27 settembre 2017

E' tornato don Camillo/25. Marx al lambrusco

di Samuele Pinna
Era un torrido giorno estivo, uno di quei giorni in cui il sole vuol farsi sentire a tutti i costi e così brucia l’aria circostante e soprattutto le teste di chi ostinatamente e con sfida folle decide di stare sotto i suoi raggi roventi. Un caldo di quel genere era insopportabile per chiunque e l’afa tremenda faceva sì che ogni azione, piccola o grande che fosse, assumesse le apparenze di un gesto eroico. Don Augusto accettò di buon grado l’invito di Gianpaolo detto Jean Paul di andare a rinfrescarsi nella sua camera, che essendo nell’interrato era un poco più fresca della canonica. Il giovanotto aveva pure precisato con orgoglio che c’era del buon lambrusco fresco da assaggiare. Davanti a quel ragionamento bevereccio il nostro don Camillo trasse dalla dispensa uno sfilatino di pane fatto in casa e un salame nostrano e si avviò spedito al luogo dell’incontro. Sul sagrato c’era Jonny, un uomo di origine nordafricana, che solitamente chiedeva l’elemosina. In realtà, non si chiamava “Jonny”, ma al nostro don Camillo non entrava nella zucca il suo nome originale e l’aveva, pertanto, ribattezzato in quel modo.
Dopo i calorosi saluti, e non solo a motivo della giornata afosa, il pretone si meravigliò che anche con quel clima fosse al “lavoro”.
«Eh sì», rispose l’altro col suo italiano stentato, «anche se oggi poca gente».
«Ci credo! Con questo caldo insopportabile», riprese don Augusto che, notando lo sguardo indagatore di Jonny sul suo pacchetto, disse: «Questa non è roba per te, è salame!».
«Ah no», rispose l’altro affamato. E il prete di città si cavò da tasca qualche spicciolo proponendo all’amico di andarsi a prendere qualcosa di fresco.
«Non sai cosa ti perdi, comunque», disse indicando il prezioso sacchetto, «è davvero qualcosa di paradisiaco: si parte naturalmente dalla carne di maiale che viene tritata, è successivamente aggiunto il grasso in quantità variabili, si uniscono il sale e le spezie che daranno l’aroma, inserendo infine l’impasto nel budello di maiale. Si passa poi alla fase di stagionatura per ottenere questa vera e propria leccornia…».
Jonny sorrise per la passione che il pretone ci metteva nel descrivere quel tesoro, ma confermava di non poterlo assaggiare.

Dopo aver salutato l’amico sul sagrato, don Augusto giunse puntuale nella piccola stanza di Gianpaolo Fabbro e aveva subito avvistato la bottiglia di lambrusco aperta con due bicchieri già ricolmi.
«Reverendo, Reverendo», disse il giovane entusiasta, «che gioia vederla! Si accomodi, si accomodi».
Iniziarono a parlare del più e del meno, di come andasse l’università da un lato e la parrocchia dall’altro e così, abbastanza velocemente, la prima bottiglia fu scolata dai due uomini accaldati e ora un po’ refrigerati da quel nettare di origine emiliana.
«Ah», disse a un certo punto don Camillo redivivo, «e io che avevo portato del salame…».
Non ci fu, però, problema alcuno perché subito si stappò un’altra bottiglia e si ritornò a bere l’eccellente lambrusco accompagnandolo con l’ottimo insaccato di provenienza clericale.
A motivo di tutta quella benzina alcolica, i discorsi si fecero, a quel punto, più impegnativi, essendosi spostati sulla situazione sociale attuale, immigrazione in primis, ma anche su problemi di natura varia. Con la terza bottiglia si esaurì il ragionamento sociologico e ci si buttò in politica. Il vino iniziava a farsi sentire come la pesantezza delle argomentazioni.
«Non è che critico Marx per qualche aspetto del suo pensiero politico!», disse accalorato un bel momento don Camillo redivivo, «Critico in toto la sua filosofia, perché così ha definito il suo pensiero!».
«Sì è vero: il suo pensiero politico deriva dal suo sistema filosofico», si inserì altrettanto accaldato l’altro, «ma bisogna appunto distinguere la riflessione di Marx dal comunismo che ne è venuto poi…».

