30 agosto 2017

Vittadini e il parroco di montagna


di Paolo Spaziani

Sono passati alcuni giorni dalla chiusura dell'edizione 2017 del Meeting di Rimini, ma non si sono ancora placate le polemiche per quella che molti hanno definito l'edizione della svolta definitiva di CL. Il primo e più convinto sostenitore di questo autentico abbraccio al politicamente corretto è stato il Corriere della Sera che ha “benedetto” l'opera di “normalizzazione”, voluta fortemente dagli organizzatori del Meeting. Uno degli incontri che ha suscitato più scalpore (in alcuni vero e proprio sconcerto) è stato quello sul tema dell'educazione, già citato nell'articolo dell'Amicizia San Benedetto Brixia. In chiusura dell'incontro Giorgio Vittadini è intervenuto precisando, con un certo vigore polemico, quale sia la priorità del nuovo corso ciellino: dialogo e “contaminazione” con le altre culture. In particolare, al termine del suo intervento, Vittadini ha precisato di voler essere un “apolide”, di non voler più avere una identità precisa. Vittadini ha arringato il pubblico presente, invitandolo ad andare avanti in questo “mischiare” di culture, perché, alla fine dell'anno non si deve capire chi è l'insegnante cattolico e quello comunista. Il tempo dell'ideologia secondo Vittadini è finito, il cattolico deve diventare un po' comunista e il comunista un po' cattolico. Perentorio il giudizio di Vittadini sulle battaglie per la libertà di educazione che, a suo avviso, “hanno ammorbato”, segno evidente di una insofferenza covata da tempo e ora esplosa in tutta la sua forza. Il video con il discorso di Vittadini è stato rilanciato sul web tra lo sconcerto di chi non riesce ancora a credere a questo rinnegamento del passato ciellino e chi invece strenuamente difende l'indifendibile. Quando ho sentito Vittadini definirsi un “apolide” la mia mente è andata immediatamente alle parole di Don Francesco Rezzola, parroco di Ossimo, Borno e Lozio, comuni della Valle Camonica (BS), che, sull'ultima edizione del periodico parrocchiale “Cüntòmela”, in risposta all'articolo di Franco Peci, offre un giudizio molto chiaro sul “nomade cattolico”. Franco Peci nel suo articolo dal titolo “Sempre nomadi” scrive che “il cristiano deve essere sempre in movimento, saper guardare avanti, tendere alle cose nuove che la grazia e la fantasia di Dio creano ogni giorno. Il cristiano non può aver le radici piantate in terra, bensì rivolte verso il cielo”. Nell'articolo Peci non fa mancare la classica stilettata a coloro che criticano Papa Francesco precisando che: “...è anche in nome di questo continuo rimpianto di un mitico passato che, accanto ad una certa “papolatria” tornata di moda dopo quella tributata a Giovanni Paolo II, specialmente in Internet si trovano un sacco di critiche, a volte non prive di accenti astiosi, nei confronti di Papa Francesco e del suo voler guardare avanti e portare davanti gli ultimi”. La risposta di Don Rezzola non si è fatta attendere, il parroco ha infatti vergato un articolo dal titolo “Nomadi, ma verso dove?” in cui emerge un giudizio chiarissimo sull'attuale crisi della Chiesa. Scrive Don Rezzola: “la categoria “nomadi” non mi piace perché per me esprime quasi un senso costante di irrequietezza, di insoddisfazione, di delusione del passato e del presente e bisogno di evadere da qualcosa che si sente troppo stretto. Non mi piace questa categoria, ma posso capire chi la sente propria. Nomadi, dunque, ma per andare dove? Verso quale meta? Per incontrare chi? Per trovare cosa? Nomadi sì, ma queste comunque sono domande che bisogna porsi per non vagare nella propria insoddisfazione senza trovare nulla”. A questo punto Don Rezzola, rispondendo idealmente a Vittadini, spiega quali siano le conseguenze di questo insignificante nomadismo, arrivando alla logica conseguenza che: “nulla allora è più certo e tutto diventa opinione. Anche il diventare nomadi si trasforma in un cercare senza trovare alcunché, se non il Dio che uno si è costruito nella sua mente e desidera incontrare. È il relativismo religioso e morale, dove ognuno si fa il suo Dio e la sua legge, dove il discernimento diventa la parola magica per far emergere la decisione che la propria coscienza ritiene per quel momento “giusta”, dove ciò che ieri era dottrina cattolica universale oggi è diventata opinione e ciò che ieri era considerato oscuramente proibito (dai dieci comandamenti) oggi può diventare perfino virtù. Si veda in proposito quanto accade intorno all’esortazione apostolica “Amoris Laetitiae” dopo il doppio sinodo sulla famiglia, dove cardinali, vescovi, preti e teologi danno interpretazioni che si oppongono le une alle altre, soprattutto riguardo alle due noticine che nell’intenzione del Papa, volutamente lasciano aperta la porta alla possibilità che gli adulteri divorziati e risposati, anche senza pentimento e senza volontà di conversione, siano ammessi alla ricezione dell’Eucarestia come tutti gli altri, cosa mai ammessa nella bimillenaria storia della Chiesa”. “Dove porterà questo “nomade” ricercare un posticino nella mentalità del mondo?” si chiede Don Rezzola. “Alla insignificanza della fede cristiana, per alcuni, perché ognuno farà comunque come vuole; a rifiutare Gesù Cristo, per altri, perché è ormai vecchio anche lui di almeno duemila anni; a negare Dio e molti già lo hanno fatto per crearsene uno a loro misura, tanto che perfino l’ateo miscredente Scalfari se ne sta costruendo uno anche lui mediante le interviste che gli concede il Papa”. In un momento in cui la barca di Pietro sembra sempre in procinto di rovesciarsi sapere che esistono sacerdoti coraggiosi e chiari come Don Rezzola è veramente un conforto. Avremo anche “perso” l'apolide Vittadini, ma abbiamo “scoperto” un sacerdote ben radicato nella verità e nella fede. E scusate se è poco.

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