05 settembre 2017

Né abbandonare la barca di Luigi, né permettere che affondi


di Daniele Laganà

Negli ultimi anni della mia avventura liceale salesiana, pur coinvolto intensamente nelle attività di un’associazione missionaria di matrice cattolica, sentii sempre più l’esigenza di una compagnia nella fede, dove l’amicizia potesse essere illuminata dal comune amore per il Signore e dove fosse possibile trarre un concreto ausilio per scorgere la presenza di Cristo in ogni granello del reale; contestualmente principiai ad appassionarmi a Tempi, una testata giornalistica che aveva la dote di offrire una costante lettura dell’attualità alla luce della Verità incarnata, e diedi vita ad un sodalizio apologetico in difesa della famiglia con due mie compagne di liceo, arrivando a proporre insieme ad una di loro l’iniziativa delle Sentinelle in Piedi dinnanzi all’intera comunità discente. Attratto sia dall’avventura culturale di Tempi, allora diretto da Luigi Amicone, sia dall’amicizia che era sorta con queste due fanciulle, decisi di assaporare la sorgente da cui scaturiva questa bellezza e chiesi di poter iniziare a partecipare al raggio, l’incontro settimanale di Gioventù Studentesca, la dimensione di Comunione e Liberazione presso le scuole superiori; a cagione della preparazione della maturità, presi parte con incostanza ai raggi, con il proposito di vivere la proposta del movimento nella sua interezza nel tempo dell’università e così è stato. Trasferitomi da Milano a Roma per studiare odontoiatria presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, ho trovato nella piccola, ma appassionata comunità del movimento non sono una “seconda famiglia”, bensì anche il luogo ideale per permettere alla mia fede di spiccare il volo, con i gesti propri del carisma giussaniano (la Scuola di Comunità, la caritativa, gli Esercizi Spirituali, le assemblee, il Banco Alimentare, …), ma anche con il semplice invito a prendere parte alla celebrazione eucaristica mattutina, a cui ho risposto con generosa costanza, traendo un incommensurabile giovamento.
Nel contesto universitario, una proposta che il movimento rivolge a tutta la comunità è costituita dall’implicarsi nella rappresentanza studentesca, sottolineando il guadagno innanzitutto personale di tale impegno, ma, al contempo, offrendo all’ateneo la possibilità che una prospettiva evangelica possa illuminare le scelte didattiche; la rappresentanza è una delle forme con cui il movimento si propone di offrire al consorzio umano una presenza originale, scaturita dall’incontro personale con Cristo, e questa stessa presenza, contraddistinta da un giudizio chiaro sulla realtà, è stata oggetto, negli anni Settanta, degli attacchi trasversali della violenza atea sia rossa che nera, culminati negli attentati delle Brigate Rosse a Mario Perlini e Carlo Arienti: l’autenticità della testimonianza cristiana offerta da CL fu “convalidata” dall’aggressività della persecuzione di cui fu vittima e il Servo di Dio Luigi Giussani commentò quella situazione: «Di fronte al ricomporsi dell’unità [fra quanti riconoscono nella fede cristiana il punto di riferimento della loro vita] si sta oggi aggravando l’influenza che il laicismo radical-borghese esercita sulla nostra società. Questa ideologia, assunta anche dal “progressismo socialista”, sta diventando a livello culturale e politico un fatto dominante. Ci sembra ormai possibile un nuovo “totalitarismo ideologico” che, se tollera ancora la fede come fatto della coscienza privata, cerca, anche con la violenza, di impedire ogni emergenza pubblica e ogni incidenza politica
