12 settembre 2017

Dubia irrisolti: dopo un anno, urge la correzione formale


di Giorgio Enrico Cavallo

I dubia fra qualche giorno compiono un anno. Il 19 settembre 2016, quattro voci hanno umilmente chiesto a Jorge Mario Bergoglio di chiarire i passi più controversi del capitolo VIII dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia, in particolar modo in merito all’accesso alla comunione ai divorziati e conviventi more uxorio.
Ad un anno esatto dalla missiva firmata dai cardinali Carlo Caffarra, Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke e Joachim Meisner, la situazione è sostanzialmente quella di uno stallo che non fa bene a nessuno; al papa, ai cardinali e, molto prima, non fa bene alla Chiesa. Perché il poker di porporati non si è espresso per bisogno di finire sotto i riflettori; i cinque “dubia” sono domande che devono ottenere una risposta, in quanto la posta in gioco è troppo alta. Ne va della verità degli insegnamenti della Chiesa.
Proprio per questo, i tentativi di sminuire il gesto dei quattro (gesto, di per sé, inusuale ma giustificato dall’eccezionalità e dall’importanza della materia) sono patetici; proprio per questo, contro Caffarra, Brandmüller, Meisner e Burke si è scagliata una gogna mediatica senza precedenti, che li ha accusati di essere “contro il papa”, “cospiratori” e chi più ne ha, più ne metta. Caffarra, recentemente scomparso, si diceva rammaricato di essere considerato un anti-papista. «Io sono nato papista, sono vissuto da papista e voglio morire da papista!» (qui). Eppure, c’è un minimo comun denominatore in questa vicenda: sia chi sminuisce e sia chi accusa acidamente i quattro, probabilmente, sa che Amoris Laetitia può anche essere uno strumento programmatico per la protestantizzazione della Chiesa e per la dissoluzione del sacramento centrale della vita cristiana: la Santa Eucaristia. Sappiamo che ciò fa comodo a molti, dentro le mura vaticane. Per questo, per qualcuno le domande dei porporati sono oltremodo scomode.

