07 ottobre 2017

Viva i paesi!


di Roberto De Albentiis

Chi scrive è nato, cresciuto e vissuto sempre in città, e solo di recente ha recuperato un minimo rapporto con la campagna; fatta questa premessa, proseguiamo con l’articolo.

Di recente sono stato, in una breve vacanza con la famiglia, in due paesini nel mantovano e nel bolognese, Castelbelforte e Civichella di Castel San Pietro Terme, toccati all’inizio e alla fine di questo piccolo viaggio che aveva come meta la grande città di Verona, e in mezzo c’era pure l’attraversamento della Pianura Padana; sia chiaro che non è certo la prima volta che attraverso piccoli borghi di campagna, però questa volta ho particolarmente avvertito il loro fascino, un fascino da tempo andato, “retrogrado”, ma forse è meglio dire eterno, perché davvero pare che in questi luoghi il tempo non si fermi mai o al massimo passi molto lentamente e impercettibilmente.

In questi paesini piccoli c’è spesso una grande piazza, con il Comune, la Parrocchiale, la farmacia, uno o due bar e un ristorante; vicino, ecco magari la scuola elementare e la caserma dei Carabinieri. Non ci sono grandi negozi e insegne luminose, non c’è ressa, non ci sono palazzoni alti, tutto è a misura di passante, e quando si chiede un’informazione i locali, superata l’iniziale diffidenza (o anche solo la curiosità di trovare un “forestiero”, e tale lo è anche se viene dal Comune capoluogo), rispondono e ti aiutano cordialmente. Una particolare prova della cordialità la si ha nei ristoranti, o meglio nelle osterie e nelle trattorie, che servono magari pochi piatti ma tutti molto buoni.

Non c’è bisogno di molto per vivere (e ormai tanto la grande diffusione delle automobili quanto quella delle nuove tecnologie permettono spostamenti rapidi nelle città più grandi e vicine, ovviando a quello che era obiettivamente un problema), e l’unico mercato che conta per gli abitanti non è quell’astratta entità vampiresca contro cui i governi non possono o vogliono fare niente, ma è il mercato rionale e settimanale, del resto molto più vicino e concreto alle reali esigenze.

Ciò che si critica del piccolo paese non è tanto l’assenza di opportunità materiali, quanto il presunto controllo e la discriminazione (parola magica oggi universalmente valida e spendibile) di cui ci si lamenta, mentre solo in città si può essere liberi e sé stessi, secondo una vulgata oggi assai diffusa, soprattutto attraverso media e serie televisive. Certamente nei paesini tutti conoscono tutto di tutti, ma, rovesciando il paradigma, non è questa una cosa bella, o comunque positiva? Non ci si dà una mano nei paesini, non si è qualcuno nei paesini, mentre in città è vero che sei lasciato in pace, ma ciò non è forse segno di menefreghismo e disinteresse? In paese sei qualcuno perché sei figlio di qualcuno ben definito e hai un ruolo importante anche se umile, in città non rischi invece di non essere nessuno per molti?

Mi si potrebbe giustamente criticare per il fatto che io non vengo dalla campagna e non conosco bene la realtà di paese perché non la vivo: ciò è vero, ed è una seria critica; eppure, dalla mia posso dire di stare bene, quando passo, fossanche di passaggio, per un paese, posso dire di trovarmi a mio agio e di immedesimarmi, potenzialmente di riuscire perfino ad ambientarmi, ma lo stesso si può dire di un cosmopolita e sedicente aperto (ma spesso non con il proprio prossimo campagnolo) abitante di città?

Ciò che si teme e disprezza di più della campagna e dei villaggi non è il presunto controllo sociale, che anche se diversamente si può ritrovare in città, ma è ciò che oggi è più detestato dal pensiero moderno mentalmente aperto: la comunità, i confini, i campanili. La comunità e i confini non sono più visti come un limite positivo entro cui crescere ed esprimersi, ma come un qualcosa di oppressivo da far saltare. Ma cosa succede quando tutto salta, se non che si diventa preda del nichilismo e del materialismo, della solitudine e dell’individualismo?

E i campanili? Il paesaggio della pianura padana, per me abituato alla dolcezza delle colline umbre e poi marchigiane, o alla bellezza del mare sconfinato al Sud, lascia perplesso, eppure ha una sua bellezza, una bellezza, però, integrata dal lavoro dell’uomo: guardando la distesa dei campi, apparentemente tutti uguali, si nota come un elemento ne rompa l’uniformità, e questo elemento sono i campanili, tutti diversi, tutti costruiti dall’uomo nelle diverse epoche. L’Italia è, si dice, il Paese dei campanili, ed è vero: in un’epoca, peraltro neanche troppo risalente, in cui l’orizzonte conosciuto era quello paesano, i campanili davano sicurezza, rappresentavano un punto di riferimento (e nella infinita bassa descritta da Guareschi l’elemento ricorrente di quel “mondo piccolo” che è il paese è proprio il campanile della parrocchiale di Don Camillo) come anche di differenziazione, un punto di appartenenza, un elemento decorativo del singolo paese – che cercava di farlo bello e diverso rispetto a quello del vicino, magari rivale – un punto di riferimento contro pericoli come incendi o alluvioni; ma soprattutto il campanile serve a richiamare alla preghiera e a indicare la direzione più importante: quella verso il Cielo.

Siate retrogradi, amate la campagna, ritornate, anche solo per una giornata, una visita di passaggio o una serata alla sagra, alla campagna, al paese, a dimensioni più piccole e quindi più umane, sarà un piccolo grande guadagno per tutti!

http://www.motoretrogrado.it/2017/09/02/viva-i-paesi/




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