25 ottobre 2017

È tornato don Camillo/29. Don Camillo alla Padre Brown. Parte Prima

di Samuele Pinna
Era un freddo tardo pomeriggio autunnale, la pioggia a tratti violenti scendeva a scrosci e il vento soffiava forte e impetuoso tanto da bagnare chiunque si arrischiasse a uscire dal proprio uscio di casa. Anche coloro che possedevano il migliore ombrello avrebbero comunque faticato a tenere a bada le raffiche d’aria fredda e l’acqua che superava ogni barriera impermeabile.

Il nostro don Camillo si trovava in giro con un fedele “doc” a motivo delle benedizioni delle case in vista del Santo Natale. Il parrocchiano che lo assisteva, tal Nicola Timonetti, era un omone grosso ma non sproporzionato, con i capelli candidi come la folta barba bianca e, anche se si avvicinava alla settantina, appariva come un uomo energico e dall’aspetto ancora giovanile. Era un tipo talmente buono che don Augusto, nel suo andare in giro per le vie della parrocchia, sovente era convinto di esser scortato da Babbo Natale, di cui tra l’altro il fido compagno aveva preso il nome e la stazza alla Bud Spencer. Capitava, infatti, che durante la loro missione l’accompagnatore clericale, tra un saluto e una benedizione, dopo aver opportunamente invitato il pretone, si concedesse una pausa in qualche pasticceria del quartiere per riprendersi dalle fatiche. Il nostro don Camillo, dal canto suo, lo accompagnava sempre molto volentieri: lui che, siccome non era schizzinoso, amava pane e salame nella stessa misura in cui gradiva una porzione adeguata di paste e di pasticcini. Tali pause mangerecce mettevano entrambi di buon umore, ma quella sera c’era poco da stare allegri vuoi il tempo lugubre vuoi la stanchezza. Il desiderio – che nessuno però esplicitava – era di fermarsi volentieri a bere qualcosa di caldo in un posto asciutto.

Tuttavia, con un ultimo sforzo di volontà, siccome mancavano poche abitazioni all’appello per finire quel giorno di visite, si lasciarono alle spalle tutti i posti accoglienti, pieni di torpore e di prelibatezze. Non solo, se ne stettero alla larga quasi quei luoghi fossero vere tentazioni diaboliche, perché, si sa o si dovrebbe sapere, queste «arrivano, come regola generale, quando sono cercate». Don Camillo redivivo era, inoltre, wildeianamente persuaso che si può «resistere a tutto tranne che alla tentazione».
«Caro mio Nicola», chiese a un certo punto, non curante del fatto che il suo accompagnatore non conoscesse il filo dei suoi ragionamenti, «sai cosa ha detto William Shakespeare delle tentazioni?». E davanti al diniego del compagno d’avventure aveva sciolinato una citazione di occasione, «“Quando i diavoli vogliono indurre ai più neri peccati, cominciano appunto col suggerirli su un tono celeste”». E si trovò a pensare: “Cosa c’è di più celestiale rispetto a dei cannoncini di sfoglia croccante oppure a delle piccole diplomatiche ricoperte di zucchero a velo, ai morbidi cinesini o, ancora, ai freschi cestini di frutta a due golosità, ai bignè ed eclair a base di pasta choux e alla crema?”.
Nessun dubbio, dunque, e tanto di cappello a Immanuel Kant, il quale aveva dovuto riconoscere che «non c’è virtù così grande che possa essere al sicuro dalla tentazione». Per tali motivi, il nostro pretone, in un singolare monologo interiore, decise che era meglio abbandonare la via “peccaminosa” che conduce alla pasticceria e dirigersi risoluto nelle ultime abitazioni ancora in attesa quella sera di essere benedette. Il pensiero lo risollevò, nonostante lui e il suo compare fossero ormai inzuppati dall’acqua e intirizzirsi dal freddo.

A ben vedere le cose, neppure la magia delle feste che si avvicinavano, ossia della gioia dell’attesa della nascita del Salvatore, che tanto scaldava i cuori, dava calore ai loro corpi infreddoliti, né chiarore rasserenante ai loro volti, essendo la luce un poco oppressa dalle strade semibuie e piene di traffico, con la gente che desiderava più di ogni altra cosa rintanarsi nel proprio appartamento. Il giro era stato particolarmente lungo e gravoso a causa soprattutto di tante case prive dell’ascensore. Se il buon Nicola Timonetti all’inizio si era reso disponibile a fare da apripista ai piani superiori, correndo su per le scale come un giovanotto, a poco a poco il suo entusiasmo era scemato e aveva lasciato posto a una stanchezza che, scherzosamente, andava a prendersela persino con la Santa Sede per lo sforzo richiesto e a cui era sottoposto un povero battezzato come lui.

Finalmente giunsero all’ultimo caseggiato e si accorsero entrambi con gioia che si trattava di un complesso elegante, seppur schiacciato dai due condominii vicini: la contentezza per i due stava nel fatto che era basso e con pochi piani. Doveva essere stato un palazzotto ancor più suggestivo nei tempi andati e prima che gli appiccicassero a fianco due oscene modernità in mattoni e cemento, dove a essere onesti era più il cemento che i mattoni a fare da padrone.

