30 settembre 2017

L’obitorismo. Nascita di un nuovo genere letterario (II parte)


di Marco Sambruna

(prima parte)

Il “RELIGIONISMO”

Una rappresentazione fedele dei tratti specifici dei popoli italiani d’altra parte non può prescindere dalla religione. Non è un caso che, nella rappresentazione dell’Italia che fu nei romanzi sopra richiamati, l’elemento religioso non sia mai assente. Infatti anche se sottoposto a dure e storicamente discutibili critiche ciò che conferisce interesse a quei romanzi è anche la polemica contro la religione, che in quanto irreligiosa è anch’essa derivata dalla religione.

Ma per poter cogliere questo aspetto della fisionomia italiana ora non c’è altra via che scrutare le profondità del passato per l’ottima ragione che tentare di rappresentare quella realtà, o meglio quella ricchezza del carattere italiano, a partire dall’attualità è impossibile.

Impossibile perché la religione cattolica, quale fattore decisivo che ha plasmato il carattere tipico italiano nella sua complessità, scomparendo sancisce anche la scomparsa della possibilità di rappresentare letterariamente l’attualità di un popolo che di fatto non esiste più se non in qualche recesso alpino o appenninico.

Impossibile perché senza l’aspetto religioso ormai tramontato dall’Italia standardizzata secondo criteri laicisti ci troviamo di fronte una tela bianca di cui non possiamo dire nulla se non prendere atto del suo insignificante e un po’ inquietante biancore.

Impossibile infine perché l’autore che osasse rappresentare questa tela bianca tentando di descrivere l’Italia attuale rischierebbe di scrivere un libro meramente didascalico, una sorta di referto autoptico che col suo freddo linguaggio a mezzo tra il scientifico e il giuridico non può stimolare l’acquisto da parte dei lettori.

L”OBITORISMO”, UN NUOVO GENERE LETTERARIO

“Lo zoo è la rappresentazione della città, lo zoo safari del suburbio residenziale fuori città. Visti dal sedile anteriore destro del monovolume, gli animali sfilavano in tutto il loro insuccesso, non sapevo se essere felice nel vederli vivi o compiangere la fierezza addomesticata, il portamento ammaestrato, la mia situazione fallimentare”
(Giorgio Falco, L’ubicazione del bene)

E invece, inaspettatamente, un autore che ha osato sfidare le leggi del mercato, e pure con discreto successo, l’ho trovato.

Giorgio Falco é autore milanese che come molti autori lombardi rifugge dai barocchismi e dai riccioli spagnoleggianti:  con “L’ubicazione del bene”, un libro che forse non casualmente non ha vinto nessun premio letterario se non minore, ha osato descrivere l’Italia attuale, il che significa compilare una lunga didascalia a commento di quella tela bianca di Lucio Fontana o di quel cadavere disteso sopra una tavola anatomica sopra evocati.
Egli cioè descrive l’uomo nuovo formato, anzi prodotto, dalla standardizzazione laicista e l’habitat che gli è tipico giacché ogni specie umana ha bisogno per sopravvivere di un ambiente a lui conforme.  D’altra parte l’ambiente circostante è anche la proiezione di chi quello spazio lo abita: così come nel passato anche recente è ancora possibile osservare un panorama ricco di sfumature civili e si simboli religiosi perché ricco e sfumato era il carattere italiano che su di esso proiettava le sue caratteristiche, allo stesso modo oggi possiamo osservare un panorama privo di originalità e quindi standardizzato perché il carattere italiano è stato plasmato dal conformismo e dal qualunquismo borghese prima e dalla standardizzazione globalizzante del laicismo ideologico poi.

Possiamo dunque senz’altro affermare che Giorgio Falco si inserisce a buon diritto nella storia della letteratura italiana contemporanea. Infatti dopo il positivismo, il verismo, il decadentismo, il neorealismo egli ha inventato un nuovo generare letterario che qui possiamo definire col termine di “obitorismo”.
Falco sembra specializzato nella conoscenza delle pallide esistenze metafisicamente narcotizzate che si consumano nei suburbi di Milano. Il  microcosmo o habitat obitoriale in cui l’autore racchiude l’uomo nuovo laicista se non vero e reale è certamente verosimile e realistico. Si chiama appunto Cortesforza ed è uno di quei paesi sorti dal nulla e nel nulla fatti di villette a schiere nuove, di capannoni industriali nuovi, di campi sportivi nuovi che giacciono come corpi anestetizzati su una tavola anatomica dai venti ai quaranta chilometri fuori Milano.

“L’ubicazione del bene” è la dissezione impietosa di fotogrammi essenziali di vite fallite eseguite con  la scientifica esattezza descrittiva di un Raymond Carver o con lo sharp focus allucinato di un Edward Hopper: un microcosmo popolato di medio borghesi che in qualche modo sono riusciti per ora a non farsi travolgere dalla crisi se per crisi intendiamo quella economica. Perché invece dal punto di vista esistenziale gli abitanti di Cortesforza sono ampiamente incompiuti. Che cosa significhi essere compiuti non lo sanno bene nemmeno loro gli abitanti di Cortesforza,  ma Giorgio Falco è uno scrittore di talento e ci fa intuire ciò che traspare chiaramente al di la e prima delle parole.

