22 ottobre 2017

Luoghi e devozioni della Basilicata. Palazzo San Gervasio

di Marco Muscillo
Il nostro itinerario è giunto alla quarta tappa. Il borgo di cui ora andrò a parlarvi è impregnato di storia. Va detto, infatti, che queste zone sono state molto amate dallo “Stupor Mundi” Federico II di Svevia e dal figlio illegittimo (poi legittimato col matrimonio dei genitori), avuto da Bianca dei conti Lancia, ovvero Manfredi. È per questo che noi gente di Basilicata non possiamo non essere almeno un po’ ghibellini.

Parliamo di Palazzo San Gervasio che, assieme a Melfi e a Lagopesole, è stato uno dei centri più importanti della Basilicata durante il regno della dinastia normanno-sveva. Qui Federico amava ritirarsi per dimenticare completamente i problemi dettati dalla guida del Regno e dilettarsi con svaghi, quali ad esempio la caccia.

La località è dedicata a San Gervasio martire, fratello di Protasio, figli secondo la Passio, di San Vitale e Santa Valeria. Il nucleo più antico del rione Spirito Santo possedeva una chiesa dedicata a questi due martiri (oggi non c’è più), menzionata in due bolle di Papa Pasquale II, la prima datata 22 maggio 1103, in cui si accenna all'esistenza della chiesa: “Ecclesiam Sanctorum martyrum Gervasii et Protasii in Bandusino fonte apud Venusiam”; la seconda, datata da Albano il 16 giugno 1106, in cui si pone la stessa alle dipendenze dell'arcivescovo di Acerenza. Santi milanesi dunque, il cui culto probabilmente fu portato qui da fedeli di origine lombarda scesi al sud al seguito dei normanni.

Intorno al 1050, Drogone o Umfredo d'Altavilla costruirono il Palatium Regium, che come abbiamo già detto doveva servire più come luogo di ritiro e residenza di campagna ma poi anche luogo di difesa contro le scorribande saracene (fino a due secoli prima Bari era sede di un emirato), oltre che dai vicinissimi bizantini. Federico II, in tempi più tranquilli, provvide a restaurarlo e fece di San Gervasio le scuderie del suo regno, in quanto il luogo era molto prospero di pascoli equini di razza murgese e araba. Con il dominio angioino, Palazzo San Gervasio mantenne le sue pregiate scuderie.
Fu tuttavia Manfredi che amò particolarmente questo luogo, come tutte le circostanti terre della Lucania. Egli infatti nacque poco più a nord, a Venosa, città che già diede i natali al famoso poeta latino Orazio e trascorse i momenti più belli e tranquilli della sua vita. Il padre gli concedette il dominio feudale sulla Puglia e sulla Basilicata e i suoi successori a più riprese gli concedettero il titolo di vicario fino al 1258, quando si diffuse la falsa voce della morte di Corradino e i baroni e le altre autorità del regno spinsero Manfredi a usurpare il trono e a farsi incoronare Re di Sicilia il 10 agosto, nella Cattedrale di Palermo. La sua residenza principale fu il castello di Lagopesole, vicino Avigliano, ma il re soggiornò a lungo nel Palatium di San Gervasio soprattutto nell’estate del 1255, dopo aver conseguito la vittoria sull’esercito papale nella battaglia di Foggia. Qui si ammalò probabilmente di malaria e vi trascorse un periodo di convalescenza. Il corso principale del paese è tutt’oggi dedicato a Manfredi, dato che la tradizione vuole che egli, partendo dal Palatium, l’abbia percorso tutto fino alle scuderie.

Manfredi, seppur usurpatore (ma legittimato dalla nobiltà del regno), fu tuttavia un buon amministratore: perfino Saba Malaspina, vescovo e storico di parte guelfa, nel suo “Rerum Sicularum historia”, dovette rimpiangerlo vedendo come veniva mal amministrato il Regno di Napoli da Carlo d’Angiò, il quale tartassò la popolazione autoctona con alte tasse e sistemi di riscossione brutali e poco cristiani, tanto che il nuovo re si beccò i rimproveri dai pontefici che lo avevano favorito, Clemente IV e Gregorio X.

Sotto il dominio angioino, San Gervasio, in quanto sede delle scuderie regie, non subì infeudazione e rimase sotto il controllo regio, amministrato da un custode. Per vederlo feudo, dobbiamo attendere il 1434, quando la regina Giovanna II d’Angiò cedette Palazzo San Gervasio alla contessa Ruffo. Passò poi in varie mani, in ultimo ai De Marinis, Marchesi di Genzano, con i quali ci furono alcune contese giudiziarie riguardo a diritti degli usi civici di alcune contrade e altre zone boscose. Queste contese provocarono un impoverimento del territorio e la reazione violenta della popolazione, che non si arresterà nemmeno dopo la fine dell’esperienza repubblicana.

Nel 1799 Palazzo fu uno dei primi comuni a piantare in piazza l’albero della libertà e ad aderire alla Repubblica Napoletana che scatenò poi la reazione borbonica, con le truppe sanfediste che ripristinarono l’ordine regio reprimendo con la forza la rivolta. Lo schierarsi a favore dei moti rivoluzionari probabilmente era un tentativo speranzoso da parte della popolazione di vedersi riconosciuti i diritti sugli usi civici sulle zone di pascolo e sulle aree boschive. Una curiosità: il giovane Filippo de Marinis, detto Filippetto, figlio del feudatario locale, il marchese Giovanni Andrea De Marinis, contro la volontà paterna appoggiò e prese parte al moto rivoluzionario che si era sviluppato in queste zone. Fu imprigionato e poi decapitato nella piazza del mercato di Napoli (li dov’era morto secoli prima Corradino di Svevia). Si dice che prima di essere decapitato diede un bacio al boia. Tra gli altri, anche Alexandre Dumas parla di questo giovane nobile lucano ne “La Sanfelice”, senza però nominarlo.

Seconda curiosità: Lina Wertmüller, proprio a Palazzo San Gervasio girò parte delle scene del suo film d’esordio come regista, I basilischi del 1963.

Oggi, il patrono cittadino di Palazzo San Gervasio è Sant’Antonio da Padova, festeggiato il 13 giugno. Anche qui i festeggiamenti sono importanti, con quel mix di sacro e profano tipico del sud, e culminano con la processione nella quale la statua del santo patrono viene portata per le vie del paese. 
 

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