08 novembre 2017

È tornato don Camillo/31. Don Camillo alla Padre Brown. Parte Terza

di Samuele Pinna
Il Capitano dei carabinieri accorso sulla scena del crimine aveva, proprio in quella macabra circostanza, rivisto il sacerdote a cui era legato da un antico debito di riconoscenza. Si sarebbe, pertanto, fidato del suo giudizio e delle sue intuizioni. Per prima cosa prese le deposizioni di tutti i presenti, dopo aver saputo come don Augusto e il suo aiutante Nicola Timonetti avevano rinvenuto il cadavere.

«Il breve concerto della violinista», aveva infine dedotto l’investigatore con quella parlata tipica da verbale, «effettuato con la porta aperta, ha quasi sicuramente agevolato l’assassino, permettendogli di agire indisturbato, anche perché la signora Maria Teresa Villani non aveva a sua volta chiuso l’uscio di casa».

Il Capitano annotò le varie testimonianze: il dottor Luca Norberto Cozzolin aveva dichiarato che era rientrato nella sua abitazione poco prima che giungesse il prete e, per farsi trovare pronto per la benedizione (cosa che non avrebbe voluto ricevere ma essendo l’appartamento di proprietà della ricca zia avrebbe comunque accettato), si stava facendo una doccia con la radio accesa, come sua abitudine, e non aveva sentito nulla.
La bella violinista dell’est, dallo sguardo puro e dal sorriso accattivante, dopo il passaggio del sacerdote aveva studiato un attimo la teoria per poi riattaccare con un po’ di pratica, tornando a esercitarsi con il suo strumento.
Il nipote del terzo piano con consorte erano in attesa del sacerdote e dopo aver ricevuto la visita si erano appostati nel salottino a guardare la televisione a volume piuttosto alto, per non essere disturbati dallo strimpellare (così lo definirono) proveniente dall’abitazione adiacente, seppur – a ben vedere le cose – le note prodotte arrivavano soffuse e attenuate.
Appena ricevuta la triste notizia, l’anziana cugina, ora trasportata su a forza con gli altri inquilini e ospiti, aveva attaccato tra le lacrime a recitare un Rosario in latino per la morta. Aveva altresì affermato di non aver sentito un accidenti di niente. Lei non usciva mai di casa e anche in quel frangente non si era mossa. Invero, in quella circostanza non era barricata tra le mura domestiche, perché aspettava il sacerdote: porta aperta, ma nessuna passeggiata fuori dall’appartamento, insomma.
Infine, il custode aveva asserito di non essersi mai mosso dalla sua postazione, come era solito fare ogni giorno, precisando che in quel lasso di tempo nessuno si era fatto vivo né aveva percepito rumori particolari una volta che, lasciata la signora, era tornato al suo luogo di lavoro.

