20 settembre 2017

È tornato don Camillo/24. Il Libretto del Matrimonio

di Samuele Pinna
Capita sovente ai Curati di dover abbandonare per qualche giorno la propria Parrocchia. Nel passato era quasi inconcepibile allontanarsi dall’amato gregge per un periodo di riposo e, allora, gli avveduti Parroci moderni mascherano con una certa classe questi giorni di assenza. Il risultato di questa furberia si chiama “pellegrinaggio”. Solitamente l’impegno che ci mettono nell’organizzazione di tale viaggio devozionale rende moralmente lecito il non chiamarle vacanze e il sentirsi con l’animo in pace, nonostante siano lontani dalla loro sposa per qualche tempo. Il nostro don Camillo per non avere problemi spirituali e pesi sulla coscienza aveva deciso in secretum di vivere un pellegrinaggio perpetuo, ergo di essere sempre in vacanza. E da vacanziere si comportava, forse destando l’ammirata disapprovazione di molti.

Nonostante questo stile variamente ascetico, durante l’assenza del gioviale Parroco alcune questioni burocratiche erano ricadute sulle sue spalle grosse e forzute. Cose in sé abbastanza noiose e di talmente poco valore che è inutile stare a menzionarle, tranne di quel fatto che vede protagonista il Libretto di Matrimonio. È, difatti, ormai in voga nella cristianità che il Libretto che serve per la celebrazione del Matrimonio sia a carico, nell’assembramento e nella fattura, dei novelli sposi. I solerti Parroci devono solo correggere eventuali errori e refusi, sgravati in tal modo da un lavoro in più e assai noioso.

Don Augusto era ben conscio che doveva controllare uno di questi Libretti, ma rimase molto stupito quando si presentò quella strana coppia, che gli era stata descritta come tra le “migliori” nella cristianità parrocchiale. Lei aveva lunghi capelli neri e ricci, gli occhi verdi, il che premetteva che dovesse essere molto affascinante, anche se per il pretone gli occhi azzurri e i capelli biondi naturali erano i canoni della vera bellezza femminile. La delusione, che si può facilmente comprendere col senno del poi, fu invece cocente quando se la ritrovò davanti. Si trattava, infatti, di una ragazzotta sì dagli occhi chiari e dalla lunga chioma corvina, ma con un naso grosso e sporgente, la fronte spessa, il collo taurino, i movimenti goffi, i denti sporgenti con gli incisivi separati da un ampio corridoio d’aria e le buone maniere di uno scaricatore di porto. Le faceva, poi, da contro altare un omino insignificante, rossiccio e spettinato, con la barba trascurata da qualche giorno e l’incedere dimesso, come probabilmente, anzi sicuramente, la sua mediocre personalità.
Il pretone di città, nonostante si vide comparire quel bizzarro assortimento, li accolse con gentilezza e la risposta fu di estremo entusiasmo da parte di lei e di indifferenza da parte di lui. Due reazioni che il nostro don Camillo non vide di buon occhio: la prima perché le persone così affabili inizialmente non lo sono poi nei fatti a seguire; la seconda perché indice di superbia o poco interesse, cose entrambe deprecabili nei rapporti.

Di là da queste sottili analisi psicologiche, psicofisiche e tra poco anche psichiatriche, che vanno tanto di moda oggi, i due giovani consegnarono al nostro don Camillo il loro Libretto.
Don Augusto lo passò in rassegna tutto con attenzione, mentre quella – senza che alcuno glielo avesse chiesto – iniziò a parlare di cose di poco interesse, interrotta solo dal muggito che usciva ogni tanto dalla bocca del futuro marito. Ciò che però impressionò il sacerdote lì di fronte fu la risata scomposta e aspra, che si confaceva di più a un camionista di mezza età piuttosto che a una novella sposa.
«Il Libretto in sé va bene», sentenziò don Augusto, «ma posso darvi dei consigli?».
Erano “consigli” e non imposizioni soltanto perché a sposarli non sarebbe stato lui. La ragazza aveva risposto con un assenso fuori luogo, mentre il fidanzato con una scrollata di spalle.
«Vedo», aveva iniziato cautamente, «che fate molti canti, forse andrebbe cantato, non dico il Credo, ma almeno l’inno del Gloria in excelsis Deo, il Salmo responsoriale o almeno il suo ritornello…».
Ciò fu quello che disse, mentre questo quello che pensò: “Fate mille canti aliturgici, orribili, inutili e il Gloria, uno degli inni più antichi e incantevoli della storia della Chiesa che andrebbe sempre cantato, lo recitate?! E il Salmo responsoriale per cui vale lo stesso ragionamento? E il Credo o il Padre nostro…?”.

