08 settembre 2017

La Chiesa o divide o diventa apparato di potere (III parte)


(le parti precedenti sono qui e qui)

di Marco Sambruna

RICAPITOLANDO
  
Il primo a cedere alle lusinghe della post modernità è stato il popolo dei cristiani ancor prima della chiesa gerarchica. L’adeguamento alle promesse delle magnifiche sorti e progressive secolari hanno cominciato a praticarlo i credenti abbandonando i sacramenti, la custodia dei sensi, la sobrietà.
La pigrizia e l’ottimismo hanno corrotto la cristianità inducendola a credere che il cristianesimo sia da sempre predestinato a divenire una religione secolare che promuova la tolleranza, l’ecologia, il vivere fraterno. Il che non è esattamente una menzogna, ma un idiotismo; infatti mentre la menzogna conosce la verità, ma decide di allontanarsene (apostasia), l’idiotismo non conosce nemmeno la verità, la ignora totalmente, nasce dall’entusiasmo emotivo privo di un minimo di esame sulle pulsioni da cui la mente è agita che è lo stigma della nostra debolezza umana. Per questo chi dice e promuove idiotismi ha molte più probabilità di salvarsi rispetto a chi dice e promuove menzogne.
Gran parte dei credenti credeva a una sua idea di cristianesimo a misura delle proprie debolezze, a un  Cristo frazionato da cui prelevare ciò che fa più comodo, a un’escatologia in cui il lieto fine è garantito mentre è solo previsto, preferisce un cristianesimo che tranquillizza anziché inquietare.
Ora invece proprio in quest’epoca metafisicamente desolata c’è una novità: i cattolici, gran parte dei quali hanno creduto di credere e quindi hanno dimorato in uno stato di fondamentale menzogna, pervengono alla verità su se stessi ossia hanno coscienza di essere stati cristiani solo superficialmente secondo il modello dei cristiani del primo tipo sopra menzionati. Situazione paradossale: perché se è vero che i cristiani si sono creduti tali senza esserlo per molto tempo ne consegue che quando si credevano  nella verità  (la creduta appartenenza cristiana) dimoravano nella menzogna vivendo secondo un ethos neopagano, mentre ora che sono nella menzogna in quanto lontani da un ethos cristiano dimorano nell’autenticità perché in effetti hanno una corretta percezione di sé stessi. 
Finalmente cioè si è ricomposta quella scissione che separava la percezione di sé come cristiani e lo stile di vita improntato a fondamentale neopaganesimo: ora il credente, forse per la prima volta nella storia, si percepisce per quello che è ossia fondamentalmente intriso di ethos neopagano.
In questa prospettiva si colloca la Chiesa come realtà che ha sempre denunciato e testimoniato la fondamentale debolezza e lontananza dell’uomo, anche se credente, dalla verità cioè da Dio; essa si conferma come unica depositaria della verità sull’uomo. La Chiesa infatti ha sempre denunciato come peccato supremo la superbia, ossia la convinzione di dimorare nelle virtù  laddove invece la comoda scissione fra auto percezione e stile di vita (ethos) generava ipocrite sopravvalutazioni, sebbene spesso inconsapevoli.
La Chiesa ha sempre segnalato il pericolo di credersi cristiani mentre non lo si è, ha sempre segnalato la necessità di continue correzioni virtuose per istituire la necessaria coerenza fra ciò che si pensa, ciò che si verbalizza e ciò che si agisce: gli stessi sacramenti del resto servono a favorire questa coerenza, una più chiara percezione delle proprie debolezze e contraddizioni al fine del cammino di correzione. Si può dunque affermare che la Chiesa non solo conosce, ma ha sempre conosciuto e divulgato la verità sull’uomo.
In questo senso la Chiesa non solo non esce sconfitta dal confronto col processo di secolarizzazione che finalmente chiarifica i cristiani a sé stessi, ma da questo confronto esce vittoriosa perché trova conferma della correttezza del suo pensiero sull’uomo nel momento in cui il credente, chiamato allo scoperto dalle scelte ineluttabili che la secolarizzazione impone, perviene alla verità su se stesso, scoprendosi animato da quell’ethos neopagano che la Chiesa ha sempre indicato come supremo pericolo.
Sembra siamo così arrivati a un punto decisivo, anzi conclusivo: l’uomo, anche il credente, sa per la prima volta chi è. La Chiesa potrebbe così avere assolto in pieno la sua missione, cioè rivelare l’uomo a se stesso proprio in quest’epoca metafisicamente desolata, ponendolo davanti a uno specchio in modo possa osservare la sua vera natura, quella natura violentata dal peccato originale che da sempre ostacola la relazione con Dio.
In un’ottica di economia salvifica Chiesa e secolo sono per una volta alleate: entrambe guidano  l’uomo alla conoscenza di sé stesso l’una indicandogli le sue contraddizioni, l’altro costringendolo a scelte divisive. Entrambe rendono l’uomo lucido a sé stesso, lo liberano da false auto rappresentazioni e gli chiedono infine di scegliere fra Dio o se stesso, fra un ethos coerentemente cristiano o uno secolare.
La Chiesa come discrimine nella scelta fra l’autenticità come fedeltà alla propria natura umana decaduta e  la verità come fedeltà a Dio ha quindi sempre conosciuto lo scarto fra le due realtà: essa è dunque garante della libertà di scelta e come tale non può scomparire perché altrimenti cessa la possibilità dell’esercizio della libertà che sempre presuppone la conoscenza di se stessi.
E’ dunque di suprema importanza che la Chiesa conservi il suo carattere distintivo: quello di essere divisiva e segno di contraddizione, cioè di discrimine, così come lo è stato Cristo. Qualora cessasse di esserlo perché cessa di distinguere fra ethos cristiano ed ethos laicista  stabilendo un’equivalenza fra ciò che tende al divino e ciò che tende all’ umano, se tutto questo avviene, ecco che la Chiesa diventa un apparato collaterale al Potere. 
Se si vuole qualcosa di simile a un falso profeta.

(fine)

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