12 novembre 2017

Dalla filosofia alla psicologia: un esempio di come profanare il sacro (II parte)


di Marco Sambruna

(Prima Parte)

Siamo dunque di fronte a uno schema contradditorio: la psicologia più radicalmente freudiana predica quello cui in realtà non crede affatto; afferma di voler assecondare le spinte autonome individuali mentre in realtà non permette loro di uscire dai confini della concezione laicista della vita attualmente in vigore.
Per questo la psicologia all’uomo moderno può solo garantire una sorta di libertà vigilata e quasi mai una autentica libertà.

E’ significativo che nel linguaggio di alcune scuole psicologiche abbiano un valore primario termini come sano e insano: è sano tutto ciò che è finalizzato all’inserimento nella società (modalità adattiva), è insano tutto ciò che indica altre vie. Nel primo caso si parla di integrazione, nel secondo di disadattamento.
In conclusione ciò che la psicologia contribuisce a fondare non è l’uomo autodiretto, ossia in grado di maturare autonomamente le sue scelte, ma quello eterodiretto ossia in grado di conformarsi al pensiero dominante vigente e quindi, in ultima analisi, ad una concezione solidamente laicista della vita.
Per questo in presenza di dinamiche autodirette troppo marcate e potenzialmente eversive talune correnti della psicologia tendono a medicalizzare cioè a classificare come affetto da nevrosi il soggetto che esprime queste dinamiche.
Per rendersi conto di come un certo retaggio materialista tipico di alcune scuole psicologiche sopravviva tuttora e di come queste credano di credere ciò a cui non credono basta condurre un semplice esperimento: ad esempio dire a uno psicologo rigorosamente freudiano che, avvertendo come insufficienti le gratificazioni che la società contemporanea può offrire, si vorrebbe entrare in un convento di cappuccini.
E’ molto facile a quel punto essere etichettati come disadattati che cercano nella fuga mundi  un modo per sublimare la propria incapacità di confrontarsi in una sana competizione sociale o un tentativo di sublimare la libido repressa.


Sciolto il legame con le radici metafisiche del sapere, inizia la seconda fase del processo di profanazione del sacro.
La destabilizzazione del sapere consiste nel ridurre l’unità della conoscenza, ossia la saggezza come patrimonio di secoli di evoluzione spirituale, in una miriade di frammenti nessuno dei quali si propone come sistema di valori o metafisica cui fare riferimento.
Il processo di profanazione del sacro mass mediatico d’altra parte presenta un’altra novità rispetto ai tentativi analoghi che hanno storicamente preceduto. Infatti esso non ha come priorità quella di sostituire la visione del mondo tradizionale caratterizzata dal sacro con una nuova visione del mondo laicista stabilita su solidi pilastri.

Il pensiero dominante odierno non tende infatti alla fondazione immediata di qualcosa di nuovo in cui credere, una sorta di nuovo inizio in cui nasca un uomo nuovo sia pure desacralizzato e scristianizzato. Ciò che deve essere organizzato innanzitutto non è una forma di neopaganesimo: questa ipotesi, peraltro già fallita coi regimi statolatrici e quindi idolatrici del Novecento, sarà perseguita in un secondo tempo.

Si tratta invece in un primo tempo di destabilizzare l’uomo privandolo di una metafisica di riferimento al fine di renderlo insicuro, indeciso e debole.
Siamo in presenza di una nuova narrazione dell’uomo che si trasmette tramite l’impoverimento  del sapere tradizionale – nel nostro esempio la filosofia - il quale, una volta impoverito, diventa un’agente di straordinaria efficacia in vista dell’organizzazione dell’omologazione conformista.
L’impoverimento metafisico del sapere che finora aveva coinvolto principalmente le scienze umane come la filosofia, la storia o la letteratura già avviate a trasformarsi in psicologia, sociologia e cronaca ha contaminato anche la religione che si avvia a trasformarsi in umanitarismo.
Questo iter di secolarizzazione del sapere riguarda l’uomo in quanto tale e in quanto singolo individuo: è l’uomo antropologicamente inteso a rappresentare il terreno di battaglia molto più di quanto sia in gioco il futuro dell’umanità o il collasso della civiltà.
L’uomo, così come lo conosciamo, è in grave pericolo perché rischia l’estinzione, non a causa di catastrofi naturali o della fine del pianeta stesso che ci ospita. In questo caso avremmo la fine della vita biologica sulla Terra e non solo dell’essere umano.
Ciò che rischia l’estinzione è una certa idea di uomo che ha formato l’essere umano tout court, cioè capace di concepire il sacro. Se tale capacità si estingue cessa anche la possibilità di un progetto di vita individuale: l’essere umano sarà sostituito dall’essere disumano ossia non più umano, una sorta di “umanoide” costretto all’omologazione forzata.

(fine)


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