06 settembre 2017

È tornato don Camillo/22. Jean Paul

di Samuele Pinna
L’aveva conosciuto davanti all’Università e ritrovarselo dinnanzi ora l’aveva molto impressionato. Don Camillo redivivo aveva scambiato un paio di battute con quel ragazzotto ben nutrito di pastasciutta e ideologia. Quando lo incontrò nell’ingresso universitario il giovane teneva in mano un mucchio di giornali del Partito Comunista che offriva ai passanti. Don Augusto si era visto bene di raccogliere l’offerta, ma aveva fatto una battuta velenosa che ricordava benissimo.
«Ci sono ancora i Comunisti, allora?», aveva domandato sarcastico.
«Certo», gli aveva risposto quel tipo d’asporto là, «perché non viene a trovarci? Potremmo parlare un po’ del genio di Marx…».
«Grazie», aveva risposto il pretone, «ma quando devo commemorare qualcuno morto in un passato lontano, con annesse le sue idee defunte con lui, mi basta un santa Messa di suffragio…».
«Beh è giusto», aveva attaccato l’altro in modo divertito, mostrando non poca arguzia, «è in chiesa che si celebra la commemorazione della vostra ideologia detta cristianesimo. Perlomeno così parlò Zarathustra».
Don Camillo redivivo accusò il colpo ma non se la prese, vedendo che il giovanotto dinnanzi a lui era un tipo sveglio e che sapeva il fatto suo.
«Sai chi è Chesterton?», aveva infine domandato e davanti al diniego dell’interlocutore aveva continuato il discorso, «Questo è il problema di voi Comunisti: ignorate troppe cose e fate di quelle poche che sapete un assoluto. Chesterton era un grande letterato inglese e ha detto una volta: “Il Cristianesimo è stato dichiarato morto infinite volte. Ma, alla fine, è sempre risorto, perché fondato sulla fede in un Dio che conosce bene la strada per uscire dal sepolcro”».
«Chapeau», rispose l’altro con un leggero ma plateale inchino, accettando la sconfitta dialettica e salutando con simpatia il pretone, che fece altrettanto.
“È un giovane intelligente”, pensò, “peccato che si sia lasciato traviare… Se potessi salvare uno così, Signore, lo farei volentieri…”.

E siccome Dio ascolta con attenzione i nostri buoni propositi e ha più memoria di noi quando ci tocca realizzarli, prese in parola il povero don Augusto che si vide davanti Jean Paul. In realtà, il ragazzo si chiamava Gianpaolo, Gianpaolo Fabbro per la precisione, ma don Camillo redivivo lo aveva ribattezzato così a motivo dell’amore che il giovanotto nutriva per certi filosofi di matrice comunista. Se si aggiunge poi che il francese nel nome può dare un tocco chic, come dicono quelli d’oltralpe, il gioco è fatto: “Gianpaolo” si trasformò in quattro e quattr’otto in “Jean Paul”.
«Reverendo», lo salutò il giovane con un largo sorriso, «sono felicissimo di incontrarla nuovamente! E proprio qui, nella mia nuova casa!».
«La tua nuova casa?», disse sgomento l’altro in risposta.
«Sì, Reverendo», riprese, «studio in città ed è sempre più difficile fare la spola da dove abito io e, pertanto, ho trovato alloggio tra voi, non è contento? Così potremmo parlare un poco insieme di filosofia, a meno che lei non viva di frasi fatte…».
Davanti a quel giovine impertinente era difficile mantenere l’entusiasmo, anche ascoltando certe infide battutacce, che però facevano intuire la sua sviluppata cognitiva.
Il pretone si ricordò all’improvviso dello “studentato”, ossia piccole camere affittate a basso costo agli universitari in alcuni spazi della Parrocchia che lui non aveva neppure mai visto.
«Contento, contento», riprese serio il pretone, «così ti insegnerò un poco di buona creanza e qualche nozione basilare di sapienza filosofica, viste le tue enormi lacune…».
«Molto bene», disse l’altro ridendo e incassando il colpo con nonchalance, «quando vuole sono a sua disposizione».

E iniziò quella che dirsi “amicizia” pare cosa strana, perché il rapporto tra il nostro don Camillo e Jean Paul era come quello tra un cane nero e grosso e un gattino mal cresciuto. Eppure, nonostante la lontananza di vedute, don Augusto si era preso la briga di voler convertire il giovane comunista, senza sapere che questi non ne aveva bisogno. D’altro canto, Gianpaolo Fabbro iniziava a considerarsi discepolo di un maestro da cui si sentiva in obbligo di dissentire rispetto a ogni teoria professata. La bagarre, come dicono i francesi, era assicurata e non ci mise molto a giungere. Infatti, arrivò quasi subito.

