15 settembre 2017

Carlo Caffarra tra aneddoti e l’omelia di mons. Zuppi


“Tempus resolutionis meae instat” (2 Tm 4,6)



di Samuele Pinna
Sono rimasto piacevolmente colpito dagli attestati di affetto unanimi che ho potuto leggere in questi giorni a riguardo della grande figura del cardinal Carlo Caffarra. Prima di conoscerlo personalmente con l’amico Davide Riserbato avevamo chiesto un parere al cardinal Giacomo Biffi su quello che allora era il suo immediato successore sulla cattedra di San Petronio. Ricordo che Biffi con la sua consueta ironia aveva risposto che non aveva nulla da eccepire a riguardo del nuovo Arcivescovo di Bologna se non su un importante e non trascurabile aspetto: la sua fede calcistica! E sentendosi un poco deluso dal fatto che il prof. Riserbato tifasse per la medesima squadra, fu risollevato quando confidai che io invece “ci” tenevo all’Inter.
In realtà, quanto ci disse in seguito Biffi era un quadro veritiero che ben descriveva quel gigante che è stato Carlo Caffarra e di cui ho potuto direttamente beneficiare una volta conosciuto. I nostri incontri furono sempre così ricchi e proficui da lasciare un grato ricordo di un’amicizia profonda e discreta. Ci eravamo sentiti a fine agosto per fissare un incontro per settembre e ne avevo approfittato per inviargli il mio articolo su Guareschi apparso su questo sito. Sapevo che il Cardinale era un appassionato lettore di Don Camillo, come ricorda mons. Matteo Zuppi nella splendida omelia delle esequie: «La sua è la terra di Peppone e don Camillo, Samboseto di Busseto. Guareschi era una delle sue passioni – lo aveva sul comodino – anche perché il Cardinale era capace di unire riflessione teologica e morale con tanta conoscenza letteraria, storica e anche musicale. Lo immagino nella preghiera parlare con Gesù proprio come faceva don Camillo che si rivolgeva appassionato e con immediatezza al crocifisso e ne ascoltava poi i richiami a volte bonari a volte forti che lo invitavano sempre alla misericordia. E proprio questa era il suo stemma e il suo motto: Sola misericordia tua, con Gesù che sembra accorrere per stringere quelle mani tese verso di lui dell’uomo che cerca salvezza. Sola misericordia tua è la verità».
Quando con il prof. Riserbato e don Massimiliano Sabbadini stavamo organizzando la presentazione del libro in ricordo del cardinal Biffi a un anno dalla morte ( Ubi fides ibi libertas. Scritti in onore di Giacomo Biffi, Cantagalli 2016) ricordo che l’Arcivescovo ci chiese di convincere l’Emerito di Bologna a esserci. Tutti i presenti erano dell’opinione che non avrebbe mai accettato, avendo scelto di non apparire per non dare fastidi al suo Arcivescovo successore. Non solo invece il cardinal Caffarra ci donò per il volume la sua predica delle esequie di Giacomo Biffi, ma ci disse immediatamente e con certa convinzione che per lui e per noi “ragazzi” (così ogni tanto ci apostrofava) sarebbe venuto sicuramente e più che volentieri. In quell’occasione, inoltre, alcune sue parole furono forti e significative insieme, come quando disse in un boato di applausi: «Una Chiesa povera di dottrina non è una Chiesa più pastorale, è semplicemente una Chiesa più ignorante» (cfr. G. Biffi, Cose nuove e cose antiche, a cura di Samuele Pinna e Davide Riserbato, Cantagalli 2017, p. 282)
Verità nella misericordia: dire la verità non per umiliare ma per innalzare a uno sguardo migliore sulla realtà e per vivere una vera libertà, giungendo alla beatitudo. Questa era la strada scelta da Caffarra, il quale non voleva attrarre a sé o alle proprie idee, ma coinvolgere nel guardare insieme una Verità più grande. Ecco dunque, come ricorda mons. Zuppi nella sua omelia, che «molti che in passato ebbero posizioni differenti dalle sue, hanno sottolineato proprio la sua integrità e chiarezza e l’importanza di avere un interlocutore così».
Tra gli attestati di affetto apparsi in questi giorni, tutti ugualmente degni di nota, mi sono ritrovato molto nelle belle e toccanti parole dell’Arcivescovo di Bologna: «Lo salutiamo inaspettatamente – ha detto con verità in un passaggio –, con l’amarezza di tanti discorsi interrotti e con una presenza che viene a mancare, importante per la Chiesa tutta e per la nostra città». Il Cardinale ha amato e servito l’unità della Chiesa «con intelligenza e fermezza – sono ancora parole di mons. Zuppi – e allo stesso tempo con tanta delicatezza e profonda vicinanza umana ad ogni persona, con ironia sempre colta e misurata. Tutti lo ricordiamo come un uomo affettuoso, sensibile, sincero, come mi disse parlando di lui Papa Francesco, con i tratti di timidezza. In tempi di narcisismo protagonista e di esibizione di sé la riservatezza del Cardinale è una ricchezza che aiuta ad andare oltre le apparenze e a cercare la profondità interiore in ogni incontro e nel sensibilissimo relazionarsi degli uomini. Non voleva essere affatto confuso con interpretazioni e posizionamenti preconcetti che, al contrario, indeboliscono l’unità. Il suo era un amore indiscusso ed obbediente per Cristo e per la Chiesa e alcune interpretazioni strumentali o divisive lo amareggiavano profondamente. Ha voluto che la Chiesa indichi e predichi la Verità di Cristo senza accomodamenti e opportunismi “non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio che prova i cuori” [1Tess 2,4b], con una chiarezza che ha ottenuto il rispetto anche di quanti avevano sensibilità e convinzioni diverse».
C’è, dunque, da ringraziare: «Ringraziamo di cuore il Cardinale per come ha vissuto i suoi tre amori – i sacerdoti, le famiglie, i giovani – e come ha coinvolto tanti per questi. Ogni amore, poi, è anche motivo di qualche sofferenza, ma è sempre pieno di frutti, anche se a volte non li riusciamo a vedere come vorremmo». E tanti sono poi questi “grazie” concreti: «Grazie per l’insegnamento e per l’Istituto Giovanni Paolo II, per la difesa della famiglia […]. Grazie per gli infiniti legami di amicizia, coltivati sempre con profondità e intelligenza evangelica […]. Grazie per il suo servizio alla Chiesa universale nei vari dicasteri della Santa Sede, in particolare per la collaborazione lunga e ricca con Papa Benedetto XVI».
Carlo Caffarra è stato – e lo si evince dalle commoventi parole di mons. Zuppi e dagli affettuosi incontri che ho avuto il dono di vivere con lui – un uomo di Dio, capace «di abbandono, di ascolto, di intimità con Colui che è stato il centro di tutta la sua vita».


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