01 novembre 2017

È tornato don Camillo/30. Don Camillo alla Padre Brown. Parte Seconda

di Samuele Pinna
I due compresero immediatamente che la signora Maria Teresa Villani in Barbavara doveva essere cascata a terra e si precipitarono a soccorrerla: prima il coraggioso prete e a seguire il fido aiutante. Quando, però, si accorsero che non era semplicemente caduta le reazioni furono differenti: il buon Nicola Timonetti emise un gridolino soffocato e si andò a piazzare nella stanza adiacente, mentre don Augusto si inginocchiò accanto alla donna per assicurarsi che fosse davvero deceduta.
Chiaro indizio fu lo spuntare dal petto di un tagliacarte di ferro a forma di pugnale rivestito di legno intarsiato, antico e prezioso nella foggia. Era l’arma che con certezza lapalissiana aveva ucciso la donna, confitta nel torace aveva spaccato nel centro il cuore come un infarto. Una volta compreso che era morta e non si poteva far nulla per salvarla, si segnò e disse a bassa voce un Requiem per la sua anima. Dopodiché, urlò al fidato Nicola alcune richieste molto simili a degli ordini. Dovette gridarglieli non perché la fanciulla del piano di sopra aveva riattaccato a suonare il violino, la melodia che proveniva era infatti soffusa, una nenia e quasi una dolce compagnia, ma per scaricare la tensione.

Il Timonetti andò a chiamare di sopra i cugini e la giovane musicista, entrando però nella sua casa senza bussare: appena aprì la porta il suono dello strumento riempì il caseggiato, l’abitazione della musicista doveva essere, evidentemente, insonorizzata. Quando la violinista si trovò dinnanzi quel colosso lanciò uno strillo fortissimo. La paura vera, con molta probabilità, era dettata dal racconto successivo piuttosto che dallo spavento del momento. Nonostante si fosse scusato in ogni modo, la ragazza gli rifilò dietro una serie di improperi nella sua lingua natia di cui si poteva facilmente capire se non proprio il significato letterale quantomeno il senso. Il nipote grassoccio dell’appartamento vicino si propose di andare a suonare all’altro cugino del primo piano, che era in casa, secondo la testimonianza del custode, e che sembrava non si fosse accorto di nulla. Decisero invece di non far salire la parente anziana. In questi spostamenti don Augusto volle che fosse sempre presente il Timonetti, mentre lui si era trasferito nel salotto della fu Villani in Barbavara con tutti gli inquilini, parente anziana del primo piano esclusa.

Nell’attesa don Augusto si calmò e attivò il proprio cervello. La stanza era in ordine e tutto appariva sistemato con una cura maniacale. I mobili erano eleganti ed antichi, intarsiati come i quadri che avevano, appunto, cornici e non solo dipinti importanti. Lo scrittoio era roba vecchia di età e di alta qualità, ma a un attento esame saltavano agli occhi due incongruenze. La prima che mancava il secondo dei quattro tagliacarte perfettamente allineati e della stessa fattezza. Ognuno di essi assomigliava più a un coltello e recava lo stemma di famiglia dei Barbavara: nel primo spaccato, dallo sfondo dorato, era raffigurata un’aquila nera, mentre nel secondo un castello merlato argenteo, finestrato e torricellato. Non fu difficile comprendere dove era andato a conficcarsi quello scomparso dal tavolino. La seconda incongruenza riguardava uno dei cassettini: un occhio attento avrebbe di certo notato che era stato forzato, aperto e, in seguito, richiuso e sistemato alla bell’e meglio.
Quando il nipote del primo piano, il dottor Luca Norberto Cozzolin, fece il suo ingresso in salotto, tutti si erano ormai già accomodati.