In queste ultime parole si ravvisa qual è la posizione di Comunione e Liberazione sulla natura della testimonianza cristiana, cioè una presenza che coinvolge l’integralità della realtà e che non riconosce alcuno spazio che non possa essere illuminato dalla luce di Cristo, mentre la posizione della quasi totalità dell’associazionismo cattolico viene più volte categorizzata da Giussani come “scelta religiosa”, formula per la quale «di fronte a tutti i problemi politici – diretti e indiretti: indiretti come l'aborto, come il divorzio; diretti come la scelta del partito –, tutte le associazioni cattoliche – tutte! – hanno  detto: “Noi siamo qui per educare il senso religioso degli uomini, perciò noi guardiamo soltanto la religiosità. Queste cose non ci interessano”», mentre CL ha avuto l’ardire di affermare che «tutto c’entra con la religiosità» e si è dimostrata fattualmente uno degli attori più tenaci in difesa dell’indissolubilità nuziale e della vita umana, pur avendo inizialmente criticato la scelta della forma referendaria. Questa diversità di vedute tra il movimento e la gran parte del resto del mondo cattolico si evidenzierà anche nella distanza tra Lazzati e Giussani, il primo impegnato nel dialogo con la modernità costruendo una civitas humana dove possa venir meno il riferimento a Dio, pur di trovare un consenso intorno a valori condivisi, il secondo convinto che non si possa che proporre la fede come esperienza che realizza ogni uomo, in una prospettiva per cui nell’agone socio-politico si agisca “in quanto cristiani” e non semplicemente “da cristiani”; tuttavia, oggigiorno, in alcune opere scaturite dal movimento, le quali non lo identificano interamente, ma ne sono comunque un frutto diretto, come ad esempio il Meeting per l’Amicizia dei Popoli (evento che ha l’intento di proporre al mondo lo sguardo che CL ha sulla realtà, pur invitando molte personalità provenienti da contesti alquanto differenti), si scorge una grande fatica nel concretizzare l’audacia del metodo insegnato dal Gius con cui porsi dinanzi alla realtà, facendo quasi apparire un cedimento verso la “scelta religiosa” e l’atteggiamento lazzatiano. Cosa potrà aver scaturito un tale (quanto meno apparente) indebolimento del carisma e quali sono i consigli che la storia del movimento può offrire per raddrizzare il cammino di questa straordinaria compagnia che sembra mostrare qualche segno di stanchezza?
Molteplici chiavi di lettura sono legittime e forse alcune possono rivelarsi complementari, in ogni caso credo che l’oggettività possa essere mantenuta se si conferisce la dovuta rilevanza al dato storico: a partire dal 2005 il presbitero iberico Julián Carrón succede a Luigi Giussani nella guida del movimento e, giusto per fare un esempio, nel 2007 il movimento prende parte con convinzione alla manifestazione in difesa della famiglia svoltasi davanti a San Giovanni in Laterano promossa dalla CEI, per cui mi sento di escludere che si possa attribuire alla successione una svolta sostanziale, mentre due dati interessanti sono la lettera datata 2 maggio 2012 a firma di Carrón dove viene manifestato il dolore di CL nel vedere calunniata la sua proposta in seguito al fumoso impianto accusatorio che viene costruito ai danni di Roberto Formigoni, eletto dal popolo lombardo come proprio governatore per ben quattro mandati consecutivi, e la scelta di non prendere parte alla manifestazione in difesa della famiglia del 2015, in seguito alla decisione della CEI di non sostenerla ufficialmente. Se il primo di questi due ultimi eventi è di poco antecedente all’elezione pontificia di Jorge Mario Bergoglio, il secondo si situa pienamente nell’“era di Francesco”, la cui influenza non può che pesare sulla conferenza episcopale del Belpaese, e il movimento, nella sua storia, ha sempre cercato, pur mantenendo l’originalità del proprio carisma, di essere in sintonia sia con la sensibilità del Santo Padre sia con le indicazioni vescovili, tuttavia se i precedenti papi mostravano una marcata simpatia per il carisma giussaniano, l’impostazione bergogliana ha reso più difficile il lavoro di sintesi tra l’insegnamento del fondatore e gli impulsi papali, con il rischio, più volte concretizzatosi, di fare proprio uno stile apertamente diverso dal proprio, arrivando a snaturare l’identità del movimento, basti pensare allo iato tra la chiarezza del volantino diffuso in occasione dell’assassinio di Eluana Englaro, avvenuto nel 2009, e la timidezza che si è palesata per quanto concerne l’omicidio di Charlie Gard.
