01 agosto 2017

Ordine vs Caos. L’“Hulkamania”, ovvero la Tradizione vincente


di Samuele Pinna

Quando ero poco più che un ragazzino guardavo di nascosto, insieme a mio fratello Cristian, il wrestling. I miei genitori non volevano perché secondo loro troppo violento, ma si sa nell’uomo decaduto il fascino del proibito suscita ancor di più il desiderio di trasgressione.

E così, quasi fossimo carbonari, accendevamo di soppiatto la Tv e ci gustavamo i vari incontri di lotta libera. Alla fine, quando ero ormai ragazzetto, i miei genitori cedettero e mi concessero persino di collezionare i vari giocattoli dei miei wrestler preferiti. Non soltanto, mio padre – uomo tuttofare – mi costruì lui il primo ring su cui giocai per tante ore coi miei pupazzi in anni spensierati.

Il mio personaggio preferito era Hulk Hogan. In questi giorni sono andato a rivedermi i suoi primi incontri e anche gli ultimi, dopo all’incirca un ventennio di digiuno da quel fantasioso e spettacolare sport (se di sport si tratta). Ho notato che tra i primi incontri degli anni ’80 e gli ultimi di questi anni c’è sempre una costante: si inizia con il mio paladino scatenato e che mostra tutta la sua forza, ma poi improvvisamente è mandato più volte al tappeto e bistrattato. Quando pare la fine per Hulk, ecco che improvvisamente si ridesta, gli occhi sbarrati e quel “no” fatto col capo, che lo rendono immune dai pugni e calci. Poi si alza e sostenuto dal pubblico, che tifa tutto per lui, fa una sorta di danza scatenata incurante dei colpi del rivale, che a un certo punto viene preso di mira.
Si osserva, qui, un passaggio classico: dopo averlo chiuso in un angolo del ring, Hulk percuote con micidiali colpi il suo avversario alla testa, scandendoli con gli urli dei tifosi che li contano: “one, two, three…”. Subito dopo, lo lancia sulle corde e blocca la sua corsa con il piedone che lo colpisce in faccia. L’incitamento del pubblico si fa enorme dopo il plateale gesto del mio campione di portarsi la mano all’orecchio e in quella baraonda sferra il colpo finale saltando sul petto dell’inerme contendente con la gamba tesa. L’arbitro, infine, batte a terra sul ring con la sua mano: “Uno, due e tre”. Hulk Hogan ha vinto! Tripudio di urli e di festeggiamenti, che puoi goderti anche tu comodamente seduto sul divano, tra una birra e dei popcorn. Così avveniva a fine anni ’70 inizio ’80, così capita ai nostri giorni in ogni incontro più o meno in modo simile (mi si perdoni la sintesi grezza).

E, manco a dirlo, questa “Hulkamania” mi ha fatto proprio riflettere in questi giorni sulla nostra fede cattolica.
Cosa mi ha colpito degli incontri di Hulk trasmessi con questo immutabile copione oramai più che decennale? La risposta è semplice: l’“ordine”. C’è un ordine, un copione appunto (perché poi nei fatti questi omoni in mutande recitano con fedeltà una sceneggiatura, dove anche la “violenza” è fiction). E perché seguono la parte scritta appositamente per loro? Pure qui il motivo è facile da intuire: lì sta la verità della storia, del personaggio, di chi segue incantato il tutto. Passano i tempi, le mode, le idee, i gusti, ma Hulk Hogan rimane immutato nel suo modo di combattere, nei suoi capelli biondo platino e nei suoi baffoni lunghi fino al mento.

Se il wrestling ha bisogno di ordine, per mantenere vivo un “mito”, quanto più dovremmo capirlo noi cristiani, che non veneriamo un mito, ma la Verità. L’ordine è custodito dalla tradizione, cioè dalla ripetizione di gesti carichi di senso e che hanno uno scopo. L’uomo è, infatti, di per sé “liturgico”, la vita è fatta così: il ripetere ogni giorno alcune cose fondamentali per la vita stessa. L’umano si plasma dell’abitudine, in un senso alto e non banale, di quell’habitus dal sapore medievale, di quel vestimento che non coincide con te ma di cui non puoi farne a meno (esattamente come un “abito”). Ogni figlio di Adamo ha, poi, bisogno di punti fermi: quando e dove mangiare, dormire, vivere, saper riconoscere gli amici del branco e così via.

L’uomo ha necessità della tradizione e il cristiano anche della Tradizione, con la “T” maiuscola. È ciò che permette l’ordine di una vita vissuta in modo sensato, avendone chiaro l’obiettivo finale. Si è creduto nei tempi moderni che l’ordine potesse limitare la libertà e si è arrivati, per molti nostri contemporanei, a vivere esistenze dissipate e infelici. Si è pensato che lo spirito dovesse essere anarchico, scevro cioè da ogni regola, e si vedono vite allo sbaraglio o chiuse in vicoli ciechi dove tutto appare buio o, nei casi migliori, in penombra.

Abbiamo, invece, l’esigenza di riscoprire la bellezza della Tradizione, che ci racconta chi siamo, dove andare, quali passi compiere e con chi. Abbiamo, insomma, bisogno di Qualcuno che si possa prendere cura di noi. Abbiamo assoluto bisogno di un Padre e di una Madre. L’errore tragico del mondo contemporaneo è quello di aver ucciso il (Dio) Padre e quello dei cristiani adulti (o adulteri, come dir si voglia) di aver rinnegato la propria Madre (Chiesa). La pazzia attuale è quella dei pastori che non seguono più l’unico Pastore sulla via della salvezza, ma ricercano altri sentieri che, a star attenti, appaiono più confortevoli ma che conducono, quasi inevitabilmente, se non alla perdizione, a vite non vissute e fatte di sopravvivenza (anche qualora non manchino soldi e beni terreni, che comunque non si portano nell’aldilà). Dall’ordine al caos.

Abbiamo, dunque, urgenza di ascoltare ancora, per esempio, un Tolkien che fa comprendere ai suoi hobbit dov’è il bene e dove invece si annida il male; abbiamo bisogno di un Guareschi con i suoi don Camillo e Peppone sempre in lotta e sempre, mediante strade diverse e all’apparenza incompatibili, capaci di scovare il bene e perseguirlo; abbiamo vera necessità di un Chesterton che con il suo uomo comune ci salva dalle poco convincenti emancipazioni moderne; abbiamo bisogno, tra i tanti, di un Pinocchio che ci riporti alla scoperta del Padre. Abbiamo soprattutto bisogno del Vangelo, non quello riletto con le lenti dell’ideologia, ma quello che si dà a noi nella mediazione ecclesiale, frutto non di propaganda e compromessi, ma come cammino di purificazione e di amore. Ma sì, a pensarci bene, forse abbiamo bisogno anche di un Hulk Hogan che ci ricorda l’importanza, contro il caos esistenziale, di un ordine e di una tradizione inveterata. Vero successo per il successo (anche cattolico!).

 

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