11 ottobre 2017

È tornato don Camillo/27. Vacanze Romane

di Samuele Pinna
La notizia era giunta e prese la fisionomia di una vacanza premio. Tuttavia, si sa che i preti non lavorano e sono sempre in villeggiatura e, dunque, la cosa scosse il nostro don Camillo, che si percepiva un vacanziere senza fissa occupazione. In realtà, a stare a stretto contatto con un sacerdote ventiquattro ore su ventiquattro ci si rende conto delle svariate attività a cui deve dar fronte. Soltanto una mentalità pagana, senzadio o blasfema può pensare il contrario: un presbitero vive tutta la sua esistenza consumandosi nel servizio!

Tanto è vero che quando gli si fece una proposta di un breve periodo di riposo, don Augusto all’inizio aveva creduto fosse uno scherzo, poi si insospettì con la paura che qualcuno stesse tramando qualcosa alle sue spalle e, infine, si decise che l’idea non era poi così balzana. Qualche giorno nella capitale: delle vere e proprie vacanze romane! Tutto gli era stato suggerito nei minimi dettagli: dall’alloggio ai luoghi da visitare fino all’Udienza pontificia da godersi in piazza alla bene e meglio in mezzo a migliaia di sconosciuti. C’era solo da scegliere con chi condividere questi giorni turistici. Don Augusto non ci mise troppo e si presentò a casa sua in un batter d’occhio: sua madre era scoppiata in lacrime, lei che si emozionava quando doveva andare dal paesello fino alla città per riabbracciare il suo diletto figliolo. Per il padre la faccenda era più complicata: chi si sarebbe preso cura della vite, primogenita tra le colture, dell’insalata, dei pomodori, delle melanzane, delle carote, delle zucchine, dei fagioli, dei ceci…? Chi avrebbe controllato il frutteto e gli ulivi? Chi si sarebbe preso la briga di dar da mangiare alle bestie? Don Camillo redivivo aveva, però, pensato a tutto e davanti al programma denominato “salvataggio orto & Co.”, il padre non poteva che accettare di buon grado.

Partirono all’alba di una fresca giornata: il treno li avrebbe scortati fino alla capitale. Il viaggio fu epico così come i giorni passati nell’urbe. Tutto era incredibile, affascinante, meraviglioso. La città eterna si era tirata a lucido e pareva aspettasse proprio questi tre turisti. Ciò che colpì di più i pellegrini vacanzieri, oltre alla bellezza indescrivibile delle chiese, fu il Museo vaticano: quanta arte da contemplare e gustare. Il nostro don Camillo aveva un concetto di bellezza molto conciso e molto avversato, sicuramente criticato dai veri esperti. Lui si spiegava più o meno così: “Se una ragazza è bella, è bella; che sia intelligente o simpatica poco importa, questi sono aggettivi aggiuntivi, irrilevanti per il colpo d’occhio”. La cosa filava con logica, ma tralasciava la grammatica e l’ermeneutica e aver chiamato in causa aggettivi, avverbi o tutto l’abbecedario faceva sì che il povero pretone si sentisse còlto in fallo e quindi lasciava perdere la difesa della sua stuzzicante tesi. Lui, del resto, non era solo interessato alla bellezza ma pure alla bontà. Sicché una sera, con i suoi genitori, decise di andare a cenare a Trastevere. Individuò il ristorantino a colpo sicuro, evitando con cura quelli turistici e cercando di fiutare la scelta. E il fiuto non lo abbandonò, così come la provvidenza.

Il nome del locale era significativo: “Osteria del Paradiso”. Giunti sulla soglia incrociarono una cameriera dal tipico accento romanesco e ottima per la pubblicità del locale. Era, infatti, abbondante come le porzioni delle portate e simpatica come il vino de’ li castelli che si beveva a fiumi. I tre pellegrini si accomodarono su un tavolaccio di legno di massello e fu portata subito la carta con le varie vivande. Don Camillo redivivo voleva mangiare tipico e convinse anche i suoi genitori a fare lo stesso. Iniziarono con una pasta alla carbonara che era la fine del mondo e dura anche da finire vista la quantità esagerata presente nel piatto. Dopodiché, non poterono rifiutare di assaggiare i bucatini alla matriciana e, appena pressurizzato lo stomaco grazie al gradevole vinello tracannato a ettolitri, quelli cacio e pepe. Nonostante il palese diniego dei suoi amabili genitori, il nostro pretaccio si impuntò e chiese risoluto la coda alla vaccinara: una sola porzione che divisero in tre e, a momenti, avanzava pure! Dopo quella che fu considerata all’unanimità una pietanza paradisiaca, non c’era più spazio per nulla e, pertanto, i tre si alzarono satolli e si diressero, facendo una lunga camminata per smaltire, al loro alloggio per la notte. Il giorno dopo sarebbe stato il turno della bellezza, ora erano più che soddisfatti della bontà.

Si diressero di primo mattino ai Musei e rimasero per ore strabiliati dalle bellezze artistiche su cui posarono i loro trasognati sguardi. Furono colpiti soprattutto dalle stanze di Raffaello e rimasero con il naso in su non si sa per quanto tempo mentre contemplavano il Giudizio universale, in particolare, e tutta la Cappella sistina, in generale, di Michelangelo. Parevano tre bambini in un parco giochi. “Quando una roba è bella, è bella!”, concluse il padre del nostro don Camillo con saggezza stringente. Mentre stavano uscendo dalla sala un giovanotto rincorse il pretone e gli chiese una benedizione per il suo rosario. Avendo la talare era ben facile comprendere il “mestiere” di don Augusto, lui che invero era in villeggiatura. Fu più faticoso comprendere l’idioma di quel ragazzo straniero. Una volta afferrato il senso, il prete vacanziero fece tutto come si doveva, ricevendo in risposta ringraziamenti internazionali.

