01 ottobre 2017

Luoghi e devozioni della Basilicata. "Tolve è mia e io la proteggo", dice San Rocco

Di Marco Muscillo
Continuiamo il nostro viaggio e spostiamoci più a sud, senza seguire una logica precisa.
Perciò, eccoci approdati a Tolve, il cui patrono è San Rocco. L’importanza che questo centro riveste non solo per le località limitrofe, ma per tutta la regione Basilicata, ci costringe per forza a parlarne.

Lo stesso Carlo Levi, confinato durante il fascismo ad Aliano nel materano (dialettalmente detta “Gagliano” nella sua opera), nel suo “Cristo si è fermato ad Eboli” scrive un passo sul San Rocco di Tolve: “Il discorso cadde così sui santuari e sui santi, e sul San Rocco di Tolve, un santo di cui io stesso ho potuto conoscere, per prove e favori personali, la particolare virtù. Tolve è un villaggio vicino a Potenza, e c’era stato in quei giorni un pellegrinaggio, come tutti gli anni, al principio di agosto. Uomini, donne e bambini vi concorrono da tutte le province circostanti, a piedi, o sugli asini camminando il giorno e la notte. San Rocco li aspetta, librato nell’aria, sopra la Chiesa. “Tolve è mia, e io la proteggo” dice san Rocco nella stampa popolare che lo rappresenta, vestito di marrone con la sua aureola d’oro, nel cielo azzurro del paese” .

Parliamo ovviamente di quel San Rocco di Montpellier, vissuto nel secolo della Peste, che si fece pellegrino e attraversò la penisola guarendo tutti coloro che erano afflitti dal morbo, giungendo anche a Roma per guarire un cardinale il quale poi lo presenterà in udienza a Papa Urbano V. Venne contagiato anch’egli dalla peste, a Sarmato sulla via Francigena, e la leggenda racconta che il cane del signore del luogo ogni giorno gli portava un tozzo di pane e gli leccava le ferite (poste tradizionalmente sulla coscia). Riuscì a guarire e ripreso il viaggio di ritorno verso casa, approdò a Voghera dove, scambiato per una spia, venne arrestato senza trovare da parte sua alcuna resistenza. Morì carcerato tra il 15 e il 16 agosto del 1377 a soli trentadue anni, dice la tradizione. Accanto al suo corpo venne rinvenuta una tavoletta con inciso il nome di Rocco e le seguenti parole: “Chiunque mi invocherà contro la peste sarà liberato da questo flagello”. Il corpo fu riconosciuto dalla nonna materna (la famiglia materna pare fosse di origine lombarda), moglie del governatore, la quale riconobbe la croce rossa impressa sul cuore del santo.

Il culto di San Rocco si diffuse anche nel fu Regno di Napoli probabilmente grazie all’opera dei frati francescani che venerano il santo in quanto Terziario francescano. Inoltre bisogna ricordare che la peste colpì l’Europa a più riprese dal ‘300 al ‘600 (abbiamo letto e studiato tutti I “Promessi Sposi” del Manzoni). Nel Regno di Napoli un’altra tremenda ondata si verificò nel 1656, che fece strage anche nei centri minori. Poi ci sono le altre calamità, ad esempio i terremoti: nel Santuario di Tolve, una scritta posta sotto l’altare dedicato a San Rocco ricorda come il santo aiutò il popolo tolvese durante il terremoto del 1857.
Secondo la tradizione, la statua in legno d’olivo del santo che si venera ancor oggi a Tolve è stata ritrovata nel XVI secolo in una località vicina all’abitato, denominata poi San Rocco. Sempre la tradizione vuole che la statua sia stata abbandonata li dalle truppe francesi in ritirata. Ma di quale guerra? Ho pensato alle guerre franco-spagnole del 4-500, ma i conti non tornano se si tiene presente che fino agli inizi del 1700 il patrono della città era San Nicola (il dominio francese nel meridione ha termine nel 1503 con la battaglia del Garigliano. Poi dobbiamo aspettare i giacobini alla fine del XVIII secolo). Forse alla tradizione non va data un’interpretazione prettamente letterale, ma più simbolica: la Francia è la terra d’origine del santo; i soldati portano pestilenze e il loro passaggio provoca anche carestie.

Tolve festeggia San Rocco il 16 agosto. Dal 1904 la festa viene replicata anche il 16 settembre: in agosto giungevano i pellegrini della marina, contadini che vivevano nelle zone limitrofe più pianeggianti e avevano già terminato la mietitura del grano. In settembre giungevano, invece, i pellegrini della montagna, cioè quei contadini che provenienti dalle zone montuose, terminavano la mietitura nella seconda metà d’agosto.
Anche dal mio paese natale, i devoti del santo si recavano a piedi in pellegrinaggio a Tolve. Tutt’oggi questa tradizione è mantenuta, anche se in maniera minore rispetto al passato. Mi raccontava mia nonna che un tempo si partiva portandosi via anche le coperte, si arrivava a Tolve e si visitava il Santuario, poi si restava lì per il tempo della festa, si raccontava la storia del santo, si cantava, si ballava. Mio padre, che si chiama Rocco (come così si chiamava anche suo nonno e via dicendo...), mi diceva che i pellegrini che andavano in cerca di grazie si recavano al Santuario scalzi, facevano in ginocchio tutta la scalinata davanti alla facciata della chiesa e poi sempre in ginocchio vi entravano. Diceva che alcuni devoti strisciavano perfino la lingua per terra e non si fermavano neanche quando questa sanguinava.

Gli abitanti del luogo erano soliti vestirsi con gli abiti tradizionali. I bambini vengono vestiti con il costume del santo e vengono portati al Santuario, come ringraziamento per le grazie ottenute. Pratiche che cercano di sopravvivere anche ai nostri giorni.
Il giorno della festa la statua lignea di San Rocco viene completamente rivestita con il suo “tesoro”: oro, gioielli, catenine, donate dai fedeli come ex voto, ringraziamento per grazia ricevuta o semplicemente per devozione al santo. Il risultato è davvero impressionante: sembra che si porti in processione una statua fatta completamente d’oro.
La solenne processione di mezzogiorno dura circa tre ore e, partendo dal Santuario, percorre le vie del centro storico. Appena San Rocco esce dalla chiesa, le campane suonano a festa, la banda musicale inizia a suonare e si innalza l’Inno a San Rocco (“Evviva Santi Rocco! …ca int'a Tolve stai”), composto da cento versetti che narrano la vita del Santo. Quando lo sentii cantare per la prima volta rimasi particolarmente impresso dal fatto che, cantato in dialetto, la “o” finale di Rocco si trasforma quasi in una “a”.
La processione viene aperta e guidata dal cerimoniere che con la fascia e il bastone nella mano, guida il corteo lungo l’intero itinerario.
Lo seguono:
Cirii (detti anche cinti, cente, sciglii o gregne) sono macchine processionali, in legno, con molte candele, decorate da immagini sacre, fiori e nastri colorati, di grandi dimensioni, portati a spalla da varie persone. Al termine della processione le candele dei Cirii vengono donate al santuario per essere arse nel corso dell’anno davanti al simulacro del Santo.
– Stendardi processionali, croce astile e il clero che anticipano l’arrivo della Statua di San Rocco, collocata su una base processionale portata a spalla dai Confratelli del Purgatorio, vestiti in tunica bianca e mantella rossa.
– Baldacchino processionale, in seta gialla ricamata, sostenuto dalle donne.
La processione termina col ritorno a Santuario e la statua viene ricollocata al posto, ricevendo l’omaggio dei fedeli.


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