«A partire dai princìpi marxisti», aveva ripreso il pretone mentre scemava a poco a poco anche il lambrusco della quarta bottiglia, «è impossibile tentare di raddrizzare il comunismo in nome del marxismo, poiché sarebbe come tagliare i rami per rafforzare le radici. Sostenere che l’uomo non abbia un’anima immortale per organizzarlo in una società precostituita nei ruoli sociali, non soltanto è violentare la sua natura, ma anche cercare di annichilire il senso incoercibile della sua libertà, che il Cristianesimo ha risvegliato nelle coscienze. La rivoluzione comunista si è condannata a un’opera distruttiva, che voleva cambiare la faccia della terra, senza prima cambiare il proprio cuore. Alla radice della rivoluzione socialista sta il primato dell’azione sulla contemplazione, cioè il primato faustiano dell’azione in Marx e la prassi considerata come criterio di verità. Era stata promessa, per l’immediato futuro, la dittatura del proletariato, senza burocrazia né polizia speciale, né sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. Ciò ch’è venuto è la dittatura di qualche uomo sul proletariato e sulla nazione proletarizzata: dittatura munita di una burocrazia potente, servita dal Partito unico e dalla più temibile polizia del mondo».

Buttò fuori il discorso senza metterci manco una pausa per non essere interrotto e appena ripreso fiato si scolò il lambrusco nel bicchiere, pulendosi la bocca con il dorso della mano.
«Certo», proseguì mentre il giovanotto riempiva nuovamente la coppa di vino, «non si è visto più in quei tempi in Russia ciò che in linguaggio marxista si chiama “sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo”, ossia lo sfruttamento dei proletari da parte dei capitalisti. Tutto il capitale: campi, bestiame, case, officine, magazzini, trasporti, è passato allo Stato. Esso si è sostituito al capitalismo nello sfruttamento di tutta la nazione, con la più formidabile e insaziabile volontà di potenza che la storia abbia conosciuto. Impossibile, naturalmente, parlare qui, con linguaggio sovietico, di sfruttamento, perché la volontà di potenza dello Sato sovietico è necessariamente quella di tutto il proletariato, in marcia verso la liberazione. Il mito della dittatura del proletariato è in effetti troppo prezioso per non essere conservato. La dittatura del proletariato o il suo oppio, dunque, risulta essere un mito, ancora oggi, con riflessi messianici. Quando il popolo non può più credervi, non essendosi in realtà mai realizzato, quando cioè lo vede trasformarsi in una dittatura sopra se stesso, allora, se non riesce a riconoscere il Dio vivente per appellarsi a Lui contro le menzogne e le tirannie della terra, non gli rimane che la disperazione, la rinunzia e la morte. L’esilio stesso gli è impedito».
Il pretone si bloccò ancora e trangugiò avido il bicchierozzo di lambrusco dinnanzi a lui.
«Se, infatti», riprese con tono stanco, che appariva quasi addolorato, «la giustizia che doveva essere portata sulla terra risulta ingiusta, quando questa giustizia per svariati motivi fallisce, ci si può appellare soltanto a un tribunale superiore e trascendente. Altrimenti ogni ingiustizia perpetrata rimarrà, nella storia, il chiaro segnale del fallimento di questo nuovo umanesimo, che il marxismo si era impegnato a diffondere. Chi darà giustizia a coloro che sono morti per una giustizia erronea?».

Il dialogo si arrestò dinnanzi a tale ragionamento tanto fine ed elevato, uscito da uno spirito – è il caso dirlo – di-vino. Si fermò soprattutto a causa dell’ultima domanda, troppo impegnativa per una risposta non articolata eppure difficile da mettere in piedi a causa della quarta bottiglia scolata. I due si guardarono per un lungo istante, che sembrò un’eternità, e poi scoppiarono a ridere a crepapelle e in quel clima di euforia fecero l’ultimo brindisi con l’ultimo goccio avanzato.