Ora, mancava soltanto l’Udienza: il recupero dei biglietti fu più lungo del previsto, ma alla sera don Camillo redivivo stringeva in mano i tre “pass”, come si dice con linguaggio universale, e li sventolava allegramente. Al mattino si dovettero alzare molto presto e mettersi in viaggio insieme a una miriade di persone provenienti da tutto l’orbe terraqueo.

A un certo punto, in una gradevole giornata soleggiata, con una piazza San Pietro piena come un uovo, ecco arrivare il Papa: la sua figura vestita di bianco si stagliava in mezzo alle migliaia di persone che lo accoglievano esultanti. Don Camillo redivivo e i suoi genitori lo vedevano grande quando un paio di mele, ma loro se lo figurarono lì vicino intento a stringergli le mani e a manifestargli il suo affetto. Insomma le emozioni furono forti. E quando ripresero la via del ritorno don Augusto era ancora su di giri e si fermò da un venditore ambulante, comprando delle caldarroste che lo resero ancor di più di buon umore. Un tale, vedendo la gioia dei tre pellegrini, chiese con la tipica spontaneità romanesca il motivo del loro girovagare felice per la città eterna.
«Abbiamo visto il Papa!», dissero con entusiasmo all’unisono. Per il loro curioso ascoltatore quella non pareva una gran cosa e si informò dal prete chiedendogli il motivo di tanta eccitazione. La risposta si fece attendere, perché pareva una domanda senza senso: Il Papa è il Papa e per un cattolico non c’è figura più importante. Non è la persona che lo rende speciale, ma il ministero. L’interlocutore volle qualche chiarimento.

«Gesù ha inviato Pietro contro gli assalti delle potenze dell’inferno. Egli ha pure affermato che la Chiesa sarà fondata sul privilegio dato a Pietro di detenere sovranamente le sue pecore. Quando la persona di Pietro morirà, la missione di Pietro continuerà. È ciò che si intende per esprimere quando si dice che il potere sulla Chiesa universale era dato a Pietro come un privilegio personale che doveva passare ai suoi successori, in persona propria, non solum pro seipso, sed pro omnibus successoribus suis . Questa è la bellezza cattolica. Il Papa può essere simpatico o antipatico e tuttavia rimane il Vicario di Cristo. Può persino dire qualcosa di rocambolesco, ma se non interviene ex cathedra parlerà a suo nome personale, senza accludere la voce della Sposa nei suoi discorsi. Del resto, è già capitato in passato…».

«Ex… che? Mi faccia capire meglio, allora, qual è la sua funzione?», aveva domandato titubante quell’altro.
«Tra le funzioni», spiegò don Augusto, «egli ha quella d’insegnare, di confermare i fratelli nella fede e, se deve essere il fondamento della fede di una Chiesa infallibile contro la quale le porte dell’inferno non potranno prevalere, è evidente che deve potere, in alcune circostanze, insegnare in modo infallibile, non certo per apportare nuove rivelazioni, ma per esporre fedelmente il deposito rivelato una volta per sempre dagli Apostoli. Le definizioni del Romano pontefice fatte in virtù della sua suprema autorità apostolica per dichiarare la dottrina intorno alla fede o ai costumi che deve essere ritenuta dalla Chiesa universale, sono immutabili in virtù dell’assistenza di Cristo al suo Vicario, non già per il consenso della Chiesa, che indubbiamente c’è sempre non per deciderle, ma per seguirle. Solo in queste circostanze solenni diremo che il Pontefice parla ex cathedra».
Dopo questa intensa quanto breve catechesi, quello si congedò dovendo andare altrove, mentre i viatori raggiunsero la basilica di Santa Maria Maggiore, vicina alla stazione e ultima tappa prima di riprendere il treno verso casa.

Durante il rosario che avevano iniziato in quel meraviglioso tempio, ecco che non ti sbuca fuori di nuovo quel ragazzo che giorni prima aveva chiesto una benedizione al nostro don Camillo redivivo, il quale fu sorpreso di rincontrarlo tra le migliaia di migliaia di pellegrini e turisti in giro per Roma. Tra sorrisi e ringraziamenti, fecero una fotografia ricordo per immortalare l’avvenimento. La Provvidenza ogni tanto gioca proprio degli scherzi strani.
Arrivarono a casa che era quasi notte stanchi morti: avrebbero avuto bisogno di un’altra vacanza per riprendersi da quella vacanza. Erano, però, tutti e tre molto felici e don Augusto dopo quella scorpacciata di cose incantevoli non poté che sospirare, ripensando alle parole di quel santo Papa che si era ispirato allo scrittore russo. Davvero “ la bellezza salverà il mondo”, perché la bellezza è in un certo senso l’espressione visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della bellezza ”.
E a proposito di bene o di cose buone, che è poi lo stesso, don Camillo redivivo così concluse il suo pindarico ragionamento: “E l’ Osteria del Paradiso con la sua carbonara, bucatini, coda alla vaccinara e vinello de’ castelli, docet”.

 

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