13 settembre 2017

È tornato don Camillo/23. Aspettando il miracolo

di Samuele Pinna
C’era sempre da lamentarsi, perché c’era sempre qualcosa che non andava come doveva andare. Quel giorno don Camillo redivivo aveva un diavolo per capello e neppure la bella giornata di inizio estate riusciva a rasserenarlo. Dove si voltava vedeva robe che avrebbe fatto in altro modo e soffriva terribilmente, lui che era stato un curato di campagna, a non poter intervenire nel suo modo pacato per risolvere i problemi a suon di legnate. Prese la bici di malavoglia e montato sopra si recò spedito alla chiesetta che fu, anch’essa, di “campagna”.

La suddetta chiesina era invero in città, ma in periferia tra le poche case basse dell’agglomerato urbano, ed era antica, piccola e molto graziosa. Don Augusto non disdegnava andare a celebrare il Divin sacrificio quando glielo chiedevano perché era raccolta e si poteva pregare bene. Giunto per la Santa Messa il suo animo si tranquillizzò. C’erano poche vecchiette ad attendere, ma il don Camillo che fu intravide nella modesta folla anche una donna con due bambini: uno composto sulla panca e l’altro dentro una carrozzina intento a farsi sentire e a pregare a suo modo.
Finita la celebrazione il pretone voleva ripartire veloce con il suo biciclo, ma non fece in tempo a uscire dalla sacrestia che fu chiamato proprio da quella giovane donna per la confessione. Sapendo che questo era il minimo sindacale richiesto dalla sua professione, don Augusto si incamminò veloce verso il confessionale.

Non si possono certo raccontare i peccati di chicchessia, ma la storia di quella donna sì, perché il pretone di città ne fu particolarmente colpito.
Quella ragazza non ancora trentenne raccontò come aveva trovato “tardi” il suo fidanzato: ricercava, infatti, non tanto l’uomo “umanamente” giusto, ma quello che il Signore aveva scelto per lei. Una visione un po’ rétro, si potrebbe pensare, sintomo di una pericolosa, e quindi autentica, cattolicità. Del resto, erano rari come mosche bianche anche i suoi coetanei che sceglievano di sposarsi all’incirca alla sua età, preferendo di solito posticipare di molto la data delle nozze.
Nonostante le nuove mode o stili di vita, come si usa dire oggi, la ragazza che diveniva ogni giorno sempre più donna osservava il tempo scorrere via senza troppi risultati sull’obbiettivo di maritarsi e quindi andò a scomodare la Madre dei cristiani per una piccola intercessione. Pure in questo caso al pretone pareva essere davanti a un racconto ottocentesco se non medievale, ma tant’è che la giovane trovò un po’ per caso (che non esiste), un po’ per provvidenza il futuro marito.

La “metà della mela” o l’“anima gemella” esiste – scriveva in una missiva a suo figlio il letterato inglese Tolkien –, ma è molto difficile da trovare. E in questo caso, invece, quasi fosse una fiaba – tolkieniana o meno non importa –, si era scovata, incontrata e presa al volo. La Madonna dal canto suo aveva fatto bene, come sempre, la sua parte di mediazione, permettendo la concessione di questa piccola-grande grazia.
Don Camillo redivivo ascoltava con interesse la storia di quella donna, ma all’improvviso fu turbato dal proseguo del racconto intervallato da pianti e singhiozzi, che stridevano con la dolce delicatezza della trama fin qui narrata.
Tutto procedeva bene nel Matrimonio di quella ragazza e così arrivò bello e sano il primo figlio e poi ancora un altro, ma purtroppo – ahinoi – infine il fattaccio. E davanti a ciò, l’unica risposta è e rimane la fede, che il pretone intravvide con chiarezza. All’età di trentatré anni, felicemente sposato e con due figli, il marito di quella donna veniva colpito da un male incurabile, lasciandogli pochi mesi, forse giorni, di vita.
Pur nelle lacrime quella moglie e madre là dinnanzi al nostro don Camillo non appariva disperata, ma in una sorta di pace profonda. Il dolore era forte, ma era il dolore di chi non si sente capace di portare con le sue sole energie quella Croce, che ha già accettato. Non era rassegnazione, no!, al contrario, sperava ancora nel miracolo, lo attendeva, pregava tra patimenti e gemiti. Ma sapeva anche, e di qui una forza soprannaturale, che la Sua volontà era quella giusta e che solo Dio le avrebbe dato la virtù della fortezza necessaria per tirare avanti.

Don Augusto rimase impressionato a quel punto del racconto e quando gli occhi di quella donna si riempirono di nuovo di lacrime, tentò di confortarla con le poche parole che a stento gli uscivano dalla bocca.
Finita la confessione di quella moglie e madre dal cuore umanamente spezzato ma tenuto insieme dalla grazia Dio, si accodarono un paio di vecchiette per ricevere il perdono sacramentale. Dopodiché, il pretone riprese la sua bicicletta e ritornò spedito in canonica, salutato dal sacrestano Pippo al suo arrivo con un “Buongiorno, don Camillo!”, a motivo della postura in sella che gli conferiva un’ulteriore somiglianza con il prete della Bassa.

Una volta giunto nel suo luogo di lavoro, don Augusto non riusciva a concentrarsi: pensava e ripensava a quella donna, al suo dolore, alla serenità che l’attraversava quale dono di grazia, alla croce dura e ruvida che doveva suo malgrado portare. Comprese in un attimo la pochezza di tanti problemi che gli uomini di oggi si fanno, forse perché troppo pieni di cose inutili e troppo vuoti di ciò che conta davvero. Rimuginò sui suoi problemi, su ciò che vedeva non andare via liscio nella sua Parrocchia, e tutto prese un luce diversa: chi rimane a contatto col dolore, come i sacerdoti che fanno bene il loro mestiere, capisce davvero cosa ha valore in questa fuggevole vita.
Si riscosse dopo un bel po’ di tempo da quei pensieri e aprì il breviario: era la memoria di san Luigi Gonzaga e nell’Ufficio si leggeva una sua lettera, oramai morente, indirizzata a sua madre. Don Camillo redivivo sospirò quando giunse in quel passo dove san Luigi scriveva: «O illustrissima signora, guàrdati dall’offendere l’infinita bontà divina, piangendo come morto chi vive al cospetto di Dio e che con la sua intercessione può venire incontro alle tue necessità molto più che in questa vita. La separazione non sarà lunga. Ci rivedremo in cielo e insieme uniti all’autore della nostra salvezza godremo gioie immortali, lodandolo con tutta la capacità dell’anima e cantando senza fine le sue grazie. Egli ci toglie quello che prima ci aveva dato solo per riporlo in un luogo più sicuro ed inviolabile e per ornarci di quei beni che noi stessi sceglieremmo».
Don Augusto sospirò, aspettando il miracolo, forse già avvenuto.  

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