeltà, piccole e grandi.

Si vive da Figlio quando non si esce dalla grazia di Dio, cioè si ha lo sguardo in direzione di Dio, come il Davide dell’AT, e non si ricade nella schiavitù della propria giustizia. La differenza tra un cristiano e un non cristiano è che il primo (noi) sa di essere un peccatore, che vive di grazia e di perdono, mentre il secondo non ancora e deve quindi ritenersi giusto e sempre giustificarsi.
Una volta quando mia sorella non riusciva in una cosa, non riusciva a superare un ostacolo insormontabile, essendo entrata in un momento critico e vedendola come non la avevo mai vista, mi alzai dalla scrivania davanti al computer ove mi trovavo, andai ad abbracciarla e le dissi: “anche se non riesci in questa cosa, ti voglio bene lo stesso”…con queste parole il suo cuore si quetò. Mi venne così spontaneo e naturale allora! Da allora glielo ripeto ogni qual volta manca o non riesce in qualcosa!

La salvezza di Dio non può essere conquistata con una vita impossibile, tutta intesa a redimersi dal debito di essere nati – la colpa di vivere! La salvezza deriva dall’essere figli, per questo i figli ereditano il regno, che è la naturale conseguenza del nostro reazionarci. Il nostro essere figli è solamente un dono da ricevere.
Ciò che ho compreso infine è che impossibile acquistare meriti presso Dio: vive fuori dalla grazia di Dio il figlio che si persuade che solo se è buono, allora è amato: la triste conseguenza sarà che, più sarà bravo, più si sentirà infelice ed amato. Che bello invece scoprire di essere amato per il solo fatto di essere, ed anche per la nudità e la debolezza di quello che si è! che forza liberante e dirompente. 'Li hai amati (noi) così come hai amato me', dice Gesù nei discorsi dell'addio; cosa ho fatto io per 'meritare' di essere amato da Dio con lo stesso amore che Dio ha per il Figlio ? Niente.
E’ più facile amare o essere amato? Probabilmente è più bello amare perché implica una attività positiva e una forza dirompente in chi ama, ma è più difficile lasciarsi amare, in quanto ciò implica fare entrare (Dio o uomo che sia) qualcuno nella nostra vita, così come è più bello parlare ma è più difficile ascoltare (non sentire) una persona: si fanno più resistenze insomma quando si è in uno stato di 'passività' perché bisogna accogliere l’altro che si propone.  

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