04 ottobre 2017

È tornato don Camillo/26. La festa della Madonna

di Samuele Pinna
Faceva un caldo porco in quell’afosa estate cittadina in cui le uniche che sembravano veramente felici, anche se mai appagate, erano le zanzare. In città queste erano più furbe o semplicemente più robuste rispetto a quelle di paese (probabilmente a causa dell’inquinamento). Resistevano, pertanto, risolute infischiandosene di zampironi e fornellini, riuscendo a succhiare litri e litri di sangue da ignare vittime. Ma non sono soltanto le zanzare a porre una differenza tra la vita di città e quella di paese: c’è pure la questione della celebrazione dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. Nel cuore dell’estate, infatti, la gran maggioranza dei cittadini si riversa in località di villeggiatura dove, proprio in quei luoghi di riposo, può gustarsi con rara solennità la festa liturgica mariana. In queste occasioni, la chiesa è solitamente addobbata come le strade, i davanzali e le cancellate delle case; la gente è poi in fibrillazione per la processione con la statua della Madonna. Ogni comune ha le sue tradizioni e i suoi riti che si plasmano su quello della cattolicità. In città, invece, è tutta un’altra musica, anzi di musica ce ne è poca e non solo perché mancano le bande di paese, ma perché le parrocchie si svuotano con i fedeli in giro per il mondo a motivo delle vacanze.

Il povero pretone si trovava anche quell’anno davanti una chiesa mezza vuota e con la presenza di quei vecchietti che, non avendo nessuno o mancando di forze per potersi fare un periodo di ristoro, vengono almeno a sentir Messa.
Il nostro don Camillo redivivo, però, non si scoraggiò, anzi pareva proprio ispirato quel giorno. Prese un bellissimo paramento antico (e quindi pesante da far sudare un toro) e si preparò per la santa Eucaristia. Lui soffriva il caldo, ma evidentemente la Madonna aveva pregato il buon Dio, tanto che l'Altissimo doveva avergli iniettato una dose da cavallo di grazia. Sicché, durante la celebrazione, fu compunto, sobrio, solenne e quando giunse il momento dell’omelia apparve come trasfigurato.
Se c’era, come c’era, poca gente a partecipare al rito, lui parlò come se fosse davanti a una chiesa gremita e alla presenza del Papa.

«Se ogni figlio», aveva esordito con voce tonante, «evoca in qualche modo i lineamenti dei genitori e, dunque, anche della madre, provate a immaginare la somiglianza di Gesù con Maria. Lui che è “il più bello tra i figli dell’uomo”, “l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di tutta la creazione, nel quale dall’eternità tutte le cose sono state pensate e volute”. A rifletterci bene allora la legge della somiglianza – che pur continua a sussistere – per così dire, si inverte: sarà la madre a dover mutuare dal figlio ogni vitalità e ogni avvenenza. Così è stato per Maria: la Madre del Signore dell’universo e dei cuori doveva essergli la più vicina, lei che gli ha dato forma è invero stata plasmata da lui, centro della creazione. Maria è, dunque, la più conforme a Gesù: tale pensiero ha guidato nei secoli la riflessione della Chiesa e dei veri credenti, che sempre meglio hanno visto in Maria il modello più perfetto della conformità a Cristo, la più pura trasparenza della sua santità, colei che non può non essere la più intimamente associata al destino di gloria del suo Unigenito. Figlia del tuo Figlio, scrive Dante in versi insuperabili e insuperati, che sintetizzano mirabilmente il mistero di Maria».
Dopo un attimo di pausa, da vero oratore, proseguì: «Alla luce di questa intuizione si coglie tutto il senso e il valore di questa antichissima festa dell’Assunzione che a mezza estate viene ogni anno a rallegrarci e a darci coraggio. Questa festa è il riconoscimento della totale adesione della Vergine alla sorte del suo Figlio risorto, il quale non ha conosciuto la corruzione del sepolcro e vive anche con l’integrità delle sue membra nello splendore del Padre».

Per ridestare l’attenzione dell’uditorio, si fermò ancora un attimo: «La celebrazione di oggi, però, ci ricorda che Maria nella storia della salvezza non è un’eccezione solitaria, non è la titolare di privilegi assolutamente incomunicabili. Al contrario, in lei si può leggere – con intensità singolare – ciò che Dio vuol compiere in tutti coloro che si abbandonato al suo amore. Questa certezza ci colma di gioia e di vibrante speranza. Una potente carica di fiducia si sprigiona dall’avventura umana di questa giovane, chiamata a diventare la “donna vestita di sole e coronata di stelle”, di cui ci ha parlato l’Apocalisse».