«A Marx!», disse solennemente Gianpaolo Fabbro con una mano sul cuore, facendosi improvvisamente serio.
«A quel lambrusco di Marx!», gli fece eco l’altro.
Siccome il vino era eccellente, molto più della sua filosofia, il giovane non se la prese dinnanzi alle parole birichine del reverendo. Anzi, furono còlti entrambi da un attacco di risa da mal di pancia che a poco a poco scemò in una ridolina destinata a durare per sempre. Alla fine l’incontro si concluse in un lungo e divertito abbraccio, di quelli sinceri e rari, tra i due omaccioni e la decisione unanime di congedarsi. Vista la difficoltà nella deambulazione del prete di città, il giovanotto di paese, anche lui invero non troppo saldo, si propose di scortarlo a casa.
Sul sagrato c’era ancora Jonny che rimirava divertito la scena dei due uomini dalle gambe instabili e in lento avvicinamento. Era allegro anche perché rinfrescato grazie alla piccola compera frutto dell’elemosina di don Augusto.

«Vede», disse a un certo punto Jean Paul, indicando proprio colui che si stava godendo l’ironica sequenza, «se ci fosse stato Marx, questa ingiustizia non ci sarebbe… Bisogna accogliere i poveri a tutti i costi! Essere anche poveri tra i poveri, se è il caso! Solo così ci può essere giustizia…».
«Ottima propaganda per un comunismo borghese», sospirò il pretone, che aggiunse parole sagge dettate dal vino piuttosto che dal buon senso, anche se la frase era piena di buon senso come chi la pronunciava in quel momento era ricolmo di lambrusco, «“La povertà” – ha detto Guareschi – è una disgrazia, non un merito. Non basta essere poveri per essere giusti. E non è vero che i poveri abbiano solo diritti e i ricchi solo doveri: davanti a Dio tutti gli uomini hanno esclusivamente dei doveri”».
Jonny, poco distante, acconsentì a quelle parole e disse: «Giusto, giusto! Tutti abbiamo doveri verso Dio, ma anche verso chi ci ospita. In casa di altri, infatti, io devo rispettare le regole, l’accoglienza non significa far fare quello che si vuole. E io sono venuto in Italia povero, perché non avevo lavoro a casa mia e sono qui per lavorare e non per vivere così! Non voglio vivere da povero, ma onestamente e dignitosamente. Non si deve parlare sempre di accoglienza, bisogna viverla. E non è un soldo dato ogni tanto (anche se questo mi aiuta, ma alla fine non risolve il mio problema), ma dare delle possibilità e trattare con rispetto le persone. Come fa il mio amico don Augusto…».

Il pretaccio avrebbe voluto rispondere che forse le possibilità erano poche ormai a causa della penuria del lavoro, che l’occidente avrebbe dovuto aiutarli nel loro paese e altre cose del genere. Ma siccome non era uno statista né si sentiva tale, si accontentò avendo la lingua troppo impastata – causa lambrusco –, di una vigorosa stretta di mano con l’intelligente povero o il povero intelligente. Dopodiché il clero fu scortato solennemente nei suoi appartamenti da Jean Paul, stranamente taciturno. Ormai gli argomenti erano agli sgoccioli e mancavano solo le ultime battute, che andavano sparate con sagacia se si voleva sconfiggere dialetticamente l’avversario e avere l’ultima parola. Nonostante tutto, manco a dirsi, i concetti espressi in quel frangente non furon mai così significativi come in quel caso. Del resto, temporibus illis era avvenuta la medesima cosa tra il Parroco e il Sindaco di quel famoso paese. Sì, proprio là, in quel piccolo mondo di un mondo piccolo piantato in qualche parte dell’Italia del nord, in quella fetta di terra grassa e piatta che sta tra il fiume e il monte, tra il Po e l’Appennino, in cui d’estate un sole spietato picchia martellate furibonde sui cervelli della gente.
«Beh», borbottò alla fine Giampaolo Fabbro stringendosi nelle spalle.
«Eh», disse il nostro don Camillo allargando le braccia.
E furono, sia quello di Giampaolo Fabbro che quello del nostro don Camillo, i due migliori discorsi di quella giornata.


Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli. Utilizzeremo agosto come mese di prova, poi a settembre si parte a regime.

 

0 commenti :

Posta un commento