28 settembre 2017

Lo strano caso di Rosmini, tra Benedetto XVI e Francesco


di Giorgio Salzano

Mi imbarazza sentir definire indiscriminatamente certi cattolici come tradizionalisti, come si usa fare per chi dopo il Vaticano II si richiama alla costanza della tradizione. In tal caso, io stesso, semmai proprio dovessi definirmi, mi chiamerei un cattolico "tradizionale"; ma per tanti basta il semplice richiamo alla tradizione, per aggiungere alla parola il famigerato "ismo", come se considerare la tradizione valida testimonianza della verità esaurisse la capacità di ragionare. Comunque, non è il mio irrilevante caso che mi porta a queste considerazioni, quanto piuttosto lo strano destino a cui è andato incontro un grandissimo della chiesa cattolica: Antonio Rosmini. Nel 1888, trentatré anni dopo la sua morte, una serie di proposizioni più o meno indebitamente estrapolate dalle suo opere furono condannate per una ragione opposta a quelle che rendevano sospetto il tradizionalismo: per un eccesso cioè, di novità filosofico-teologica che sapeva di razionalismo, e quindi di modernismo.  A cominciare però dal secondo dopoguerra c'è stata una efficace opera di riabilitazione, non solo della sua figura di santo, maestro impeccabile di ascetica, ma anche del suo pensiero filosofico e teologico, culminata nella nota del 2001 ad opera dell'allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede cardinale Ratzinger, che lo liberava da qualunque sospetto e preludeva alla beatificazione avvenuta nel 2007. La cosa curiosa di questa recente vicenda è il diverso modo in cui Rosmini è stato menzionato nei discorsi di Benedetto XVI ed in quelli dell'attuale pontefice.
A più riprese Benedetto XVI ha fatto riferimento a lui come a un campione della ortodossia cattolica, senza per questo aver mosso rimprovero di errore, nella nota del 2001, agli estensori della censura ottocentesca. Francesco, invece, ogni volta che lo ha nominato nei suoi discorsi (come nell'omelia di Santa Marta di qualche giorno fa), lo ha fatto per sottolineare il variare dei giudizi della Chiesa da un'epoca all'altra, al punto che chi ieri era considerato eretico, oggi viene venerato come santo o beato. Così Rosmini appare, attraverso le sue parole, non più come il campione della indefettibile dottrina della Chiesa, ma come l'anticipatore, prima osteggiato e poi finalmente riconosciuto, delle "aperture" al nuovo che i tempi richiederebbero da essa.
Ma se vogliamo sapere davvero come si situa Rosmini nella storia della Chiesa, è opportuno rileggere il passo della Fides et Ratio di san Giovanni Paolo II, dove egli è menzionato come uno dei maggiori esponenti, negli ultimi due secoli, di un santo esercizio della ragione al servizio della fede. Chi ne avesse curiosità può andare a vedere i più di 50 volumi delle sue opere: ci troverà una incredibile freschezza di pensiero, capace di metterlo in dialogo e con i più recenti sviluppi della cultura scientifica e filosofica e con le più antiche testimonianze degli uomini.
In conclusione, non ci si accorge che la stessa contrapposizione di tradizionalisti e modernisti non ha cristianamente senso, poiché per la Chiesa solo vale il semper, ubique ab omnibus di san Vincenzo di Lerins. Il semper include l'esercizio della ragione come esplicitazione dei preambula fidei e chiarificazione degli stessi misteri di fede. Al punto che Rosmini non si perita dal dire nella introduzione alla sua Logica, che logica e vangelo sono i due pilastri su cui si basa la dottrina cattolica. Ci possiamo chiedere quindi, data la diversità dei riferimenti a Rosmini a opera dei due pontefici, se l'ecumenicità della ragione, tanto valorizzata da Rosmini, non possa segnare il discrimine tra vera e falsa "apertura": egli mostra infatti che è solo mantenendosi aperti a ciò che ci viene trasmesso dallo ieri che ci si può aprire anche al "fuori".


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3 commenti :

  1. Il problema è che Ratzinger e Rosmini erano Cattolici, altri no, e infatti laudi in ogni dove per Milani et similibus.

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  2. "proposizioni più o meno indebitamente estrapolate": lo stesso si potrebbe dire circa la condanna degli errori di Lutero, dei Giansenisti, dei Modernisti, anche li si trattava di proposizioni estratte dalle opere incriminate. Quando la Chiesa nella persona del suo Capo visibile, condanna certe cose in materia di fede è infallibile.

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    1. Caro amico,
      i casi che lei menzionati sono diversi.
      Nel caso di Rosmini furono censurate XL proposizioni estrapolate dal contesto, con la formula: haud consonae videbantur catolicae veritati. La Nota liberatoria del 2001 poteva perciò dichiarare:
      "Si possono attualmente considerare ormai superati i motivi di preoccupazione e di difficoltà dottrinali e prudenziali, che hanno determinato la promulgazione del Decreto Post obitum di condanna delle “Quaranta Proposizioni” tratte dalle opere di Antonio Rosmini. E ciò a motivo del fatto che il senso delle proposizioni, così inteso e condannato dal medesimo Decreto, non appartiene in realtà all’autentica posizione di Rosmini, ma a possibili conclusioni della lettura delle sue opere.
      Diverso è il caso di Lutero, del quale venne condannata in toto la dottrina. Lo stesso si può dire anche della dottrina giansenista della grazia.
      Più problematico è il caso dei "Modernisti". Non ho particolarmente studiato la questione, ma a quello che so l'enciclica Pascendi accomunava sotto quella denominazione un complesso di posizioni abbastanza diverse. Poco si parla oggi di "modernismo", se non negli ambienti definiti "tradizionalisti". Sarebbe quindi opportuno, in considerazione di questa malaugurata contrapposizione, riprendere in esame le posizioni condannate da Pio X nella loro diversità, per comprendere che cosa egli effettivamente censurava. C'è infatti un modo di dichiararsi "moderni", fuori come dentro la Chiesa, che, allegando pretese conoscenze scientifiche che rendono la cultura del passato superata, rappresenta in effetti un'affermazione del proprio io. Un simile atteggiamento è decisamente errato, e va sempre condannato.
      Posso perciò concordare con la sua frase finale, dove dice che, "quando la Chiesa nella persona del suo Capo visibile, condanna certe cose in materia di fede è infallibile".

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