Sicuramente persone che da molto tempo più vivono l’esperienza di Comunione e Liberazione hanno maggiore voce in capitolo del sottoscritto e il mio relativamente recente ingresso in questa compagnia mi rende compartecipe dei sentimenti di San Paolo, quando si sentiva come l’ultimo degli apostoli, a cui Cristo è apparso «come un aborto» (con la non secondaria differenza che in precedenza non ho mai perseguitato il cristianesimo), però non percepisco l’esigenza di non poter tacere: nell’analizzare queste dinamiche interne, spesso sembra come che da una parte ci sia una falange di duri e puri che per mantenere la fedeltà a Giussani scelgono di abbandonare il movimento e dall’altra una coorte di pretoriani pronti a difendere qualsiasi scelta intrapresa dalla dirigenza senza se e senza ma, mentre io non mi riconosco in nessuna di queste due posizioni, perché per me appare imprescindibile che non si debba né abbandonare la barca di Luigi, né permettere che affondi.
Fuor di metafora nautica, penso che l’unico vero modo per accettare la sfida che il metodo del Gius ci propone sia vagliare con attenzione e con sincerità in che condizione versi CL oggi, non curandosi tanto delle statistiche che pare non siano poi così rosee, ma piuttosto di quanto profonda sia la distanza (che, entro un certo limite, è anche fisiologica) tra il carisma autentico e ciò che stiamo vivendo; nella mia esperienza personale non posso che essere estremamente grato per i gesti insegnati da Giussani che compongono la proposta del movimento nella sua quotidianità e credo che essi, tutto sommato, siano stati tutelati sufficientemente bene dalla corrosione del tempo, mentre la dimensione pubblica del movimento abbia assunto un assetto che esiga un onesto ripensamento.
Nella storiografia di CL scritta magistralmente da monsignor Camisasca, si individuano due snodi, due crisi principali che il movimento ha attraversato: la prima investì l’embrionale esperienza di Gioventù Studentesca durante gli anni della contestazione sessantottina e divise la realtà formatasi in un gruppo innamorato del Fatto cristiano ed un altro più dedito ad una forma di impegno morale e sociale, mentre la seconda interessò un movimento più consolidato, fu meno traumatica, ma non meno reale, indentificata da Giussani con le parole di Laura Cioni: «Una grande fioritura, le cui radici si sono inaridite». Se nella “seconda crisi” il problema riscontrato era stato un'eccessiva politicizzazione che aveva portato a smarrire l’esigenza di riandare costantemente a Cristo, si potrebbe dire che nella circostanza presente ci troviamo di fronte all’estremo opposto, dove l’elemento religioso e il rapporto personale con Cristo non si è perso, ma si prova una timidezza ingiustificata nel porre all’interno della società lo sguardo sulla realtà che questo incontro ci consegna; a mio umile parere, quest’ultima consapevolezza potrebbe essere davvero il punto di partenza per una nuova ripresa del movimento, una realtà che ha segnato il Novecento cattolico italiano, un tempo dove il compromesso con il mondo è stato implicitamente o esplicitamente e in forme diverse uno degli orientamenti più diffusi nell’ambiente ecclesiale, e che speriamo possa essere uno strumento che lo Spirito possa continuare ancora adoperare per far innamorare sempre più l’uomo di Cristo e fargli accorgere che solo vivendo tutta l’esistenza insieme a Lui può essere veramente felice.

