10 novembre 2017

Contro il clericalismo laicale e il laicismo clericale

Parola di un Padre della Chiesa



di Samuele Pinna
Ci sono dei giorni che, come si dice in gergo, partono col piede giusto. Per un sacerdote è celebrare un’Eucaristia raccolta, una buona porzione di tempo per la preghiera mattutina e una sana e robusta colazione. Ma ogni tanto il buon Dio ci regala qualche dono in più. Oggi me l’ha consegnato nella meditazione attraverso un testo molto prezioso, che tratta di fedeli laici e di gerarchia. La riflessione è seria perché mi pare sia ancora di moda il fatto che molti laici vogliano fare i preti e molti preti vivere come i laici, creando notevole confusione. I credenti cattolici (quelli cioè che ci credono davvero, per dirla in soldoni) non si sostituirebbero mai ai loro pastori, anche se sgangherati e, a volte, originali. Sanno che c’è in ballo un Sacramento (quello dell’Ordine) che loro, semplicemente, non hanno ricevuto e allora sopportano e pregano con fede il Padrone della messe per far rinsavire i bizzarri pastori.

I battezzati più audaci e innovatori, invece, spesso vogliono sostituirsi al clero, portando messaggi quantomeno curiosi e poco ortodossi, frutto di stravaganze e mode del momento: ovviamente solo a livello di idee e di cose che si devono fare (non loro, gli altri). E a cosa si appellano costoro? Al “sacerdozio comune” ricevuto in forza del Battesimo. Tale questione è stata lungamente trattata nel dibattito avvenuto dopo il Concilio Vaticano II. La visione distorta del “sacerdozio dei fedeli” è diventata a un certo punto, però, un vero grimaldello da sferrare contro un clericalismo clericale, così da sostituirlo con un clericalismo laicale o, se si preferisce, un laico clericalismo.

Leggendo il testo della meditazione mattutina mi sono imbattuto in un autore che già spiegava con autorità il nocciolo della faccenda all’incirca milleseicento anni fa: «Tutta la Chiesa di Dio – dichiarava l’antico autore – è ordinata in gradi gerarchici distinti, in modo che l’intero sacro corpo sia formato da membra diverse. Ma, come dice l’Apostolo, tutti noi siamo uno in Cristo (cfr. Gal 3, 28). La divisione degli uffici non è tale da impedire che ogni parte, per quanto piccola, sia collegata con il capo. Per l’unità della fede e del battesimo c’è dunque fra noi, o carissimi, una comunione indissolubile sulla base di una comune dignità. Lo afferma l’apostolo Pietro: “Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (1 Pt 2, 5), e più avanti: “Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato” (1 Pt 2, 9)».

C’è una diversità – anche ontologica – nel gregge di Cristo a servizio dell’unità del suo Corpo: «Tutti quelli che sono rinati in Cristo conseguono dignità regale per il segno della croce. Con l’unzione dello Spirito santo poi sono consacrati sacerdoti. Non c’è quindi solo quel servizio specifico proprio del nostro ministero, perché tutti i cristiani sono rivestiti di un carisma spirituale e soprannaturale, che li rende partecipi della stirpe regale e dell’ufficio sacerdotale. Non è forse funzione regale il fatto che un’anima, sottomessa a Dio, governi il suo corpo? Non è forse funzione sacerdotale consacrare al Signore una coscienza pura e offrirgli sull’altare del cuore i sacrifici immacolati del nostro culto? Per grazia di Dio queste funzioni sono comuni a tutti».

