18 ottobre 2017

È tornato don Camillo/28. Il caldo abbraccio in un freddo funerale

di Samuele Pinna
Armando Bruno non era un disgraziato di per sé, lo era a motivo della cultura o, meglio, del pensiero dominante che aveva respirato fin dalla tenera età. I suoi genitori era emigrati dal Sud al Nord del nostro bel Paese e si erano stabiliti in città. Armando Bruno non era un uomo cattivo, si era incattivito a causa di una vita scialba, fatta di pressappochismo e scarsi valori. Niente cattiverie, insomma, solo un’esistenza così, un poco sbiadita. Si era sposato ancora giovane con una bella ragazza, che appena maritata aveva deciso di non mantenersi bella e di aumentare non solo i grassi adiposi in tutto il suo corpo in modo eccessivo, trascurandosi non poco, ma pure un carattere insopportabile. In un mondo in cui si nega il vero e il falso e si confonde il giusto con lo sbagliato, vai a capire di chi era la colpa. Beh, insomma, alla fin fine quello che si può dire è che, di punto in bianco, Armando Bruno lasciò la moglie e si mise “insieme” (se non erro oggi si dice in questo modo) a una signorina non di origini italiche, ma che proveniva dall’est del vecchio continente.

Se con la prima donna era rimasto all’asciutto con la seconda sfornò un bel figlioletto, anzi a esser precisi una splendida bimba. Siccome l’Armando Bruno era un disperato di prima categoria, dopo un tempo relativamente breve, gliene capitò una dietro l’altra. Prima perdette – metaforicamente parlando – la moglie, poi l’amante (o la seconda consorte, come dir si voglia), in seguito il lavoro, non troppo dopo i pochi risparmi e infine, a causa di un brutto male, anche la pellaccia. In tutto questo la sua figliola gli era sempre stata accanto e lui invece aveva, con questa forsennata scelta di morire, lasciato sola la cosa più azzeccata della sua vita. Quella là era, infatti, una ragazzina ormai in piena adolescenza, che si era conservata incantevole nell’aspetto esteriore e interiore. Ciò lo si deduceva anche nella scelta di vivere con lui, rifiutandosi di abbandonarlo nonostante fosse un vero e proprio disgraziato, fatto e finito.
La morte giunse dopo una penosa ma non lunghissima malattia. L’Armando Bruno comprese in quello spazio di tempo che l’esistenza era un regalo del Cielo, che doveva esserci per forza Qualcuno a reggere il gioco dei destini, che il dono ricevuto della vita perpetuava, sfidando il tempo, nella delicata forza di quella sua piccola donna. Questa era stata tirata su alla buona, ma si sa a volte i figli sono più assennati dei padri. A volte, ma sicuramente in quel caso.

La presidenza della celebrazione di quel funerale toccò in sorte al nostro don Camillo, il quale dovette recuperare qualche informazione per non attribuire, durante l’omelia, gesta poco consone a chi giaceva tranquillamente nella cassa. Il vezzo di spettacolarizzare le cerimonie liturgiche era una cosa che gli procurava idiosincrasia, anche se si usava ormai tale costumanza in giro un po’ dappertutto. Il funerale consisteva nell’affidare a Dio l’anima del defunto, non fare l’elogio delle sue gesta, encomio sempre soggettivo e parziale. Se da pregare e riverire doveva essere soltanto Dio (e non il morto bisognoso della Sua grazia), don Augusto accennava all’occasione anche a qualche piccolo insegnamento cristiano a partire dall’esistenza del caro estinto. Senza esagerazioni, senza eccessi, senza tirar in ballo cose inutili. Non acconsentiva, infatti, a pratiche aliturgiche, solitamente fuori luogo, quasi sempre patetiche. Purtroppo, anche quella fanciulla cresciuta alla carlona, aveva non poca confusione nel grazioso testolino, tanto che avrebbe voluto far sentire una musica (se di musica si tratta) del suo cantante preferito e di quello del suo povero papà durante la cerimonia funebre. Il pretone fu dolcemente irremovibile, ma mosso a grande compassione fece accendere gli altoparlanti del sagrato e, conclusosi il rito liturgico, permise che partisse quella musichetta da avanspettacolo, benché categoricamente fuori dalla chiesa. Agì con vera pietà, perché quella ragazza dall’aspetto tanto delicato si era mostrata forte dinnanzi a quel dolore, vissuto in solitudine e che pareva non averla esteriormente scalfita. L’abbraccio che si erano scambiati a fine funzione aveva fatto tremare le robuste carni del povero prete di città, davvero addolorato dinnanzi a quel dramma vissuto dalla giovinetta con fiera dignità.

