30 ottobre 2017

Se la società ci vuole soli


Giovanni Iudice, Figura allo specchio, olio su tavola cm 20x20
di Maura Bathory

Uno degli inganni maggiori perpetrati dalla società occidentale moderna è quella di far credere al singolo individuo di godere di una libertà e di una autonomia propria. Di essere l’unico e il solo ad avere in gestione la propria vita, in grado di approvare o disapprovare ciò che lo circonda, evitando in questo modo di relazionarsi con gli altri in modo aperto e sincero. In realtà questo approccio obbliga il singolo individuo a vivere in completa solitudine, senza riuscire a possedere a pieno quella moralità che gli consente di discernere ciò che è bene dal male, giusto o sbagliato, lecito o illecito.

La base del vivere civile sta nel condividere con altri le proprie esperienze personali, di confrontarsi, di organizzarsi socialmente in modo da favorire la propria vita lavorativa, quella privata e affettiva. Oggi invece si richiede una esistenza atta a soddisfare le esigenze di pochi “eletti”, lasciandoci credere che ogni azione nasca dal nostro essere, mentre invece è imposta. Gunther Aders ne L’uomo è antiquato (Vol. II), spiega bene questo concetto: sostenere che siamo «attivi» è giustificato soltanto ancora dal fatto che la nostra attività è mantenuta e usata, nella sua esistenza apparente, da quella élite del potere che ci desidera passivi; perché tale attività continua a esistere ancora solo come un costume (tuttavia indispensabile) che ci viene imposto per far si che noi mettiamo in atto, senza mormorare, la nostra passività.

Questa remissività e sottomissione involontaria, si ripercuote sulla nostra vita e sul nostro io interiore e ci fa assumere comportamenti eccessivi, che non rispecchiano il nostro carattere e la nostra personalità. Uno di questi aspetti è quello che oggi chiamano egocentrismo o narcisismo, in merito a persone che tendono ad esporsi in maniera esagerata o impropria agli occhi degli altri. Quello che però incautamente e superficialmente viene definito tale, non è altro appunto che il frutto di un isolamento coercitivo di questa società, che ci obbliga a vivere in perenne contraddizione con noi stessi. Il trascendentalismo, in questo senso, ha aumentato questa esaltazione individuale, dovuta proprio da una passività indotta, mettendo in secondo piano la conoscenza del nostro essere, tramite la socializzazione e le diverse esperienze relazionali.

In una società nichilista come la nostra, è ovvio che ci siano individui altrettanto nichilisti, che non usano il raziocinio ma l’emotività, che non analizzano ma giudicano, che basano la propria esistenza su di una verità soggettiva, mai oggettiva.

Se la stessa comunità incita l’individuo alla solitudine, all’annullamento del proprio essere, al diniego delle leggi (naturali e/o divine che siano) e a misurarsi solo con se stesso, ecco che di fatto la società (e di rimando la collettività) non ha più ragione di esistere.

L’io interiore si ritroverà quindi ad assumere comportamenti egoistici, a richiedere alle Istituzioni (di cui prova profonda disistima), leggi puramente individualistiche, atte solo al fine di aumentare il proprio ego e la propria stabilità individuale. Queste conseguenze, dovute alla passività indotta, citata poc’anzi, al contrario, non farà altro che aumentare disistima, caos e instabilità, portando lo stesso individuo a non assumersi nessun tipo di responsabilità e continuare a vivere illudendosi di essere consapevolmente libero.

Per cercare di combattere questa società e quindi di prendere coscienza del proprio io, bisogna innanzitutto rendersi conto che quello che differenzia l’essere umano, dal resto degli altri mammiferi, è il raziocinio. L’uomo è in grado di pensare, di porsi domande e di avere una grande qualità, quella di dubitare. Pensare e dubitare di ciò che si è, ci eleva nella consapevolezza e nella ragione.

Cogito ergo sum.

http://www.lefondamenta.it/2017/10/28/la-comunita-ci-vuole-soli/


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