Infine, dopo un lieve tossire per dare più enfasi al compimento di quel discorso, proseguì risoluto: «La Madonna con la sua vicenda ci rasserena; ma non ci dice di ignorare o di minimizzare il peccato, non autorizza nessuno a non distinguere più il bene dal male, quasi che sia chiusura mentale o intolleranza chiamare le cose con il loro giusto nome. Il male c’è, frutto del peccato, che porta alla morte. E, in virtù della sua piena e perfetta sequela di Cristo, che ha voluto condividere fino in fondo l’esperienza oscura e tragica di tutti i discendenti di Adamo, anche Maria ha compiuto il passo misterioso della morte, che tutti ci attende. La morte è il momento in cui ogni uomo, in faccia a Dio, viene valutato per quel che vale: è il momento in cui l’intera esistenza è pesata in un giudizio trascendente, che nessun potere, nessun travisamento mondano sarà in grado di irridere o di fuorviare. Ogni uomo che muore incontra la sua “verità”: e conta soltanto quello che ha realmente fatto e vissuto. E il “giudizio” del Signore – ce lo ha detto la Madre di Dio nel canto del Magnificat – è anche capace di “innalzare gli umili” e di “disperdere i superbi nei pensieri del loro cuore”. La “verità” per Maria – giunta al compimento della sua vita terrena – è stata la gloria dell’Assunzione».

Un’ultima piccola pausa stava a indicare la conclusione del discorso e l’omelia si concluse con garbo: «Impegniamo la nostra libertà per scegliere il bene così da poter giungere al gaudio eterno del Paradiso, sapendo che qualche istante di quella gioia perfetta è possibile gustarla mediante le nostre scelte di amore sorrette dalla grazia soprannaturale anche qui nella nostra vita. Uniti al Signore Gesù possiamo anticipare, per quanto possibile, la beatitudine eterna, vivendo un’esistenza che sa – come ci assicura Maria – che il peccato, il male e la morte sono realtà definitivamente sconfitte».
I presenti furono colpiti da quella predica tanto lucida e profonda e qualcuno si complimentò pure con il nostro don Camillo, il quale rispondeva di essere stato ispirato dalla bellezza del mistero di Maria. Se la devozione del pretone di città era sincera, non lo era affatto l’ispirazione, perché aveva attinto alcune delle sue parole da altri, rielaborandole qui e là con il suo stile. Nella sua amabile ingenuità, si giustificò dicendo che non bastavano buone parole ma era soprattutto necessario saperle dire con la giusta creanza. Siccome, però questo ragionamento non lo convinceva sino in fondo, andò a chiarirsi le idee dalla Madonna, la quale – dopo qualche Ave Maria – parve proprio rimandarlo a suo figlio Gesù. Entrato mesto in sacrestia, don Camillo redivivo iniziò la sua arringa di difesa, fino a quando, sentendo una voce rispondergli, gli mancò il fiato e quasi gli venne un colpo.

«Complimenti per la predica», gli disse Gianpaolo Fabbro, sbucato fuori da chissà dove, «però si è capito lontano un miglio che non era farina del suo sacco. Tuttavia, devo riconoscere che è stato proprio bravo a trasmettere quel pathos che ha tenuto alta l’attenzione dei suoi fedeli. Ottima omelia, davvero! A differenza di quelle che spesso fa e che pare non finiscano mai…».
Don Camillo redivivo gli avrebbe mollato uno sberlone o lanciato la prima cosa a portata di mano, ma quello là come era venuto se ne era andato via. Fu a quel punto che don Augusto, rimeditando le parole di Jean Paul, ricordò un saggio suggerimento a riguardo dell’arte omiletica: “nella predica i primi dieci minuti sono per Dio, i secondi dieci minuti sono per l’uomo, mentre il resto è per il diavolo”.
Se si sentiva un poco in colpa per aver preso meriti che non erano effettivamente suoi, rimaneva fiducioso: in fondo, aveva detto cose sagge e profonde. Non restava, dunque, che affidarsi a Nostro Signore. Anche perché, a vedere bene le cose, il rischio grave, vinto solo dalla preghiera, si presenta quando, usando parole degli altri o le proprie, non importa, si proferiscono dal pulpito asinerie belle grosse. E Gregorio Magno aveva già ammonito i futuri predicatori e c'è poco da aggiungere: “Le guide delle anime debbono provvedere con sollecita cura, non solo a non fare assolutamente discorsi perversi e falsi, ma a non dire neppure la verità in modo prolisso e disordinato, perché spesso il valore delle cose dette si perde quando viene svigorito, nel cuore di chi ascolta, da una loquacità inconsiderata e inopportuna”.
Maria, donna del silenzio, ora pro nobis.


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