Quando ognuno fu interrogato, Mattia Dindu, prendendolo in disparte, chiese al Reverendo che idea si fosse fatto.
«Se mi concede un attimo», rispose, «potrei venire a capo degli avvenimenti qui oggi accaduti».
Con il consenso del capo delle forze dell’ordine, don Augusto da novello Poirot, iniziò quella che si può definire la soluzione dell’intricato e spiacevole caso.
Erano già tutti radunati nel salotto e il Capitano chiese a ciascuno di accomodarsi e di ascoltare quello che avrebbe detto il prete.
«Chiedo un attimo di attenzione», cominciò il sermone, tossicchiando per dare più enfasi al discorso, «per capire i fatti qui oggi accaduti dobbiamo partire dall’inizio».
Si umettò le labbra prima di continuare e solo quando sentì su di lui l’attenzione completa dell’uditorio attaccò con l’arringa.
«Quando io e il qui presente Nicola Timonetti siamo arrivati nel tardo pomeriggio, ormai forse sera, per benedire le vostre case, ognuno di voi era nella sua rispettiva abitazione. La signora Maria Teresa Villani in Barbavara – che Dio l’abbia in gloria! – aveva espresso il desiderio o, meglio, l’ordine che io passassi prima da lei. Per una mia mancanza ora forse “imperdonabile”, decisi invece di cominciare, come la logica mi ha sempre suggerito, dai piani più alti. Il quarto nonché ultimo è disabitato e ho dunque suonato, casualmente, alla porta della nostra splendida violinista».
Mentre diceva “splendida” don Camillo redivivo fece un lieve inchino e sfoderò un sorriso sornione. Di tutta risposta, la ragazza a quelle parole abbassò gli occhi intimidita.
“Strano”, pensò in una frazione di secondo, “dovrebbe essere abituata a complimenti e a ‘possedere’ la scena”.
«L’abile violinista», proseguì seriamente compito e dandosi un tono, «ci deliziò per qualche istante (esattamente 5 minuti e 45 secondi) con una sublime composizione di Johann Sebastian Bach in cui non si sentì altro, se non la sua splendida musica, per cui nuovamente ringrazio».
La ragazza rispose con un risolino, avendo ripreso il controllo di sé, “Forse non è imbarazzata per le attenzioni, ma per il contesto innaturale”, si trovò a pensare il prete detective.
«Poco dopo i nostri saluti», riprese, «calò il silenzio, fintantoché non abbiamo trovato il corpo esangue della signora Maria Teresa. A quel punto sentimmo in modo tenue della musica, chiaro indizio che la nostra violinista aveva ripreso, con la medesima maestria, a esercitarsi. Pur tuttavia, le sue note si percepivano indistinte, sino a quando, in modo un poco rozzo, il mio amico Nicola entrò trafelato nella stanza per avvisarla dell’accaduto, spalancando senza preavviso la porta di casa. Scusandomi di nuovo per l’increscioso incidente, questo ha però permesso ai melodiosi suoni provenienti dal suo volino di udirsi in tutto il palazzo, mostrando come con la porta aperta la musica avrebbe potuto sovrastare altri rumori, come già era chiaro per il nostro competente Capitano».
Mentre il carabiniere capo sorrise lusingato, la ragazza aveva ripreso a mantenere la testa bassa, avvertendo gli occhi di tutti su di lei e ancora leggermente a disagio per gli ulteriori elogi riletti tra le righe.
«Sì», disse infine con un filo di voce e la cadenza dura, «la mia casa è insonorizzata, ma se si apre una porta o una finestra…».
«La sua musica si può ascoltare distintamente», concluse Mattia Dindu compiaciuto.
«Personalmente», riprese il sacerdote, «e se posso permettermi, ritengo improbabile sia stata lei a compiere questo efferato omicidio. E non solo perché non mi spiegherei come una dolce fanciulla piena di talento e armonia, amante delle cose belle, possa essere sprofondata in un male tanto tremendo. Ma soprattutto perché non trovo in lei nessun movente valido, senza contare il tempo assai breve che aveva a disposizione per agire. Siamo stati pochi minuti nella casa a fianco e lei avrebbe dovuto scendere e risalire con una velocità inverosimile. Non solo, avremmo inoltre dovuto sentire dei rumori di lite o quantomeno un accenno di urlo della signora tristemente accoltellata».
La ragazza guardò l’oratore piena di gratitudine per quelle ultime parole, il quale concluse convinto il suo ragionamento con un “No!” a dir poco enfatico.
«No! Non può essere stata lei, perché sono convinto che l’omicidio sia stato commesso durante il breve concerto che la signorina ci ha gentilmente offerto».
L’ultima dichiarazione appariva come una domanda e il Capitano si precipitò ad annuire con la testa.
«Quindi», riattaccò il nostro Padre Brown, «io sarei intenzionato a scagionare tra i probabili colpevoli la nostra cara amica violinista».
E detto ciò fece un altro inchino alla giovane, che ricambiò con un abbagliante sorriso. Con i capelli sciolti somigliava, si trovò a pensare il pretone, alla Vergine dipinta da Agnolo Bronzino.