Chiusi gli ombrelli, il prete e il fido collaboratore, entrarono nell’ingresso dell’ultimo edificio da benedire. Si trattava di un luogo ampio, suggestivo, tenuemente illuminato e molto curato nei particolari: dalle lampade appese in modo simmetrico sulle pareti di destra e di sinistra ai marmi che correvano sia sul pavimento sia sul muro fin oltre la sua metà, senza poi contare l’ascensore di ferro battuto che ben si piazzava in mezzo all’elegante androne. La vista di quell’aggeggio illuminò i visitatori che si riscossero. Nonostante il custode, un omino dai modi gentili, li avesse accolti sul portone a don Augusto non sfuggirono i pochi nomi sul citofono della strada. Dovevano essere poche le famiglie che vi abitavano e i nostri pellegrini furono risollevati da quel pensiero vedendo ormai imminente la fine del loro “lavoro”. Tuttavia, un cognome spiccava in un modo evidente, tanto che era impossibile ignorarlo, perché scritto con stile diverso, più elegante, grande e pertanto facilmente leggibile. La targhetta recava la seguente dicitura: “Maria Teresa Villani in Barbavara”.

Il portinaio, uomo del tutto insignificante nei modi e come persona, cercava di dire qualcosa al pretone che si stava già rifugiando sul mezzo di locomozione ascensionale.
«Prima dalla signora Maria Teresa», ripeteva, «Prima dalla signora. Nell’ultimo piano non abita nessuno, ma prima andate dalla signora Maria, secondo piano…».
«Partiamo dall’alto e scendiamo», gli rispose don Camillo redivivo non curante della preoccupazione crescente dell’omuncolo, ringraziando però per la gentilezza.
Siccome la cosa aveva una prepotente logica ed essendo il prete di città a sua volta prepotentemente logico, la regola morale da seguire era perfettamente chiara: laddove le case erano dotate di ascensore prima si partiva dai piani alti per poi scendere a piedi a quelli inferiori.

Mentre il macchinario cigolando saliva pian pianino ecco che dal secondo piano si affacciò una ringrinzita vecchietta che guardandoli con la faccia tesa si stupì non poco quando non si fermarono al suo livello, ma procedettero verso l’alto. Giunsero, infatti, al terzo, perché quello più sopra, aveva detto il custode prima che il mezzo partisse, era disabitato. Don Augusto non era sicurissimo e quindi suonò immediatamente al primo appartamento lì di fronte per sincerarsene. Mentre attendevano che qualcuno rispondesse, la vecchia del piano di sotto gridò.

«Dovevate venire prima da me, che sono la padrona. Non ve l’ha detto il custode?!».
«Sì, signora», rispose il prete, «ma abbiamo preferito incominciare dall’alto».
«Venite appena possibile», rispose l’altra scocciata, mentre nel frattempo una giovane ragazza aprì la porta e si presentò sull’uscio.
«Benedico questa casa e dopodiché sarò subito da voi», acconsentì l’uomo in talare.
«Va bene», riprese sempre con voce acida la vecchia, «badate di sbrigarvi che ho qui una cosa di vitale importanza da consegnarvi».
«Grazie, signora», interloquì il Timonetti, che già si vedeva ricoperto di cibo e bevande dalla “signora” Villani, dimentico che nomen omen.

Nel frattempo, mentre la donna giù borbottava qualcosa di cui il povero don Augusto comprese solo alcune parole, quali “che si sbrigassero”, “che sfacciati” e “testamento”, aprirono la porta anche i vicini, che salutarono in modo riverente il prete e il suo accompagnatore.
«Prima diamo la benedizione a questa casa, a seguire quella del piano di sotto e infine alla vostra», disse il prete.
«Certo, certo», rispose l’uomo che si era affacciato, «abbiamo sentito il volere della signora».
Don Augusto stupito da tutta quella deferenza per la “padrona”, entrò nella casa e sentì distintamente chiudersi la porta dei vicini di fianco all’appartamento in cui stavano accedendo, ma anche a quella di sotto. Un altro rumore, come se si fosse chiusa un’ulteriore porta, incuriosì il pretone che fece un po’ di domande qua e là.

