30 ottobre 2017

Luoghi e devozioni della Basilicata. Banzi tra Urbano II e San Vito

di Marco Muscillo
Spostiamoci solo un poco e raggiungiamo la quanta località di questo nostro viaggio nella sconosciuta Lucania. Siamo a Banzi, l’antica Bantia, un centro che ha avuto una certa importanza in epoca pre-romana e romana. Nel 1790, nel territorio di quello che oggi è il comune di Oppido Lucano (un tempo parte del municipio della città di Bantia) fu rinvenuta la Tabula Bantina, il più importante reperto rinvenuto sulla lingua del popolo degli Osci (o Oschi). Qui vi è riportato lo statuto bantino, scritto in lingua osca ma con caratteri latini. Sull’altra facciata vi è incisa la Lex Osca Tabulae Bantine (183 – 103 a.C), un plebiscito romano scritto in lingua latina. Oggi la Tabula è conservata al Museo Nazionale di Napoli.
Il poeta romano Quinto Orazio Flacco, che abbiamo già detto essere originario della vicina città di Venosa, nelle sue Odi (III, 13) parla di una Fons Bandusie, che alcuni collocano proprio qui a Banzi:

“O fons Bandusiae splendidior vitro
dulci digne mero non sine floribus,
cras donaberis haedo,
cui frons turgida cornibus
primis et venerem et proelia destinat;
Frustra: nam gelidos inficiet tibi
rubro sanguine rivos
lascivi suboles gregis.
Te flagrantis atrox hora Caniculae
nescit tangere, tu frigus amabile
fessis vomere tauris
praebes et pecori vago.
Fies nobilium tu quoque fontium,
me dicente cavis impositam ilicem saxis, unde loquaces
lymphae desiliunt tuae.”

(O fonte di Bandusia, più splendente del vetro, degna di dolce vino non senza fiori, domani ti verrà donato un capretto sulla cui fronte turgida le prime corna per assicurare amore e lotte: invano, infatti la prole del gregge lascivo ti impregnerà di rosso sangue i gelidi ruscelli. L'atroce ora dell'ardente canicola non riesce a toccarti, tu offri un'amabile freschezza ai tori sfiniti dal vomere e al gregge vagante. Anche tu sarai fra le nobili fonti giacché io canto il leccio che si trova nelle cavità rocciose da dove le tue acque scendono mormoranti.)


In epoca longobarda, nel 798, Grimoaldo III Duca di Benevento donò il cenobio di Santa Maria di Banzi all’Abbazia di Montecassino. Questo rimase in mano benedettina fino all’XI secolo, quando nel 1089, su insistenza dell'abate Ursone, papa Urbano II giunto qui con la corte papale, trentatré vescovi al seguito e accompagnato dai riconciliati figli del Guiscardo, Ruggero Duca di Puglia e Calabria e Boemondo Principe di Taranto, consacrò la nuova chiesa badiale (qualche anno prima, nel 1082, lo stesso papa incorporò l’abbazia tra i beni pontifici).
Questo importante episodio viene ricordato ormai il 18 agosto di tutti gli anni (la prima volta è stata nel 2000, anno del Giubileo) con un corteo storico in costume. Tutto inizia già il 17, con l’arrivo in città dei cavalieri normanni a cavallo.
Nel corso dei secoli, l’abbazia passò in varie mani. Nel 1536 fu soppressa la comunità benedettina e il monastero passò agli Agostiniani, più tardi si trovò nelle mani dei Francescani Riformati, che ripararono tutta la struttura e fecero costruire una nuova chiesa, sul perimetro della vecchia. Nel 1866 il monastero fu purtroppo soppresso e venduto a privati, che snaturarono l’antico complesso. Il patrono di Banzi è San Vito martire, anch’egli santo taumaturgo, che dopo essere stato sottoposto a tortura e imprigionato in terra siciliana, sua terra natale, liberato da un angelo giunse poi in Lucania (presso il fiume Sele, nel cilento, oggi in territorio capano) a predicare il vangelo.
Fu successivamente condotto a Roma e portato davanti all’imperatore Diocleziano che gli chiese perfino di liberare suo figlio (coetaneo di Vito) da un demonio che gli procurava epilessia. San Vito lo esaudì, ma l’imperatore lo fece imprigionare per il rifiuto del santo di fare sacrifici agli dei pagani. Immerso in un calderone di pece bollente, ne uscì illeso. Lo gettarono poi fra i leoni che miracolosamente divennero mansueti e gli leccarono i piedi. Fu infine appeso a un cavalletto insieme al precettore Modesto e alla nutrice Crescienzia e li torturato. Un terremoto fermò il supplizio e fece fuggire spaventato lo stesso Diocleziano. Gli angeli riportarono i tre cristiani sulle rive del fiume Sele, dove morirono il 15 giugno del 303 per lo sfinimento dei supplizi subiti.
Ogni 15 giugno Banzi si veste di luce e festeggia il suo patrono con la messa solenne e la processione. La festa comunque inizia già qualche giorno prima, il 13, giorno di Sant’Antonio da Padova, santo molto sentito e celebrato anche in questo paese.





 

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