«Non credo», proseguì dopo un attimo di attesa, che prendeva pesanti contorni, «abbia potuto uccidere la signora Villani neppure la sua anziana cugina. Non lo penso possibile sia per l’età, che rende difficoltosi i suoi movimenti, sia in vista del profitto di una tale opera. Senza contare la devozione e il suo essere timorata di Dio».
La donna non comprese quasi nulla di quelle parole, ma decise comunque di annuire con convinzione. Dopodiché, imperterrita, riprese a sgranare la corona del suo Rosario.
«Chi potrebbe essere, dunque, stato?», buttò la domanda come una bomba, «è forse stato il custode? Non gli è mancato di certo tempo e opportunità…».
Questi a quelle parole impallidì.
«Ma quale il movente?».
Il portinaio sospirò preoccupato dinnanzi a quello che aveva tutta l’aria di un verdetto insindacabile di un giudice dell’alta corte americana, di quelli blasonati e incipriati tipici dei film del nuovo mondo.
«E qui risiede la questione fondamentale!», esclamò il nostro Padre Brown gesticolando, come fosse in scena, facendo ciò che in gergo si definisce un vero e proprio colpo da teatro, «Quale il movente?».

Dopo qualche istante di costruito silenzio, proseguì, «Credo che dobbiamo chiederci proprio questo: qual è il motivo per cui qualcuno in questa triste serata si è sporcato le mani con un’azione tanto deprecabile? E, sì, la risposta sarà ancora una volta la stessa, uguale a tanti delitti e, nella sua crudeltà, drammaticamente semplice».

Un’altra pausa d’effetto aveva fatto trattenere il fiato a tutti, «Già, il movente è lo sporco e vile denaro, che assoggetta il mondo e che induce a fare cose sconvenienti anche ai galantuomini».
«Il denaro?», si intromise sarcastico il nipote del terzo piano, «Beh, allora tranne noi parenti, sono proprio le altre persone le più interessate, si capisce…».
E aveva terminato la frase girandosi prima verso il cugino e poi verso la vecchia congiunta della defunta, che con fede testarda continuava a bisbigliare le sue Ave Maria.
«Lei dice?», rispose il prete in un ammiccante sorriso, «Ma quale il guadagno per la signorina? Uno sconto sulla pigione?».
Incrociò un attimo lo sguardo grato della violinista, felice di avere tanto difensore, per poi proseguire, «Ho potuto, invece, notare un generale degrado a casa sua e mi sono chiesto il motivo».
Mentre così parlava all’interessato era aumentato un certo tremore che, in realtà, non lo abbandonava mai, seppur in altre occasioni si mostrava meno evidente.
«La ragione era, però, sotto i miei occhi», proseguì con tono accusatorio, come il miglior Perry Mason, «Lei beve, caro signore, in maniera smisurata e lo stesso vale per sua moglie. Niente ha più interesse per voi o valore rispetto a un bel bicchiere di rosso o di bianco oppure di un liquore, anche di qualità scadente. E si trascura ogni cosa, persino il proprio patrimonio per un goccetto che ha l’illusorio potere di far obliare ogni problema».
«Oh!», proruppe l’accusato, «non crederete a queste panzane… a me piace bere, ma essere dileggiato come un ubriacone…».
«Mio caro signore», riprese il prete con un inedito aplomb, «credo che sia evidente il suo vizio a causa del tremore, che si accentua quando è lontano dalla bottiglia. Cosa ne pensa il medico qui presente?».
«Beh», balbettò l’altro, che rispose dopo l’invito, sotto forma di occhiataccia, del Capitano, «il tremore fa parte degli effetti della tossicità cronica dell’alcool e anche degli effetti acuti di esso… nel suo caso specifico non saprei, ma non è totalmente da escluderlo…».
A quelle parole il cugino avrebbe voluto replicare, ma fu bloccato con un cenno autoritario dal vigile carabiniere.

«E poi chi c’è?», disse non curante don Augusto, «Ah, sì, il nostro medico chirurgo. Una vita in perfetto ordine la sua, dove tutto appare pulito e rispettabile. Tranne che nei luoghi più remoti: con una battuta potrei dire nella sua “cucina” interiore…».
Se nessuno colse la spiritosaggine, tutti i presenti nella sala si girarono verso il dottore e quello si accigliò, ma non aprì bocca.
«Ho notato la cura con cui archivia le sue giocate», riprese come un mastino il nostro don Camillo, «perché lei a vedere tutte quelle carte è senza ombra di dubbio un giocatore d’azzardo incallito, non è vero? E si sa, se ne bruciano di soldi in quel modo…».
«Luca Norberto?!», sbottò suo cugino, a cui il cognac aveva sciolto la lingua, quasi felice di quella opportunità di rivalsa, «è per questo che ci chiedevi prestiti?».
«No», rispose pronto, «quei soldi sono serviti per le mie missioni umanitarie…».
«Certo», si intromise il sacerdote sarcastico, «quale missione più importante che pagare degli strozzini: salvare la propria pelle è pur sempre una missione umanitaria. Ho visto le cifre delle scommesse, non credo che si possano puntare quelle somme da un tabacchino…».