«Sui canti, poi, siete d’accordo col Parroco?», continuò il pretone, che in realtà avrebbe voluto dire: “Ma ’sti canti da dove li avete pescati? Povera Liturgia! Povera Chiesa! E sì che si è sforzata di affermare che il canto prediletto è il gregoriano. Non dico di eseguire tali composizioni, che renderebbero più suggestiva la cerimonia, cosa difficile da capire per due mal assemblati come voi, ma ’sta porcheria… In inglese, poi! Si lamentano del latino e dopo cantano in inglese…”.
«Sapete bene l’inglese, vedo?», riprese ironico.
E alla risposta positiva dei due nubendi, ci rimase male, non si aspettava che quella lì con la faccia da mucca bavarese dopo l’Oktoberfest potesse avere delle conoscenze linguistiche oltre a pochi versi gutturali.
«Ecco su questo, vi raccomando, informate il Parroco…».
«Ma noi vorremmo proprio questi canti», lo interruppe lei. Il pretone non ebbe il tempo di reagire che, come parlasse da solo, l’insignificante fidanzato iniziò a ciarlare spiegando per filo e per segno i motivi introspettivi che li avevano spinti a quella scelta: facevano parte della loro esperienza di giovani e di tutte quelle smancerie che spingono a una scelta dettata solo da un giudizio affettivo, da un becero sentimentalismo e dall'emozione del momento, senza pensare al senso profondo delle cose.
Don Augusto lo bloccò amabilmente, riaffermando il concetto che se la vedessero con il Parroco.
«Ah», aggiunse con finto modo distaccato, «vedo che inserite prima il nome di lei e poi quello di lui».

Davanti allo sguardo interrogativo dei promessi sposi, don Camillo redivivo continuò: «Sapete, non capisco questa galanteria fuori luogo e così errata da un punto di vista formale. Il cognome della vostra famiglia lo darà lo sposo», disse indicando l’omino insignificante davanti a sé, «e sui documenti campeggia prima il suo di nome. Va beh, questa è una quisquiglia…».
Invero, più che essere una questione di poca importanza il pretone di città si rese maliziosamente conto che “formalmente” mettere il nome di quella là non era poi così sbagliato: poteva, quantomeno di primo acchito, apparire lei l’uomo tra i due! E sicuramente era quella che portava i pantaloni!
Dopo qualche commento risentito nei fatti ma cordialmente antipatico nell’espressione, i due tirarono fuori un numero da circo, «Reverendo, mi scusi», fece la ragazza saputa, mentre il fidanzato sfoderava un ghigno malefico, quasi risvegliandosi dal suo letargo cerebrale, «i ministri del Matrimonio non sono forse gli sposi?».
«Sì», rispose serio e risoluto l’altro, «ma grazie a Dio, il ministro dell’Eucaristia è pur sempre il sacerdote celebrante: nel Rito del Matrimonio voi sarete i ministri, ma nella Santa Messa, in cui tale cerimonia è collocata, il ministro rimane il prete».
A queste parole calò un silenzio imbarazzato.
«Ah, inoltre», riprese sereno don Augusto, «dovete decidere se leggere pubblicamente gli articoli del Codice civile oppure semplicemente ai testimoni, prima delle firme».
Alla risposta sulla scelta, la mucca bavarese spiegò che avevano scelto quattro testimoni, come era consueto, ma tre erano per la sposa e solo uno per lo sposo.

Forse, avevano anche spiegato il motivo, ma ormai il nostro don Camillo guardava fuori dalla finestra, nello stesso modo in cui faceva san Tommaso d’Aquino quando percepiva inettitudine nell’interlocutore posto davanti a lui, intento a buttar fuori dalla bocca uno sproloquio dietro l’altro. Era già difficile la questione della grammatica, non voleva proprio entrare in quella dell’aritmetica!
Infine, si accorse un poco triste, dinnanzi a ragazzi all’apparenza intelligenti e descritti come ottimi cristiani, nell’osservare tante scelte bislacche, un poco ignoranti e cariche d’ideologia. La finta umiltà che si trasforma in prepotenza aveva messo di malumore il pretone, che al caso poteva divenire pericoloso. Si riscosse quando pensò a una frase di Konrad Adenauer, che attribuiva a certi “cristiani”, sicuramente azzeccata per i due dinnanzi a lui: “ Pare che certa gente abbia fatto la fila per tre volte quando il buon Dio ha distribuito la stupidità ”.

Si congedarono freddamente sulla porta e don Camillo redivivo confermò pilatisticamente che per gli ultimi dettagli dovevano vedersela col Parroco, il quale molto più gioviale di lui avrebbe accettato probabilmente senza batter ciglio tutte le porcherie di quel Libretto, come le Preghiere dei fedeli lunghe, innumerevoli e incompressibili o il canto col battito di mani direttamente con un testo in swahili, lingua che evidentemente le tribù invitate alle nozze conoscevano perfettamente.
I due ragazzi salutarono fintamente con sorrisi tirati e artefatti e si incamminarono all’uscita con passo militare, tanto che per poco non si scontrarono con il povero sacrestano.
«Buon dì, don Augusto», lo salutò quest’ultimo, ma non avendo ricevuto risposta alcuna si piazzò di fronte e ridisse con più enfasi il suo buongiorno.
«A te, Pippo», si destò all’improvviso il prete, «scusami ma stavo meditando su una cosa».
«Eh mi pareva», riprese l’altro, «assomigliavate a una statua di sale».
«Riflettevo e mi è venuto questo ragionamento, dammi un parere: “è proprio vero che un cattivo può diventare buono e un buono diventare cattivo. Ma uno stupido rimane sempre uno stupido, buono o cattivo che sia”».
«E che vuole che le dica?», rispose il sacrestano, «Le dico che c’ha ragione!».
Poi vennero in mente al pretone che fu di paese le parole di Albert Einstein e sorrise, salutando con calore Pippo Girotti, il quale riprese le sue faccende con serio trasporto.
Solo due cose sono infinite, l’universo e la stupidità umana, e non sono sicuro della prima ”.
Parola di scienziato.


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