«Bisogna chiamare la polizia o i carabinieri», suggerì lo scaltro Timonetti, che pareva essersi ripreso dallo spavento.
«Io devo bere qualcosa», intervenne il nipote del terzo piano e aperto un armadietto, prima che qualsiasi potesse fiatare, tirò fuori un decanter di cristallo Baccarat, sormontato da una collana di perle contenente un cognac a dir poco sublime.
Il nostro Padre Brown avrebbe voluto bloccarlo per non fare toccare nulla in quella stanza, ma vista la particolare bottiglia non se la sentì. Dichiarò con cipiglio, però, di prendere i bicchieri in cucina e di non mettere le mani più su nulla. Davanti a chi stava per rifiutare un bicchierino, il sacerdote concluse in questo modo il suo discorsetto:
«Farà bene a tutti berne un sorso sia per sciogliere i nervi sia perché è qualcosa di straordinario. Se non mi inganno si tratta di una bottiglia di Cuvée 3.128 della cantina Camus. Questo prezioso distillato nasce da una miscela proveniente da vigneti diversi della stessa famiglia e, se non erro, sono solo 3.068 i lotti della partita disponibili…».
«… del costo all’incirca di 2700 dollari al pezzo», intervenne il medico chirurgo, «che ne fanno il miglior cognac del mondo!».

Appurata la cultura, il dottore si offrì di andare a chiamare per ricevere aiuto.
«Scendo da me a telefonare», disse calmo, «lasciatemi, però, un goccio di quel nettare».
Don Augusto si alzò di scatto e lo seguì.
«Vedo che è un intenditore…», ma lasciò volutamente la frase a metà.
«Anche lei non scherza, Padre», replicò l’altro e il pretone si strinse nelle spalle.
La casa era in perfetto ordine, tirata a lucido, e mentre il Cozzolin andava a telefonare, il nostro Padre Brown teneva un orecchio teso sulla comunicazione in corso e insieme gli occhi aperti per osservare ogni particolare. La chiamata fu tranquilla e rapida.
«Escono immediatamente», disse infine, «credo verranno i carabinieri».
Il sacerdote si strinse nuovamente nelle spalle e chiese un bicchiere d’acqua per sciacquarsi la bocca prima di assaggiare il brandy alla francese.

Entrato in cucina, fu confermato dalla sensazione avuta appena messo piede nell’appartamento: c’era dinnanzi a lui un vero caos, ma strano. Un ordine nel disordine, constatò don Augusto, perché quel locale era pieno zeppo di ricevute e ricevutine, giocate d’azzardo di ogni genere. Non erano ammassate alla rinfusa, ma posizionate in modo quasi matematico, sicuramente con una precisione morbosa.
Dopo aver bevuto tutto d’un un fiato, don Camillo redivivo ringraziò timido.
«Una brutta serata per tutti», esclamò l’altro, «piena di preoccupazioni».
«E non ancora finita», sospirò il prete, «come le preoccupazioni. Non è bello condividere lo stesso spazio con un assassino».
Non dissero più nulla, fin quando non tornarono nel salotto con tutti gli altri, comunicando loro l’imminente arrivo delle forze dell’ordine.
«Mi confidava il Reverendo», saltò su all’improvviso il dottore mentre regnava un silenzio generale, «che si sente a disagio a passare questo tempo con un omicida».

La violinista a quelle parole fece sussulto, ma il suo bel viso rimase comunque attraente, nonostante gli occhi spalancati e la bocca avesse preso una forma innaturale. Mentre la moglie del nipote del terzo piano emise un grido soffocato all’apparenza di vero e proprio terrore. Suo marito tremante buttò giù tutto di un fiato un altro bicchierino e fu un vero spreco che quel prezioso liquore fosse ingurgitato da quella sottospecie di ubriacone.