Egli ci parla in definitiva dell’obitorio esistenziale italiano che trova il suo campione rappresentativo nelle vite spente di un paese a venticinque chilometri da Milano perso in mezzo al piattume angosciante della pianura padana e rinchiuso nei quadrilateri delle tangenziali e delle autostrade. Con le vie e le vite paesane che finiscono in modo misterioso a ridosso di un campo di grano o di un campo incolto affacciati sul nulla.
Vite spente perché prive di spinte verticali, ma distese nei piatti orizzontalismi tipici nelle aree a sud di Milano come correlativo oggettivo di un nichilismo deprivato perfino di quella volontà di potenza che Nietzsche immaginava. Di potente infatti gli abitanti di Cortesforza non hanno nulla. Al contrario la loro anonimia devitalizzata risulta soprattutto dalla loro impotenza da deficit acuto di vitalità.
Rintanati in questa dimensione da provincia depressa i protagonisti del racconto hanno in comune una certa predisposizione all’infelicità, una specie di propensione naturale e invincibile alla noia e alla disperazione.

Una disperazione banale e noiosa perché giorno dopo giorno come in una serie sterminata di fotocopie ciascuna delle quali sempre più sbiadita e sempre più lontana dall’originale, gli abitanti del paesotto sperimentano le medesime futili cose: la sveglia all’alba per andare al lavoro a Milano, una giornata tediosa fra mille impegni la maggior parte dei quali completamente incapaci di gratificare anche il più umile degli ego, il ritorno a casa rigorosamente incolonnati sulla tangenziale evitando con cura il cadavere di qualche nutria schiacciata dalle ruote gemellate di un camion.
Poi l’arrivo a casa, un fugace bacio alla moglie, qualche laconico scambio di parole riguardo la giornata di lavoro, la televisione, il divano, il letto. A conferire l’illusione della libertà arriva la domenica che in un territorio piatto e desolatamente privo di attrazioni, come quello esistenziale dell’Italia odierna, finisce invariabilmente per rendere ancora più acuta la sensazione di vuoto pneumatico che grava come una cappa leggera su un accavallarsi di desideri caotici così frustrati da essere stati dimenticati.

Ma sotto l’apparenza di queste sbiadite figure dalle vite così banali cova una specie di sentimento di rivalsa, il livore, l’ansia compulsiva di fare qualcosa che conferisca nuova linfa vitale: ma poiché nulla di veramente nuovo caratterizza l’epoca attuale non resta che ricorrere a vecchi e superati modelli quale il mito senza tempo del mettersi in proprio aprendo una fabbrichetta o un’aziendina tipicamente milanese per dimostrare ai suoceri che si hanno le palle per diventare imprenditori di se stessi nonostante si possegga già un buon lavoro; la voglia compulsiva di mettere in cantiere un figlio come strategia di integrazione da parte di giovani mogli che vogliono sentirsi madri fra madri per avere un ruolo altrimenti inesistente; il desiderio di possedere un cane come misero succedaneo in grado di scimmiottare la mancanza di prole; l’incapacità di staccare la spina dallo stimolo della competizione che trova sfogo nell’organizzazione di combattimenti fra pesci rossi come alternativa chic al più popolare e rozzo combattimento fra cani; le gite domenicali organizzate allo zoo safari dove la parodia della libertà di cui godono gli animali è analoga a quella che tiene inchiodati gli uomini in una dimensione, come disse Fabio Volo in un film, “rattenuta” cioè una via di mezzo fra rattrappita e trattenuta; il desiderio di un giardino o un terrazzo piantumato da parte di chi a Cortesforza c’è finito solo perché era troppo povero per pagarsi un appartamento a Milano.

In questa dimensione asfittica e sottovuoto, sporcata appena da una luce opaca come in un quadro di Yves Tanguy, si svolge la lenta processione dei personaggi destinati a perdersi nell’oblio delle sterminate campagna padane, personaggi che tuttavia prima di scomparire definitivamente dalla scena, come scriveva Ferdinand Celine, si vogliono nuocere ancora un po’, giusto per non perdere l’allenamento alla competizione, ma soprattutto per conservare l’illusione di essere animati ancora da qualche debole e residuale scossa di vitalità.

Sfruttando l’illusione di abitare in vacanza secondo gli slogan visibili sui cartelloni pubblicitari degli stradoni padani che reclamizzano un nuovo cantiere fra Milano e Pavia, immobiliaristi falliti imbrogliano giovani coppie ancora inesperte delle vita, vendendo vecchie dimore da ristrutturare piene di invisibili tarme che corrodono la struttura portante della casa dei sogni appena comprata, così come appare scricchiolante e pericolosamente soggetta al “nuovo che avanza” la loro esistenza.
Assistiamo così alla vendita di un cane avariato ossia malato e pieno di pulci e zecche da parte di un negoziante ad una giovane moglie incapace di diventare madre sfruttando il suo desiderio di avere qualcuno di cui occuparsi.
Incappiamo in astute regie finalizzate a inchiappettare una coppia di sposini da parte di un fotografo che sembra un idraulico,  il quale scatta solo un terzo delle fotografie pattuite al matrimonio, poi chiude bottega per probabile fallimento senza portare a termine il lavoro nonostante avesse giurato e spergiurato di essere un professionista serio.
La ribellione impossibile all’infernetto quotidiano di Cortesforza qualche volta sfocia nella follia di una donna sola che vive nella villetta bifamiliare o nel figlio di anziani genitori che finisce ricoverato in una clinica psichiatrica.
“L’ubicazione del bene” che da il titolo al romanzo ha delle coordinate ben precise: sono quelle che corrispondono alla latitudine e alla longitudine di Cortesforza su un piano geografico immaginario e quelle del sogno di un naufragio per chi ormai,  stanco e svaccato,  non vede l’ora di spiaggiare su un’isola deserta magari ricorrendo a una qualche forma di suicidio esistenziale. Anche assistito.

(fine)

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