Eppure c’è una differenza, perché Gesù Cristo ha stabilito nella sua Chiesa vari ministeri, per il bene di tutta la compagine ecclesiale, e tra questi ha scelto come compito di guida gli Apostoli. Se l’unico Pastore è il Signore Gesù, anche gli Apostoli partecipano, dentro il gregge, di questa qualifica quando sono inviati a predicare il Regno dei cieli. Questi a loro volta, dopo Pentecoste, costituiranno delle Chiese particolari, che sono affidate a dei vescovi e presbiteri, attribuendo loro il titolo di “pastori”. È facile notare uno “scivolamento” del titolo di “pastore”, da Dio a Cristo, ai Dodici, agli episcopi-presbiteri. A questo punto lo scivolamento si arresta, poiché il titolo non è mai attribuito in modo generale ai cristiani che non hanno funzioni di “capi” permanenti della comunità. Il mio antico testo prosegue e spiega anche questo, facendo scoprire che l’autore è un Pontefice che parla ai fedeli: «Ma da parte vostra è cosa santa e lodevole che vi rallegriate per il giorno della nostra elezione come di un vostro onore personale. Così tutto il corpo della Chiesa riconosce che il carattere sacro della dignità pontificia è unico. Mediante l’unzione santificatrice, esso rifluisce certamente con maggiore abbondanza nei gradi più alti della gerarchia, ma discende anche in considerevole misura in quelli più bassi. La comunione di tutti con questa nostra sede è, quindi, o carissimi, il grande motivo della letizia. Ma gioia più genuina e più alta sarà per noi se non vi fermerete a considerare la nostra povera persona, ma piuttosto la gloria del beato Pietro apostolo. Si celebri dunque in questo giorno venerando soprattutto colui che si trovò vicino alla sorgente stessa dei carismi e da essa ne fu riempito e come sommerso. Ecco perché molte prerogative erano esclusive della sua persona e, d’altro canto, niente è stato trasmesso ai successori che non si trovasse già in lui. Allora il Verbo fatto uomo abitava già in mezzo a noi. Cristo aveva già dato tutto se stesso per la redenzione del genere umano».

Quanto qui detto, ricalca ciò che “simpaticamente” cercavo di esprimere altrove, quando definivo il Papa il Papa (di là dalla tautologia): «Gesù – scrivevo – ha inviato Pietro contro gli assalti delle potenze dell’inferno. Egli ha pure affermato che la Chiesa sarà fondata sul privilegio dato a Pietro di detenere sovranamente le sue pecore. Quando la persona di Pietro morirà, la missione di Pietro continuerà. È ciò che si intende per esprimere quando si dice che il potere sulla Chiesa universale era dato a Pietro come un privilegio personale che doveva passare ai suoi successori, in persona propria, non solum pro seipso, sed pro omnibus successoribus suis . Questa è la bellezza cattolica. Il Papa può essere simpatico o antipatico e tuttavia rimane il Vicario di Cristo. Può persino dire qualcosa di rocambolesco, ma se non interviene ex cathedra parlerà a suo nome personale, senza accludere la voce della Sposa nei suoi discorsi. Del resto, è già capitato in passato…».

Contro il clericalismo laicale e i laicismo clericale dovrebbero bastare le parole della meditazione di oggi, scritte da san Leone Magno, Padre della Chiesa (ecco l’autore di tali belle righe!). La riflessione ci suggerisce come la questione sul “sacerdozio comune” sia stata dibattuta, compresa e messa in pratica un “poco” prima dell’ultimo Concilio. Dallo scritto patristico si intuisce come il “sacerdozio regale” non sia prerogativa da intendersi individualisticamente: «Non si tratta, cioè – spiega Giacomo Biffi –, dei singoli battezzati e dei loro compiti all’interno della comunità ecclesiale (come è il caso del sacerdozio ordinato), bensì dell’intero popolo di Dio che ha una dignità e un compito sacerdotale nei confronti dell’universo e dell’umanità nel suo complesso: il sacerdozio comune non ha dunque tanto una funzione “ecclesiale” (come ce l’ha il ministero apostolico) quanto una funzione “cosmica”».

Del resto, mentre leggevo i Discorsi di san Leone, mi sono venute in mente alcune battute proprio di Giacomo Biffi, quando diceva che «ci si compiace di parlare di “comunità”, quasi per nostalgia, adesso che sociologicamente prevale l’individualismo e il disimpegno. A richiamarsi assiduamente alla “povertà” e a decantarla con entusiasmo sono proprio i cristiani benestanti e gli uomini di Chiesa di estrazione borghese, che non hanno mai avuto modo di farne personalmente qualche esperienza: ai veri poveri invece di solito non viene neppure in mente di esaltare la loro condizione e di farne un ideale di vita. I parroci sanno che non hanno fatto tanta fatica a trovare qualcuno che li aiutasse a riordinare il cortile e gli ambienti della canonica dopo una festa, come da quando il popolo di Dio nei discorsi ecclesiali è posto ripetutamente in stato di servizio o, che è lo stesso, di “ministero”».
Inutile ogni commento, diventa necessario un silenzio orante.


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