 

4 commenti :

  1. Riflessione ingenua ed idealista.
    Senza un nuovo katechòn non esiste più la CL di Giussani.

    E inoltre, meglio una salutare diaspora per ritrovare la propria coscienza in Cristo, che stare tutti insieme a rimpiangere il tempo perduto, e mitizzato. Che non tornerà.

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  2. Caro giovane amico ciellino, che hai fatto tuo un linguaggio così tipico, chi ti scrive ha vissuto a lungo "attorno" a cl, con vari amici e qualche frequentazione, e con un grande appunto: la mancanza di senso critico. Questo direi che invece a te non difetta, come ai tanti amici di cl con cui ho condiviso l'avventura dei due recenti "family day". Il mio augurio e la mia preghiera è che chi ha la coscienza pulita come la tua sappia porsi davvero come punto di rinascita, perché se cl è quella del "meeting", povera Chiesa italiana!

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  3. Vale sempre la pena ricordare quello che ha detto il Papa a CL

    Dopo sessant’anni, il carisma originario non ha perso la sua freschezza e vitalità. Però, ricordate che il centro non è il carisma, il centro è uno solo, è Gesù, Gesù Cristo! Quando metto al centro il mio metodo spirituale, il mio cammino spirituale, il mio modo di attuarlo, io esco di strada. Tutta la spiritualità, tutti i carismi nella Chiesa devono essere “decentrati”: al centro c’è solo il Signore! Per questo, quando Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi parla dei carismi, di questa realtà così bella della Chiesa, del Corpo Mistico, termina parlando dell’amore, cioè di quello che viene da Dio, ciò che è proprio di Dio, e che ci permette di imitarlo. Non dimenticatevi mai di questo, di essere decentrati!

    E poi il carisma non si conserva in una bottiglia di acqua distillata! Fedeltà al carisma non vuol dire “pietrificarlo” – è il diavolo quello che “pietrifica”, non dimenticare! Fedeltà al carisma non vuol dire scriverlo su una pergamena e metterlo in un quadro. Il riferimento all’eredità che vi ha lasciato Don Giussani non può ridursi a un museo di ricordi, di decisioni prese, di norme di condotta. Comporta certamente fedeltà alla tradizione, ma fedeltà alla tradizione – diceva Mahler – “significa tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri”. Don Giussani non vi perdonerebbe mai che perdeste la libertà e vi trasformaste in guide da museo o adoratori di ceneri. Tenete vivo il fuoco della memoria di quel primo incontro e siate liberi!

    Così, centrati in Cristo e nel Vangelo, voi potete essere braccia, mani, piedi, mente e cuore di una Chiesa “in uscita”. La strada della Chiesa è uscire per andare a cercare i lontani nelle periferie, a servire Gesù in ogni persona emarginata, abbandonata, senza fede, delusa dalla Chiesa, prigioniera del proprio egoismo.

    “Uscire” significa anche respingere l’autoreferenzialità, in tutte le sue forme, significa saper ascoltare chi non è come noi, imparando da tutti, con umiltà sincera. Quando siamo schiavi dell’autoreferenzialità finiamo per coltivare una “spiritualità di etichetta”: “Io sono CL”. Questa è l’etichetta. E poi cadiamo nelle mille trappole che ci offre il compiacimento autoreferenziale, quel guardarci allo specchio che ci porta a disorientarci e a trasformarci in meri impresari di una ONG

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  4. Io consiglierei di rileggere le parole che un altro Papa, San Giovanni Paolo II, diceva rivolgendosi a don Giussani ed ai suoi ciellini.
    L’11 febbraio 2002, Giovanni Paolo II scrive a don Giussani una lunga lettera autografa, in cui si legge: «Il Movimento ha voluto e vuole indicare non una strada, ma la strada per arrivare alla soluzione di questo dramma esistenziale. La strada, quante volte Ella lo ha affermato, è Cristo… Il cristianesimo, prima di essere un insieme di dottrine o una regola per la salvezza, è pertanto l’“avvenimento di un incontro”».
    E, come notato da Famiglia Cristiana (9/2006), «Wojtyla arrivò a dire parlando ai ciellini: “Il mio modo di vedere le cose è simile al vostro, anzi è lo stesso”». E «una volta gli scappò un “noi ciellini” che non era una battuta»
    (Fonte: Tempi)
    Questo è un abbraccio che muove, quelle di Francesco sono legnate date a qualcuno che non si ama e non si stima.

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