Ma andiamo con ordine e ripercorriamo i passi della vicenda. Il 19 settembre i cardinali hanno consegnato all’ex Sant’Uffizio il documento contenente le famose cinque questioni. Attendevano una risposta da parte di Francesco; in caso negativo (paventavano forse il peggio?) i cardinali sottoscrittori si riservavano la possibilità di procedere con una “correzione formale”, un procedimento rarissimo nella storia della Chiesa, ma non impossibile: un caso analogo accadde con il papa avignonese Giovanni XXII. Naturalmente, non si tratta di un atto indolore: correggere il papa è effettivamente l’ultima delle possibilità prese in esame. Però, non ottenendo risposta alcuna, il 14 novembre 2016 i quattro hanno deciso di rendere pubblico il documento per far sapere alla Chiesa che un forte dibattito sta sorgendo dopo la pubblicazione dell’Amoris Laetitia e che l’esortazione non è scevra da possibili interpretazioni contrarie agli insegnamenti di Santa Romana Chiesa; che poi sono quelli di Cristo. I cattolici vengono così a conoscenza dei cinque “dubia” (chi voglia approfondire il testo dei cinque quesiti, può farlo qui) che sono poi riassumibili in uno solo: possono i cristiani risposati conviventi more uxorio ricevere la comunione? Si tratta – è evidente – di una domanda dalla cui risposta può sorgere una moltitudine di altri interrogativi. Ad esempio: se ammettiamo che l’eucaristia può essere concessa, allora esistono situazioni nelle quali l’adulterio non è più peccato. E quali sono? Cosa significa, davvero, il discernimento che tanto spazio occupa nel capitolo VIII? [vedi A.L. VIII 296 e ss.gg qui]. La nebulosità di questo concetto getta il cristiano nelle braccia del relativismo: la mancanza di criteri assoluti per definire lo stato di peccato, ridotto ad un discernimento del tutto personale, influisce poi anche sulla comunione: è ancora il Corpo (e Sangue) di Cristo? Siamo consapevoli della sacralità di quest’atto e che bisogna accedervi soltanto in stato di grazia? O, con la linea di Bergoglio (e di Kasper) la comunione sta diventando una specie di rievocazione storica, alla quale ognuno può accedere come e quando gli aggrada? Siamo consapevoli, infine, che questa linea porta la Chiesa Cattolica a scimmiottare il protestantesimo? In sostanza: vogliamo ancora essere cattolici?
È evidente che le domande non si esauriscono qui, e che il florilegio di interrogativi si può ampliare ulteriormente. Ed è evidente che qualcuno doveva arginare questa situazione di incertezza per il bene della Chiesa Cattolica, Sposa di Cristo. Ecco il perché dei cinque dubia. Ed ecco perché il silenzio del papa appare sempre più incredibile, ogni giorno che passa. In primavera, i quattro hanno scritto di nuovo al papa; la risposta, anche in questo caso, non è arrivata. Nuovamente, la missiva è stata resa di dominio pubblico dopo qualche mese. Un atteggiamento pacato, meditato, spiritualmente sofferto, quello dei quattro cardinali: cos’altro potevano fare, nel tentativo di chiarire tali fondamentali questioni? Ebbene, se da Bergoglio non è arrivato altro che silenzio, terze persone hanno parlato per lui. «Che dei cardinali, che dovrebbero essere i più vicini collaboratori del Papa, stiano cercando di fare un atto di forza nei suoi confronti e di far pressione su di lui affinché dia una risposta alla loro lettera resa pubblica è un comportamento assolutamente sconveniente» (qui), ha affermato, da Vienna, il cardinal Cristoph Schönborn. Signori: non è sconveniente che il Romano Pontefice non risponda a delle domande umilmente poste dai Principi di Santa Romana Chiesa; è sconveniente che questi principi vogliano «forzare» il papa a rispondere. Che poi Schönborn deve spiegare come sia possibile considerare il tono bassissimo tenuto dai cardinali come una forzatura.
Ma non solo. L’arcivescovo di Vienna, ritenuto da Bergoglio un «grande teologo» al quale il papa stesso rimanda per chiarire i dubbi in materia (qui, nella conferenza stampa di ritorno dal viaggio a Lesbo), ha inoltre rilasciato un’ampia intervista a padre Antonio Spadaro, nella quale ha eliminato ogni possibile appiglio che le anime belle potevano ancora avere per giustificare i passaggi dubbi. «In fondo, l’Amoris Laetitia non è magistero…». Come no. Parole sue: «È evidente che si tratta di un atto di magistero! È una Esortazione apostolica. È chiaro che il Papa qui esercita il suo ruolo di pastore, di maestro e dottore della fede, dopo avere beneficiato della consultazione dei due Sinodi. Penso che, senza dubbio alcuno, si debba parlare di un documento pontificio di grande qualità, di un’autentica lezione di sacra doctrina, che ci riconduce all’attualità della Parola di Dio» (qui). Bingo. 
Schönborn è vicinissimo al papa, così come uno stretto collaboratore è anche il cardinale Francesco Coccopalmerio, il quale in un libricino di 30 pagine intitolato “Il capitolo ottavo dell’esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia” ha ammesso la possibilità della comunione a chi, pur vivendo in situazioni irregolari, chiede con sincerità di poter essere riammesso alla vita ecclesiale. (qui).
Insomma: se Bergoglio si è fossilizzato in un mutismo sorprendente (specialmente per un pontefice che, spiace dirlo, parla e spesso sparla di qualunque argomento) i suoi alfieri hanno parlato e scritto. Roma locuta, causa soluta, si diceva ai bei tempi. Oggi, Roma (intesa come il papa) non parla; lascia che a farlo siano le sue province.
Ciò è straordinario, perché (come è evidente) i cardinali, per quanto vicini al papa, non sono il papa. Ancor più straordinario è che la risposta alle domande dei cardinali non è complessa: basta un sì o un no. E, con umiltà, va ricordato al successore di Pietro che Nostro Signore si espresse sulla necessità, per i buoni cristiani, di dire «sì, sì; no, no» [Mt 5, 37]. Non di restare zitti o rispondere per interposta persona. Questo comportamento, spiace nuovamente dirlo, non è evangelico; tanto più che un buon cristiano deve essere testimone della Verità: laddove i cardinali chiedono di far luce sulla Verità, il papa non può tacere. A che pro avere un pontefice, allora?
Ad oggi, dopo un anno, la situazione è penosamente irrisolta. I cardinali si sono dimezzati: la scomparsa di Caffarra e di Meisner è stata un duro colpo; non solo per la vicenda dei dubia, ma per tutta la Chiesa, privata di due genuini uomini di fede. Da Santa Marta il silenzio è sempre assordante, mentre il capitolo VIII continua ad essere interpretato dalle diverse diocesi esattamente come si interpreta un quadro astratto: ognuno ci vede ciò che gli pare. Così, può capitare che nella stessa Argentina, terra di papa Francesco, i vescovi della regione di Buenos Aires considerino ammissibile alla comunione anche il cristiano risposato e convivente more uxorio, mentre i porporati della regione di San Luis la pensino all’esatto opposto (qui). È il discernimento, bellezza.
La confusione che regna nella Chiesa, evidentemente, è segno che la risposta ai dubia non è arrivata dai vari Coccopalmerio e Schönborn; anzi, in assenza di una presa di posizione chiara da parte del pontefice, il caos non potrà che aumentare. Poiché però Bergoglio sembra ostinarsi nel mutismo, ci si domanda se non sia arrivata l’ora della più volte annunciata correzione formale (la cui bozza è stata, tra l’altro, anticipata qui). Il basso profilo dei cardinali non ha prodotto risultati, fino ad adesso, se non alimentare un dibattito al vetriolo tutto interno alle Sacre Stanze, con dichiarazioni che non possono che essere altro che allusioni e allusioni che pretendono di essere dichiarazioni ufficiali. Il tutto condito con ripicche e vendette collaterali (si veda il pasticciaccio brutto dell’Ordine di Malta e il defenestramento di Burke) che hanno trasformato questa vicenda in qualcosa di ben più grande. Prima che i dubia si trasformino in una saga, conviene mettere la parola fine. Se non arriverà dal papa, che arrivi dai cardinali.


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