15 settembre 2017

Il puntatore. Confesso

di Aurelio Porfiri

Credo che il lavoro compiuto dai confessori sia veramente un lavoro duro. Dover leggere nell'anima delle persone per poterle aiutare e giudicare, non è certamente facile. Uno dei temi che mi affascina molto è quello della libertà: quanto le persone sono veramente libere quando peccano. Mi domando questo non per giustificare il peccatore ma semplicemente perché non si può fare a meno di considerare quelle che sono le nuove conoscenze in psicologia, come certi comportamenti siano in realtà un riflesso di disagi mentali molto profondi che sono difficili da controllare. Il padre Paolo Gabriele Antoine nel suo "Compendio di tutta la tologia morale" (1819) osservava: "La libertà in genere è lo stesso che immunità: per la qual cosa la libertà è di tante spezie, di quante è l'immunità.

L'immunità è di sei spezie, e sono, immunità dalla servitù, immunità da impedimento, immunità dalla miseria, immunità dal peccato, dalla coazione, e dalla necessità". Quanto difficile pensare che si pecchi liberi da tutte le "immunità" a cui si riferiva il padre Antoine. Ecco perché anche nella morale del passato, c'erano già tutte le soluzioni a molti dei dilemmi morali della contemporaneità, con l'avvertenza di considerare anche i recenti sviluppi nel campo della psicologia.

Interessante il pensiero di Elémire Zolla nel suo "Gli arcani del potere": "Le norme morali hanno senso nella misura in cui si giustifichino dinanzi a un tribunale superiore, cioè nella misura in cui conferiscano la quiete; infatti se sono rettamente intese si risolvono in consigli, in constatazioni di equilibri psichici: se ometterai questa azione non sarai turbato – è la giusta forma della norma morale: l’apodosi varia a seconda dei tempi e dei luoghi e delle vocazioni, il contenuto è sempre relativo, mentre il criterio della contemplazione resta l’asse immutevole che non può vacillare". È certamente importante per un confessore fare in modo che il penitente non perda la sua "opzione fondamentale", malgrado i peccati di cui si è macchiato e malgrado le sue indegnità. Benedetto XVI, il 25 marzo 2011, così diceva: "Nel nostro tempo caratterizzato dal rumore, dalla distrazione e dalla solitudine, il colloquio del penitente con il confessore può rappresentare una delle poche, se non l’unica occasione per essere ascoltati davvero e in profondità. Cari sacerdoti, non trascurate di dare opportuno spazio all’esercizio del ministero della Penitenza nel confessionale: essere accolti ed ascoltati costituisce anche un segno umano dell’accoglienza e della bontà di Dio verso i suoi figli. L’integra confessione dei peccati, poi, educa il penitente all’umiltà, al riconoscimento della propria fragilità e, nel contempo, alla consapevolezza della necessità del perdono di Dio e alla fiducia che la Grazia divina può trasformare la vita. Allo stesso modo, l’ascolto delle ammonizioni e dei consigli del confessore è importante per il giudizio sugli atti, per il cammino spirituale e per la guarigione interiore del penitente. Non dimentichiamo quante conversioni e quante esistenze realmente sante sono iniziate in un confessionale! L’accoglienza della penitenza e l’ascolto delle parole “Io ti assolvo dai tuoi peccati” rappresentano, infine, una vera scuola di amore e di speranza, che guida alla piena confidenza nel Dio Amore rivelato in Gesù Cristo, alla responsabilità e all’impegno della continua conversione". Ecco, raggiungere la consapevolezza che si ha bisogno del perdono di Dio è un importante punto di arrivo per ciascuno di noi.


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