07 ottobre 2017

Web. Il moderato Gentiloni sta per varare una legge iper liberticida

Lo Stato all’assalto di Internet e telefoni: grazie a Pd e M5S la nostra privacy è a rischio. Con la scusa di recepire una direttiva europea anti-terrorismo, deputati democratici e grillini hanno presentato due emendamenti liberticidi, che ora potrebbero essere approvati al Senato

di Alessandro Rico
Quello che è già successo negli Stati Uniti sta accadendo anche in Italia: con il pretesto della lotta al terrorismo lo Stato fagocita porzioni sempre più grandi delle nostre libertà civili.
La vicenda risale al mese di luglio. Nell’ambito del recepimento di una direttiva europea in materia di contrasto alle attività terroristiche, i deputati del Pd Walter Verini e Giuseppe Berretta, insieme all’onorevole Mara Mucci, grillina passata al gruppo misto, firmarono un emendamento che prevedeva l’allungamento dei tempi di conservazione di telefonate e metadati online (la cosiddetta retention) dagli attuali due a sei anni.

Un tempo sproporzionato, che contraddirebbe proprio le disposizioni Ue già vigenti, a parere del Garante della privacy Antonello Soro; un espediente per schedare i cittadini italiani, secondo Ugo Mattei, giurista dell’Università di Torino. Senza contare che più a lungo i nostri dati rimangono negli archivi, più è probabile che siano sottoposti a tentativi di hackeraggio, con enormi ripercussioni sul nostro diritto alla riservatezza. Come se non bastasse, un altro deputato piddino, Davide Baruffi, ha infilato in questa sorta di provvedimento omnibus un emendamento che sottrae ai giudici il diritto esclusivo di intervenire in forma cautelare sui contenuti del web; la competenza dovrebbe passare all’Agcom. Ma se è vero che il diavolo si nasconde nei dettagli, basta guardare poco più in profondità per rendersi conto di quanto possa essere insidioso questo emendamento: il Garante per le comunicazioni dovrebbe non solo occuparsi di rimuovere i contenuti giudicati illeciti, ma anche di impedirne la pubblicazione su altri siti. Data la mole di dati presenti sul web, l’unico modo per adempiere a questo compito sarebbe attraverso una sorta di tecnica di intercettazione di massa nota come Deep packet inspection. In pratica, un’agenzia amministrativa indipendente, senza alcun mandato da parte della magistratura, dovrebbe imbastire delle massive operazioni di pedinamento online, nascondendosi dietro la foglia di fico della protezione del diritto d’autore e del monitoraggio delle attività illecite.

Questi controversi emendamenti avevano già provocato, nei mesi scorsi, una pioggia di rimostranze. Contro le proposte approvate alla Camera si era espressa l’Associazione italiana Internet provider, segnalando il rischio di un aumento dei costi per i consumatori (più tempo si devono conservare e proteggere i dati, più le aziende devono investire risorse) e addirittura paventando l’abolizione delle «garanzie processuali per i cittadini». Ma anche la Ong europea che difende la libertà del web, la European Digital Rights di Bruxelles, aveva manifestato le proprie preoccupazioni in merito, con un comunicato sul suo sito ufficiale.

Il quadro generale appare ancora più fosco se il fatto viene letto in correlazione alla lista di 51 Organizzazioni non governative chiamate dal governo per arginare il fenomeno dei cosiddetti haters, gli utenti che su blog e social network pubblicano materiale etichettato come «omofobo», «islamofobo» o razzista. Come aveva denunciato proprio su La Verità Giorgio Gandola, nel mese di agosto il ministro della Giustizia Andrea Orlando aveva seraficamente dichiarato che questi soggetti non pubblici e non statali avrebbero dovuto costituire «efficaci contronarrative rispetto alla propaganda d’odio».

Tra le sigle interpellate per prendere parte al progetto, studiato dall’Unione europea su proposta di Italia e Germania, figurano l’Unione delle comunità islamiche italiane (sospettata di affiliazioni ideologiche ai Fratelli musulmani), la galassia gender di Arcigay, Arcilesbica e circolo Mario Mieli, i cattocomunisti della Comunità di Sant’Egidio e l’Associazione 21 luglio, Ong impegnata «nella promozione dei diritti delle comunità rom e sinti in Italia». In sostanza, questi giudici così politicamente connotati, soggetti «non pubblici e non statali», sarebbero stati incaricati dall’esecutivo a guida Pd di combattere l’hate speech, ovvero di stilare delle liste di proscrizione informatica. Se si considera che per tracciare la navigazione degli utenti di internet servirà solo il beneplacito dell’Agcom, anziché il permesso di un magistrato, si capisce come ormai siamo a pochi passi da una pervasiva censura ideologica, perpetrata con il concorso di altri ridicoli provvedimenti repressivi quali la legge Fiano.

Ma se inquieta la crociata del Partito democratico contro la libertà di pensiero, certamente non conforta la prospettiva di uno Stato guardone, che, senza alcuna motivazione d’indagine, dispone che siano conservati per sei anni gli elenchi di conversazioni telefoniche e accessi ai siti web. L’impressione è che il nostro Paese stia ricalcando le orme degli Usa, dove l’emergenza terrorismo ha dato ai governi la scusante per avviare una stagione di patenti violazioni della libertà individuale, dal Patriot Act alle operazioni di spionaggio della CIA scoperchiate da Edward Snowden. Uno scenario orwelliano, a questo punto molto difficile da scongiurare: trattandosi del recepimento di una direttiva europea (che però, è bene precisarlo, chiedeva al nostro Paese soltanto di introdurre misure adeguate alla prevenzione degli attentati), questa specie di Milleproroghe è infatti passato alla Camera praticamente senza alcuna discussione in Aula. E adesso, dopo nemmeno tre mesi, il Senato si appresta alla definitiva approvazione, che dovrebbe avvenire entro questo fine settimana. Il Leviatano è pronto ad ascoltare le vite degli altri.

Pubblicato su La Verità


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