17 settembre 2017

Dal dialogo col Crocifisso al dialogo fine a sé stesso


di Roberto De Albentiis

Nei giorni che vanno dal 14 al 17 settembre si celebra, liturgicamente, un trittico incentrato tutto sul Crocifisso: il 14 settembre è la grande festa dell’Esaltazione della Santa Croce, il 15 è la volta della festa della Madonna Addolorata, il 17, infine, delle Stimmate di San Francesco d’Assisi; un tempo celebrata a livello di memoria nel messale antico, oggi tale grande festa è rimasta solamente nel messale proprio della famiglia francescana, ed è un vero peccato, per i fedeli ordinari, rimanere privi della celebrazione di così grande avvenimento.
Due anni prima di morire, nel 1224, San Francesco, ormai quasi cieco e malato, si trovava nel monastero de La Verna per trascorrere il periodo di digiuno e penitenza che dedicava a San Michele Arcangelo; meditando così da giorni sulla Passione del Redentore (“O Signore mio Gesù Cristo, due grazie ti priego che tu mi faccia, innanzi che io muoia: la prima, che in vita mia io senta nell’anima e nel corpo mio, quanto è possibile, quel dolore che tu, dolce Gesù, sostenesti nella ora della tua acerbissima passione, la seconda si è ch' io senta nel cuore mio, quanto è possibile, quello eccessivo amore del quale tu, Figliuolo di Dio, eri acceso a sostenere volentieri tanta passione per noi peccatori”), fu esaudito, e la mattina del 17 settembre, tre giorni dopo la grande festa della Croce, si ritrovò impressi, su mani, piedi e costato, i segni della Passione, quasi come fossero dei bottoni di carne sanguinanti. San Franesco, alter Christus, lo era diventato ancora di più!
Negli ultimi due dolorosi anni prima della sua morte, San Francesco cercò sempre di nascondere per umiltà tale prodigio, essendo solo i suoi frati più vicini e Santa Chiara, che gli rammendava delle bende di lino per coprire le stimmate sanguinanti, ma dopo morte, in visione, ne confermò la veridicità a Papa Gregorio IX, come si può vedere in uno dei famosi affreschi della Basilica Superiore di Assisi. Già un secolo dopo, Papa Benedetto XI concedeva la celebrazione di tale memoria prima al solo ordine francescano e poi a tutta la Chiesa, pratica confermata nel 1669 da Papa Clemente IX; San Francesco di Sales, nel suo “Trattato dell'amor di Dio” del 1616, metteva in relazione le stigmate del Santo d'Assisi con l'amore di compassione verso il Cristo crocifisso, affermando che quest’ultimo trasformò l’anima del Poverello in un “secondo crocifisso”, e San Giovanni della Croce aggiungeva che le stigmate sono la manifestazione, la conseguenza della ferita d'amore e che per renderle visibili occorresse un intervento soprannaturale.
E veniamo all’oggi: proprio il 14 settembre di quest’anno si è inaugurato ad Assisi il cosiddetto Cortile di Francesco (ma non era santo?), che terminerà proprio il 17 settembre; qui se ne può vedere il programma. Ebbene, non c’è un accenno che sia uno a Dio o a San Francesco, che pure dovrebbero essere i protagonisti; e che dire degli ospiti invitati? Non risulta che la pro-gender Valeria Fedeli, l’ateo Umberto Galimberti o l’a volte blasfemo Oliviero Toscani siano degli ospiti privilegiati; l’unico cattolico sarebbe Romano Prodi, e il che è tutto dire, considerando che è uno degli esponenti più noti, anche se non certo tra i peggiori, dei c.d. cattolici adulti a suo tempo stigmatizzati da Benedetto XVI.
È tutto un insistere sul dialogo fine a sé stesso, dimenticandosi che San Francesco, quando dialogava, lo faceva per predicare e convertire; e fa soprattutto specie che ci si dimentichi del dialogo per eccellenza, quello che San Francesco intratteneva col Crocifisso. Da San Francesco dobbiamo soprattutto apprendere l’amore a Cristo, non certo robe moderne come il dialogo o l’ecologismo (anche qui si badi bene che San Francesco amava la natura come opera creata da Dio e contro l’eresia gnostica e dualista dei catari, quindi non c’è spazio tanto per dialoghismi o sincretismi); vogliamo lasciare il suo grido inascoltato, proprio nel giorno in cui festeggiamo le sue sante Stimmate?


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