Prima delle esequie, quando era ancora in sacrestia, don Augusto aveva faticato parecchio per capire bene le parentele del fu Armando Bruno, individuando solo la figlia, senza alla fine comprendere chi fosse la madre, la moglie del defunto e l’amante o la seconda consorte, benché mai sposata.
Nella predica aveva, poi, detto cose profonde ispirate sia al Vangelo sia allo sguardo di quella ragazza così serio e insieme velato di vero dolore eppure carico d’amore.
La gente era poca e, come capita spesso in città, con scarsa dimestichezza sulle cose da dire e su come muoversi durante la celebrazione. Tutto fu terribilmente sobrio. Tutto, tranne quella stretta, quel caldo abbraccio in un freddo funerale. La ragazza, alla fine, in un sussurro, aveva ringraziato il pretone che si schermì nelle sue grosse spalle.
Una volta che la chiesa fu silenziosamente vuota, don Camillo redivivo si mise a pregare per la vita di quella giovane in balìa di se stessa, senza troppi riferimenti, con un dolore vivido da portarsi dietro e con un mondo che poteva sbranarsela facilmente. Implorò il buon Dio anche per l’animaccia dell’Armando Bruno che qui in terra inizialmente non credeva e poi lo fece a suo modo. Ora era, comunque, costretto a vedere la Verità in tutta la sua gloria. Don Augusto pregò perché potesse guardarLa dalla parte giusta.
Ripensò, infine, alle esequie e alla necessità di svolgere la liturgia con cura e attenzione. Poteva, anzi era sicuramente, una grande catechesi per chi, lontano o vicino che fosse dalla fede, partecipava con dolore al mistero della Croce che tutto redime.
Uscendo da una porta laterale, aveva incrociato Jean Paul, il quale osservando il suo sguardo trasognato, si era preso la briga di chiedere se tutto andava per il verso giusto. Il prete di città aveva, pertanto, raccontato le sue emozioni e il giovane, ascoltando con attenzione, aveva domandato retoricamente ad alta voce qual era la strada sicura e tranquilla per il Paradiso.

«Ha detto una volta san Giovanni Bosco», dichiarò don Camillo redivivo, «“ Con le opere di carità ci chiudiamo le porte dell’inferno e ci apriamo il paradiso ”».
«Un ottimo marxista!», aveva ironizzato l’altro. Anziché fulminarlo, vuoi i sentimenti che gli ribollivano nelle vene vuoi l’emozione di quei momenti, il povero prete rispose con un’altra citazione, attinta dal pensiero di Clive Staples Lewis: «“ Aspira al Paradiso e lo avrai in terra. Aspira alla terra e non otterrai nulla ”. Il tuo Marx, invece, ha aspirato alla terra più materiale che materiale non ce n’è e ha perso anche il “suo” paradiso, poveretto!». Vista la serietà del tono della risposta al giovane cattocomunista non venne da replicare se non con una frase di Thomas Hardy, che gli parve calzare perfettamente in quella discussione: «Cosa vuole, Reverendo, “ lo scopo principale della religione non è portare un uomo in paradiso, ma il paradiso nel suo cuore ”».
«Il Paradiso vissuto nel cuore è un anticipo, piccolo riflesso, del Paradiso – miracolo magnifico! – che ci attende», aveva concluso l’altro. E detto ciò i due si salutarono con calore. Mentre saliva in canonica, passando per lo studio, trovò per caso un foglietto con sopra una frase del santo Curato d’Ars, che diceva:
In paradiso non esiste il rancore. Per questo, i cuori buoni ed umili, che sopportano le ingiurie e le calunnie con gioia o indifferenza, cominciano a godere del loro paradiso in questo mondo; coloro, invece, che serbano rancore sono infelici: hanno l’espressione preoccupata ed uno sguardo c he sembra divorare ogni cosa intorno a sé”. E, sospirando, trasse un profondo sospiro e nel suo volto, segnato da una lacrima, comparve un gioioso sorriso, dono al suo cuore da parte di Dio.  

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