06 ottobre 2017

Teologia e rivoluzione scientifica

È opinione diffusa che la rivoluzione scientifica del XVII secolo sia stata contrastata dai pregiudizi religiosi e dall'autorità di Aristotele. È tuttavia possibile mostrare che il famoso processo a Galileo ebbe un iter un po’ diverso da quello presentato nelle consuete narrazioni, e che la filosofia di Aristotele contribuì ad innescare indirettamente la fioritura della scienza ellenistica (il cui recupero, mediato dall'Islam, è parte del sostrato da cui sorse la scienza moderna).

 In questa sede però ci si contenterà di mettere in luce il ruolo delle dispute teologiche del tardo medioevo nel preparare la rivoluzione astronomica del ‘600. Emergerà anche, nella ricezione di Aristotele dell’epoca, uno spirito critico che molti non sospetterebbero. Per Aristotele il mondo era unico, finito ed eterno. Il vero problema sorse solo con l’ultimo attributo, apparentemente inconciliabile con la Creatio Ex Nihilo, ma non mancarono teologi, come San Tommaso d’Aquino, che trovarono possibile ammettere questa ipotesi.

Per quanto riguarda unicità e finitudine del mondo, ipotesi perfettamente conciliabili col cristianesimo, il disappunto dei teologi si accendeva contro le argomentazioni utilizzate da Aristotele. Com'è noto, lo stagirita credeva che i quattro elementi del mondo sublunare, cioè terra, acqua, aria e fuoco, tendessero ognuno verso una loro esclusiva regione di pertinenza, verso il loro luogo naturale. Ecco perché, ad esempio, un fuoco acceso va verso l’alto, attratto dal suo luogo naturale posto in cielo. Per Aristotele la pluralità dei mondi è problematica: gli elementi in un mondo sarebbero attratti anche dai rispettivi luoghi naturali negli altri mondi, e questo farebbe collassare i mondi gli uni sugli altri. Per i teologi cristiani questa era un'inaccettabile limitazione alle possibilità di Dio. Pietro di Tarantasia (papa Innocenzo V) dice: "Dio potè, e ancora può fare un universo oltre a questo, cioè un altro mondo, e infiniti mondi, sia dello stesso sia di altro genere". E a ciò aggiungeva che gli elementi sono ordinati solo all’interno del mondo che li ospita. A fargli eco Nicola d’Oresme: "Se Dio creasse un mondo oltre a questo gli elementi di un altro mondo si comporterebbero, al suo interno, come gli elementi di questo mondo si comportano in questo".

A parte l’apertura all'ipotesi dei molti mondi, queste obiezioni sono fondamentali perché mettono in discussione la teoria dei luoghi naturali e suggeriscono l’idea che le distanze possano giocare un ruolo nel regolare l’intensità delle interazioni fisiche. Guglielmo da Ockham e Nicola d’Oresme sono portati a considerare la distinzione tra "alto" e "basso" come puramente relativa e a ridefinirla in rapporto alla coppia "leggero" e "pesante". Oltre ai moti spontanei verso i luoghi naturali, Aristotele si dedicava anche ai moti violenti, quelli prodotti su un corpo da un motore esterno, con un’azione che persiste finché dura il contatto tra i due. Ma come avviene il moto dei proiettili, ovvero di quei corpi il cui moto prosegue anche dopo che il contatto col motore è cessato? Secondo Aristotele il moto prosegue perché il motore iniziale comunica al mezzo il potere di trasportare il corpo mobile. 

Nel VI secolo Giovanni Filopono, il primo direttore cristiano della biblioteca di Alessandria, alla tesi aristotelica ribatte che l’aria, lungi dal trasmettere movimento ai corpi, ne ostacola in realtà il movimento opponendo resistenza. Secondo Filopono si deve immaginare "che una certa potenza motrice immateriale sia impartita dal proiciente al proietto", e che questo sia dunque in grado di proseguire il suo moto anche da solo. Questa idea avrà successo nel mondo Arabo e tornerà in Europa col teologo Francesco Della Marca.

Nel XIV secolo l’idea è ormai diffusa nelle linee generali (in vari modi la formulano Guglielmo da Ockham, Nicola d’Oresme e altri), ma è Giovanni Buridano che più di tutti anticipa la futura formulazione di Newton del principio di inerzia: Buridano infatti afferma chiaramente che il moto di un proiettile prosegue finché non prevalgono le forze contrarie e lega esplicitamente "l'impetus" alla velocità e alla quantità di materia del corpo lanciato. L’aspetto più importante della sua riflessione è però l'estensione di questo principio a qualsiasi tipo di moto, anche quello dei corpi celesti, che per Aristotele faceva caso a sé. Nella fisica di Aristotele i corpi celesti sono fatti di etere, un quinto elemento assente sulla Terra, e si muovono di un moto rettilineo uniforme a causa di un motore immobile che non cessa mai la sua azione. Dopo Buridano diventa possibile immaginare gli astri messi originariamente in moto da una causa ora non più operante. In altre parole si apre la strada all'unificazione della fisica terrestre con quella celeste.

E la Terra? Per Aristotele essa era immobile, ma Buridano e Oresme ribattono che la Terra potrebbe tranquillamente muoversi in quanto le prove osservative non sono dirimenti a causa della relatività dei moti. Anticipano cioè le intuizioni che lo stesso Galileo ebbe, senza però svilupparle fino al punto di comprendere che il suo sistema eliocentrico era equivalente a quello geocentrico di Tycho Brahe. Oresme si preoccupa anche di spiegare che non ci sarebbe discordanza tra la tesi della Terra in movimento e l’insegnamento biblico, in quanto i libri sacri adottano il linguaggio delle epoche in cui compaiono affinché gli uomini possano capirli. Per concludere, una sotterranea influenza sulla scienza fu esercitata anche da Niccolò Cusano: il suo metodo di insegnamento teologico, che si avvale largamente di matematica e geometria, esteso al campo della fisica mette in discussione molte idee care ad Aristotele: la Terra non è perfettamente sferica, le orbite planetarie non sono perfettamente circolari, tra Terra ed astri non c’è necessariamente differenza di natura e nell’universo non può esistere un centro immobile. 

Bibliografia: “Storia della filosofia Vol. 3”, a cura di Umberto Eco e Riccardo Fedriga, Gruppo Editoriale L’Espresso 2015

Tratto da: Storia delle Idee




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