30 novembre 2017

Belli Teologo?


di Aurelio Porfiri

Molti pensano che Giuseppe Gioachino Belli (1791-1863) sia semplicemente un poeta che appartiene a Roma e che ha poco senso al di fuori della città. Sarebbe come rinchiudere Dante a Firenze o Tagore in India. Attraverso il linguaggio che gli è proprio, questi poeti parlano all'umanità, pur restando profondamente "locali".

E Belli era profondamente romano, non solo, era profondissimo osservatore del popolo semplice romano al quale, con la sua opera, edificato un monumento. Infatti proprio così diceva il poeta introducendo i suoi sonetti: "Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che è oggi la plebe di Roma". Ma in questo monumento abbiamo anche una vera "teologia del popolo", cioè possiamo vedere un sensus catholicus che, spesso nascosto fra storpiature e fraintendimenti, è comunque presente nel profondo delle persone semplici.

Ed egli diede il meglio di sé proprio in questi sonetti in lingua romanesca. Quelli in lingua italiana, come ci dice la voce a lui dedicata dalla Treccani, non reggono al confronto: "Di evidente derivazione petrarchesca, o meglio filtrati attraverso la mediazione dei lirici cinquecenteschi, raziocinanti e discorsivi, questi sonetti in lingua risultano alla lettura stucchevoli e monotoni, benché tra stanche ripetizioni e immagini d'accatto non manchino scenette di sapore realistico che si ricollegano alla costante tendenza del Belli a rappresentare le cose viste". Sempre alla voce "Belli" della Treccani, curata da Giovanni Orioli, così invece si dice della sua produzione romanesca: "L'ambiente dei più bassi strati sociali, con il parlare sboccato, le miserie morali e materiali, i bisogni elementari, l'ignoranza, la superstizione, attrae il poeta perché rappresenta l'antitesi netta di quello in cui egli vive. Lo infastidiscono le ipocrisie e i falsi rapporti sociali, mentre la simpatia va tutta al mondo primitivo della plebe, sebbene non ne nasconda i difetti. Il mondo del volgo romano sembra come immerso in un'aura d'incantesimo magico, in attesa della rovina imminente. Lo sfondo favoloso creato dall'immaginazione popolare, la presenza e l'angoscia della morte e del mistero che ci circonda, sono motivi romantici che il Belli fa suoi perché congeniali al suo temperamento. Dietro la descrizione d'una società arida ed egoista, e quella dei vizi e delle colpe dell'uomo, affiora in questa poesia una decisa esigenza moralistica: l'aggressivo sarcasmo, la rivolta aperta contro la finzione, l'inattesa affermazione di principi morali, la denuncia della menzogna che pare regolare la vita terrena, ne sono gli indizi. Nel poema romanesco sono sfiorati tutti i motivi e le tonalità, dalla elementare comicità schietta e spontanea, dalla satira carica di fiele, dall'invettiva amara contro persone e istituzioni, alla risata sfrenata, al sarcasmo cupo, al dramma e alla elegia, infine alla rappresentazione trepida e insolitamente raccolta. Giustamente la critica più recente ha additato nel Belli uno dei maggiori poeti dell'Ottocento europeo, precorritore persino di fermenti e idee che troveranno una soluzione artistica nella seconda metà del secolo". Quindi varrà la pena tuffarsi nella produzione del nostro con occhio a questa "teologia del popolo romano" per riscoprire, per qualcuno scoprire, la voce di questo grande poeta.



Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli.

 

0 commenti :

Posta un commento