28 agosto 2017

Primo passo: rimuovere le statue. Secondo passo: rimuovere gli oppositori?

di Giorgio Enrico Cavallo
L’hanno chiamata “guerra delle statue”, ma sbagliano. Sbagliano perché sarebbe meglio definirla “guerra alle statue” in quanto i monumenti, per loro natura, sono neutrali e ostinatamente rifiutano di prendere le armi contro chicchessia. È il corto-circuito nel cervello umano che scatena la guerra ai mostri immaginari. In questo caso, i mostri sono i simboli sudisti, presi di mira dai cosiddetti benpensanti della sinistra americana, che in realtà hanno smesso di “benpensare” da tempo .
I nostri validi Guzzo e De Albentiis ci hanno spiegato in due articoli la storia di questa bizzarria “guerra alle statue”; ma il fenomeno continua e merita un approfondimento quantomeno per la sua portata simbolica . In nome di cosa quattro poveri cervelli traumatizzati dai fantasmi di un secolo e mezzo fa possono decidere di abbattere le statue in totale autonomia, come successo recentemente a Durham, North Carolina? I sinistrati si giustificano affermando che questi monumenti sono razzisti . La replica dei monumenti non è pervenuta: si sono ostinati nel loro statuario mutismo, e va da sé che questo è stato interpretato come un affronto bello e buono.
Il New York Times dedica all’argomento un ampio spazio, con tanto di mappa che indica le località nelle quali le statue razziste sono state abbattute; pallini tristemente grigi evidenziano i luoghi in cui questi monumenti sono ancora lì, beffardamente muti e sfacciatamente razzisti.
Il problema, in fondo, è proprio nella loro presenza silenziosa. Sappiamo che i sinistrati occidentali hanno dalla loro stampa, televisioni e social media. All’apparenza, parrebbe che l’opposizione culturale possa, semmai, riunirsi in qualche circolo o vantarsi di avere qualche ramingo intellettuale. Invece, la reazione ha ancora un’arma molto forte: la storia. La storia parla non tanto dai libri di scuola (che possono essere facilmente manipolati), ma si manifesta essenzialmente nei monumenti, nei palazzi, nell’architettura urbana . Che sono muti, eppure parlano da sé. Lo sapevano bene i grandi monarchi del passato: Luigi XIV, quando creò Versailles per ingabbiare la nobiltà, la fece così superba da impressionare i dignitari stranieri e tanto da incutere un timore reverenziale al suo popolo. Luigi era lo Stato; e lo Stato, di riflesso, era tutto ciò che era ordinato da Luigi: monumenti, piazze e regge inclusi. Per questo, quando i massoni francesi riuscirono a scatenare la rivoluzione, come prima cosa se la presero con i monumenti che erano espressione del potere del re. Per questo, quando in Russia riuscirono a deporre lo zar, se la presero con i simboli dello zarismo. Per questo, in ogni paese nel quale si è combattuta o è stata imposta una rivoluzione, come prima cosa le menti della rivoluzione hanno deposto, distrutto o trasformato i simboli più evidenti del potere ormai tramontato .
Ed oggi, che rivoluzione stanno combattendo gli eroici demolitori di statue? O, meglio, quale rivoluzione stanno continuando? Proseguono, i nostri indefessi eroi, la guerra iniziata a metà Settecento dagli illuministi francesi contro la società, contro la storia e contro tutto ciò che possa ricordare la Chiesa, il suo potere e i suoi insegnamenti . Voltaire e i suoi allegri compagni sono stati i geniali autori di autentiche balle storiche per incriminare la Chiesa: hanno enfatizzato il fenomeno della caccia alle streghe, dell’inquisizione cattolica, dell’ignoranza del Medioevo cristiano. I loro seguaci hanno trucidato i preti e insanguinato mezza Europa con le rivoluzioni ottocentesche. Rivoluzioni che si sono evolute, che hanno cambiato bandiera ma che, essenzialmente, sono un’espressione dell’odio di talune menti contro i precetti della Chiesa. Che poi, a pensarci bene, è un odio contro se stessi: la propria cultura, la propria terra e la propria società sono talmente intrisi dal Verbo di Dio che volerlo estirpare è sostanzialmente un atteggiamento quantomeno masochista . O sbagliamo?