La ragazza dinnanzi a lui era una signora ragazza, signora non per l’età ma perché perfettamente equipaggiata e con tutti gli optional di ultima generazione. Più vicina alla ventina che alla trentina, aveva intensi occhi azzurri e capelli biondi raccolti in una perfetta treccia. L’ovale del viso era perfetto così come il suo fisico asciutto e giovanile.
Pare la Madonna della seggiola di Raffaello”, si trovò a pensare estasiato don Camillo redivivo.
La casa era in perfetto ordine, piccola ma pulita e accogliente. Era ricolma di spartiti e in bella mostra nel salottino c’era un magnifico violino.
«Sì, sono una violinista», disse con un abbagliante sorriso, «No, non sono di qui», riprese dopo altre domande a raffica del sacerdote incuriosito e amante di tutto ciò che è bello, buono e vero, «ma vengo da un paese dell’est. Sono una musicista e sono qui in Italia per perfezionare la mia tecnica. Credo che la mia arte sia l’unico motivo per cui la signora mi abbia affittato l’appartamento. Avete già notato che quelli sopra sono sfitti».
«La signora è la proprietaria di tutto?», chiese Nicola Timonetti con l’arguzia di un Watson.
«Sì», rispose gentile la ragazza, «l’immobile appartiene alla famiglia della signora Maria Teresa da sempre. Lei non si è spostata e non ha avuto figli. Qui accanto a me abitano il nipote con la moglie, il piano di sotto è tutto a sua disposizione, mentre al primo la sua anziana cugina e, di fronte, l’altro nipote, il dottor Luca Norberto Cozzolin. A piano terra, invece, abita il custode con la sua famiglia».

Don Augusto era attratto dalla buona musica e quindi non resistette a chiedere alla giovane violinista di suonare un pezzo. Inizialmente imbarazzata, la ragazza si fece convincere facilmente e attaccò in modo magistrale l’aria sulla quarta corda di Bach. Fuori poteva tempestare ancora e fare un freddo vigliacco, ma quella musica così sublimemente suonata, dove il bello si fondeva con la bellezza, scaldarono l’animo del pretone di città che sarebbe stato lì in contemplazione tutta la notte. Quando con garbo si spensero le ultime note di quella composizione incantevole, don Augusto si riscosse e comprese che era il momento di andarsene, salutando con viva ammirazione quella ragazza dal talento straordinario.
«Beh», balbettò Nicola Timonetti, dopo essersi ripreso dalla magnificenza di quel breve concerto, «possiamo benedire anche qui e poi andare giù, tanto ormai minuto più o minuto meno».
La cosa era ancora terribilmente logica, benché dettata dalla pigrizia di chi non voleva scendere un piano per risalirlo di nuovo. Suonarono al campanello, dopo essersi affacciati sulle scale e aver urlato alla signora padrona del secondo piano che sarebbero arrivati subito. Notarono entrambi che la porta dell’abitazione era semiaperta e decisero che il silenzio di risposta stava a significare un assenso incondizionato.

Entrarono nell’appartamento dinnanzi a loro e si trovarono dentro a un’abitazione squallida e un tantino sporca. L’ambiente non sarebbe stato male se fosse stato tenuto lindo e in ordine, e di sicuro aveva visto momenti migliori e maggiormente degni di nota. Quando il mellifluo uomo uscì dalla cucina per aggregarsi agli ospiti, don Camillo redivivo, proprio passandole dinnanzi, si accorse delle molte bottiglie vuote ammucchiate: dal vino alla birra fino ai numerosi superalcolici. Notando la curiosità clericale, la moglie con un balzo felino andò a serrare la porta tra finti sorrisi e salamelecchi. Per la benedizione, si portarono tutti in un salotto importante per i quadri e i mobili contenuti, ma squallido e opprimente a causa delle tappezzerie annerite e dai colori smunti. La preghiera durò qualche istante come i convenevoli, l’odore di chiuso stava infatti divenendo insopportabile.

Scesero al piano di sotto e videro che la porta di casa era ancora semichiusa: chiamarono e richiamarono la signora, suonarono e attesero, ma nessuno si affacciò sull’uscio. Decisero di scendere e di provare in uno dei due appartamenti. Nicola Timonetti era convinto che la vecchia signora si fosse rifugiata nella dimora della cugina per ingannare l’attesa.
«Tutto è probabile», aveva pensato a voce alta il nostro Sherlock Holmes in talare, «ma mi pare un comportamento strano, soprattutto di chi dice di avere tanta fretta».
Passò un’eternità prima che una ringrinzita vecchietta aprisse la porta e fece spazio per far entrare gli ospiti. Se la nonnina era sorda, mezza cieca e lenta nei movimenti una cosa, però, era certa: la signora Maria Teresa Villani in Barbavara non era passata da lei. Diedero una fulminea benedizione e don Augusto disse parole piene di buoni sentimenti alla vecchiarella che ascoltava estasiata, per quel poco che udiva. Appena finirono i saluti, si chiuse dentro facendo scattare mille serrature: “bisogna essere previdenti”, “non si sa mai”, “non c’è da star tranquilli”, aveva ripetuto come una giaculatoria.
I due risalirono di nuovo le scale e si attaccarono al campanello, ma niente, nessuna risposta. Allora il prete di città che fu di paese decise di entrare, scostò la porta e vide la signora a terra lunga e distesa esangue. I due stanchi viaggiatori si guardarono per un attimo esitanti.
«Deve essere caduta, sbattendo da qualche parte», disse con un filo di voce Nicola Timonetti, già impallidito.
Don Augusto senza replicare nulla entrò nell’appartamento per sincerarsene.


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