Gianpaolo Fabbro era un ragazzone ben piazzato ma non grasso, molto acuto e con la curiosità di un bambino, che gli permetteva di interessarsi a ogni cosa. Sua madre Maria lo aveva tirato su da bravo cattolico e il padre Giuseppe, con la giusta severità, gli aveva fatto capire le cose che contano. Quando don Augusto lo invitò in chiesa per assistere all’Eucaristia, volendolo in quel modo provocare, il giovane gli andò dietro senza problemi né dire alcunché.
«Non ti è vietato dal Partito andare nella casa di Dio?», chiese divertito il sacerdote, «Strano, allora vuol dire che non insegnano più che l’uomo è il solo demiurgo della storia e non certo la persona con la sua anima immortale, trascendente all’evoluzione storica e dotata di diritti imprescrittibili. Sapevo che la “menzogna” dell’anima immortale e tali suoi diritti era stata distrutta insieme alla “menzogna di Dio”. Forse devo aggiornami sugli sviluppi dei soviet… Beh, quindi vuol dire che non sei un senzadio?».
La risposta fu un semplice «No». E don Camillo redivivo ci rimase un pochino male, felice per l’anima immortale del giovane, ma triste per la situazione generale: ormai nulla aveva più senso. Si era usciti di senno e i comunisti erano diventati cattolici e i cattolici comunisti.
“Che confusione!”, sospirò soprappensiero il prete di città, “Che Babele!”.
Poi, durante la Messa, fu letto un brano della Lettera ai Romani e in un passo si diceva: “Con tutti i loro ragionamenti sono diventati vuoti di verità”.
«Il giudizio impietoso dell’apostolo Paolo sulla prestigiosa sapienza greca», disse il prete di città nell’omelia, «è anche una profezia su molte espressioni della nostra cultura contemporanea!».

Alla fine della funzione i due nuovi “amici” si incontrarono ancora sul sagrato.
«Belle parole, Reverendo», disse il giovane, «Solo il comunismo può abbattere il capitalismo di oggi che ci illude in un’esistenza felice di cose ma vuota di contenuti…».
«Il comunismo?», chiese ironico l’altro, «ma non doveva giungere con esso la rivoluzione proletaria con l’instaurazione del “paradiso terrestre”? Io non ne vedo molto i frutti…».
«Non sarà anche lei un sporco capitalista asservito al potere…».
«Quando io dico a qualcuno che non sono comunista e malgrado le mie negazioni mi fa passare per capitalista, trovo che dal punto di vista del ragionamento ci troviamo davanti a un paralogismo, figliolo, perché, grazie a Dio, si può essere partigiani di una terza soluzione e optare per una politica cristiana».
Don Camillo redivivo aveva volutamente enfatizzato la parola “par-ti-gia-ni” e, poi proseguì:
«Il dilemma che chiede di scegliere tra comunismo e capitalismo pone, in realtà, un’alternativa falsa. La sua soluzione deve essere ricercata altrove. Né il comunismo né il capitalismo sono la via uscita per un vero umanesimo. Non è, dunque, la via giusta scegliere il comunismo per combattere il capitalismo o viceversa. C’è una terza strada: quella di una politica che nel cristianesimo trova i suoi principi. Come diceva quel teologo: “ciò che si chiama politica cristiana è una politica in sé naturale, in sé umana, ma purificata, soccorsa e illuminata dall’influenza cristiana. È cristiana nel suo modo di essere. Nella sua sostanza, rimane naturale, temporale, umana. È addirittura la sola politica davvero umana che sia possibile, se è vero che le ferite dei nostri cuori non possono ricevere un inizio di guarigione che per grazia divina”».
Il giovane rimase lì davanti perplesso, ma alla fine si riscosse:
«Va bene, mi ha dato da pensare. Questa volta ha vinto lei, ma essere sconfitti in una battaglia non significa perdere la guerra!».

Mentre si allontanava dopo un cordiale saluto, a don Augusto vennero alla mente le parole di quell’illuminato Cardinale:
“La sventura primaria e più grave che affligge il sapere e la mentalità della nostra epoca non è la perdita della fede: è il deteriorarsi o addirittura lo smarrimento della sanità mentale”.
E scuotendo il testone, disse sottovoce un’Ave Maria per le anime del mondo.

Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli. Utilizzeremo agosto come mese di prova, poi a settembre si parte a regime.
 

0 commenti :

Posta un commento