Eppure, questa rivoluzione “illuminata” prosegue da almeno due, trecento anni sotto forme diverse. Una di esse prende il nome di politicamente corretto, che poi è la veste contemporanea delle grandi dittature ideologiche del Novecento . Con una differenza abissale, però: le dittature del passato recente erano caratterizzate da un pensiero forte, che era ossatura e verbo del potere. Fascismo e nazismo, socialismo e comunismo, in sostanza, si fondavano su un’idea; idea magari genuina al suo inizio e totalmente degenerata nella sua evoluzione, fino a trasformarsi in innumerevoli disastri storici. Il politicamente corretto, invece, è l’assenza di un’idea forte . Usando l’espressione di Vattimo, il politicamente corretto è il “pensiero debole” per eccellenza, in quanto nient’altro è che una gabbia del pensiero sempre più stretta e sempre più soffocante . Pensieri alternativi sono eliminati, tacciati di “razzismo”, di “xenofobia”, di “omofobia”, e naturalmente di “fascismo” e “nazismo”, le categorie politiche alle quali il politicamente corretto si contrappone.
Ciò che è tollerato e che anzi è l’unica forma di pensiero ammessa dal politicamente corretto, è l’esasperata attenzione alle minoranze, siano esse etniche, sociali o sessuali . La giustificazione è che queste minoranze sono “deboli”, e pertanto vanno aiutate, inserite e finalmente equiparate e poste a modello. Ragionare al contrario (evidenziando quindi che anche le maggioranze esistono e meritano attenzione) è follia. È razzismo. È omofobia. È, in sostanza, politicamente scorretto. Ovviamente, la maggioranza prediletta contro la quale gli eroi della modernità si scagliano è, manco a dirlo, rappresentata dai cristiani . Ovviamente vanno bene tutti; piacciono poi particolarmente quei musulmani tagliatori di teste che con i cristiani ce l’hanno a morte e che sono i benvenuti, in Occidente, proprio per questo loro curriculum invidiabile. D’altronde, i paladini dell’Isis non sono forse anch’essi valorosi decapitatori di statue ed intrepidi bombaroli che se la prendono contro infedeli monumenti antichi?
I simboli sudisti, poveretti loro, sono finiti incastrati in questo meccanismo di perverso odio contro se stessi e la propria cultura. Sono monumenti razzisti, al rogo, al rogo! E la cosa più patetica è che a mandare “al rogo” la storia della propria terra perché irriverente verso gli afroamericani, sono essenzialmente i bianchi : guardate con che animosità si scagliano contro la povera statua deformata. Guardateli. La prendono a calci e sputi. Ha fatto soffrire molto i discendenti degli schiavi neri. Che quel giorno, il giorno supremo della loro liberazione da quell’odioso simbolo del razzismo, erano assenti. Potevano avvertirli, almeno. E che diamine.
È evidente che il politicamente corretto, privo di idee da esprimere, non possa combattere se non contro le parole e i simboli. Per ora. In tutto ciò, infatti, quello che preoccupa non è il particolare clima di pazzoide caccia alle statue che imperversa negli States; preoccupa semmai il seguito: perché prima si fanno fuori i simboli, poi i cervelli non allineati . E noi sappiamo che le dittature del Novecento si sono macchiate di crimini inauditi nel nome di un ideale. Non sappiamo, invece, cosa potrebbe comportare la dittatura di un non-pensiero come il politicamente corretto; sorge il solo sospetto che, proprio perché privo di idee, incapace di reagire se non con l’arma giudiziaria e soprattutto privo di menti lucide ed allenate a pensare, il politicamente corretto si possa trasformare in qualcosa di ben più inquietante delle dittature passate . Speriamo di sbagliarci.

 

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