Don Augusto non pronunciò, invece, nessuna parola nonostante fosse stato chiamato in causa, ma sorseggiò avido il suo goccio di cognac: con il concerto di poco prima, unì alla bellezza la bontà. Ora mancava solo di svelare la verità di quella triste serata.
«Ma la zia non può essersi suicidata?», chiese il cugino bevitore all’altro medico.
«Lo escludo», intervenne il nostro Padre Brown come destandosi da un sonno, «la cosa non ha molto senso: se voleva conferire con me, l’avrebbe semmai fatto dopo. E, inoltre, non capisco perché avrebbe dovuto rompere il cassettino dello scrittoio avendone le chiavi per poi tornare nel corridoio per togliersi la vita…».
«Ma sa, in quei momenti non si ragiona…», disse portandosi una mano alla bocca la moglie del nipote del terzo piano.
«La signora ragionava benissimo. Quando ha visto che il Reverendo non si sarebbe fermato da lei, mi ha chiamato subito in casa per farmi una lavata di capo, ovviamente. E ho visto che qui tutto era in ordine», precisò il portinaio con una dignità che pareva non possedere, «e niente era rotto! Il cassettino è stato di certo forzato. La signora ci teneva troppo a quel mobile, appartenuto alla sua famiglia da diverse generazioni, per rovinarlo…».
«Sì», rispose il medico, «anch’io non sono convinto del suicidio. E quindi la preoccupazione del Reverendo è fondata. Tra noi c’è un assassino».
«Un’anima da salvare…», disse a mezza bocca il nostro Padre Brown, ma nessuno si accorse di quelle parole o, quantomeno, non lo diede a vedere.
Il dottore aveva articolato l’ultima frase con una calma innaturale, mentre il cugino scosso da quella rivelazione bevve il terzo bicchiere e sua moglie strillò ancora. La dolce violinista corrugò la fronte e il povero Nicola Timonetti sbuffò, pensando in che bel pasticcio si era andato a cacciare. Tuttavia, per un’associazione d’idee, si trovò a sognare a occhi aperti l’unico pasticcio che desiderava in quel momento, ossia quello di carne. E, mentre se ne figurò uno con patate, sul volto gli apparve un sorriso ebete. Immaginava, infatti, dell’ottima carne italiana, macinata e rosolata in padella con le cipolle e le carote a cui aggiungere le patate lesse ridotte in purea, per completare in seguito la cottura in forno. Profumi e sapori guizzarono dalla sua mente e dai suoi occhi…

Don Augusto rimaneva invece seduto tranquillo sulla sua poltrona, sorseggiando dal suo bicchierino l’eccelso contenuto dal colore ambrato, dal gusto deciso e delicato insieme.
Finita la degustazione fissò con calma e profondità tutti i presenti, Nicola compreso, anche se come la vecchia del primo piano non avrebbe mai potuto commettere il delitto.
«Se qualcuno vuol ripulirsi la coscienza?», chiese con filo di voce, «questo è il momento». Nessuno, tuttavia, fiatò. Il silenzio fu rotto dal suono acuto del campanello.
«Vado io», disse il portinaio, seguito a ruota dal prete.
Quando se lo trovò davanti il nostro don Camillo non poté che fare un largo sorriso, dopo un’espressione di pura meraviglia.
«Maresciallo Mattia Dindu!».
«Capitano, ora, capitano!», rispose l’altro con un pizzico di orgoglio prima di abbracciarlo.
Dopo i saluti si ricomposero e il sacerdote spiegò tutto l’accaduto, confermato su ogni punto dal portiere.
«Tutti eravate qui», gli chiese ancora, «lei ne è sicuro?».
Sicurissimo fu la risposta. Quando era arrivato il prete con il suo aiutante tutti gli inquilini erano nel caseggiato e nessun altra persona era entrata o uscita.
«Quindi ognuno dei presenti è il potenziale colpevole», concluse sottovoce il Capitano rivolto al nostro Padre Brown, «che bel rompicapo!».
«Non direi», rispose l’uomo in talare, «forse potrei darle una mano nelle indagini…».
Il carabiniere si illuminò, fidandosi del sacerdote, un po’ come il maresciallo Cecchini con don Matteo, anche perché in passato lo aveva già aiutato. In quell’occasione non si trattò di un crimine, bensì di una questione di cuore che risultò essenziale per la vita del Capitano, come la sua fede al dito confermava.
I tre uomini salirono nell’appartamento insieme alla squadra delle forze dell’ordine intervenute. Forse il triste pomeriggio avrebbe avuto una svolta prima della notte sempre più imminente.

 

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