Dopo un assordante silenzio il nostro Perry Maison in talare proseguì, «Ma se si esclude la gentile nonnina, la giovane musicista, i dubbi rimangono anche sul nostro custode, all’apparenza uomo insignificante, ma nei fatti?».
«Ma il movente è l’eredità?», chiese Mattia Dindu, che aveva già capito la risposta mentre formulava la domanda.
«Già», rispose laconico il prete, «ed è questa la ragione per cui l’omicidio è avvenuto oggi. La signora Maria Teresa Villani in Barbavara possedeva, infatti, un patrimonio niente male, che avrebbe lasciato in successione ai parenti più prossimi. Purtroppo l’avidità è una cattiva consigliera e, pertanto, qualcuno ha voluto accelerare il naturale decorso degli eventi».

Don Augusto si era fermato e aveva guardato con intensità il Capitano. Non si erano detti mezza parola, ma si erano capiti al volo. Chi era l’assassino? Forse il fedele custode, ma poi non così tanto? Il nipote ubriacone oppure quello scommettitore?
«Per risolvere questo complicato enigma», riprese il nostro Padre Brown, ormai alle sue ultime battute, «bisogna tornare a quelle poche parole che ho sentito pronunciare, ahimè non solo io, poco prima di entrare nell’abitazione della signorina».
Dopo aver incrociato i favolosi occhi blu della musicista, continuò, «Sono state affermazioni stizzite, di cui ho còlto solamente qualche cosa, una parola qua e là, ma che ricordo assai bene. La signora, prima che entrassi nella casa della nostra musicista, aveva difatti detto nel suo borbottare: “che si sbrigassero”, “che sfacciati” e “testamento”».
«Anch’io l’ho sentito distintamente», intervenne agitato il nostro Watson, che invero non ricordava un fico secco, ma che era stato istruito a dire in quel modo, «soprattutto quando pronunciò la parola “testamento”».
«Grazie, Nicola», disse don Augusto, «Sì, il termine “testamento” mi ha fatto riflettere. E mi sono chiesto: sicuramente la signora ne aveva già stilato uno e quindi cosa voleva da me? Sono certo che il problema, però, sia tutto qui».
«Sono convinto anch’io, Reverendo», era intervenuto il Capitano con enfasi, «il movente non può che essere quello da lei segnalato. La signora Villani aveva con ogni probabilità deciso di modificarlo. Forse aveva da tempo minacciato i parenti di fare questo o mi sbaglio?».
«La signora», parlò dopo aver chiesto la parola alzando una tremante mano la violinista, «lo ripeteva spesso quando era arrabbiata, come a me ribadiva che mi avrebbe sbattuto fuori di casa e non mi avrebbe neppure dato una monetina se mi avesse incrociato per strada a suonare il mio violino strremaledett…»
«Stramaledetto?», chiese il pretone, correggendola con garbo.
«Stra-ma-le-det-to», ripeté cauta la ragazza dell’est, «sì, stramaledetto!».

In un’altra occasione si sarebbe potuto ridere, ma il Capitanò proseguì accigliato, «La signora Villani, dunque, non soltanto aveva minacciato di cambiare testamento, ma con ogni probabilità si era infine decisa a farlo. Non potendosi fidare di nessuno aveva deliberato di consegnarlo a un uomo di provato onore e disinteressato al danaro, come il nostro Reverendo».
«Sì», confermò triste il prete, «sono persuaso che la signora Maria Teresa Villani in Barbavara avesse cambiato testamento ed era decisa a consegnarlo a una persona di fiducia e magari anche legata dal segreto. L’assassino dalle poche parole borbottate ha subito compreso che doveva agire immediatamente, perché non ci sarebbe stata un’altra occasione».
«Inoltre», intervenne ancora il Capitano, «se la donna non fosse morta subito, il prete avrebbe ascoltato le sue ultime parole e sarebbe stato probabilmente vincolato a non dire nulla a nessuno…».
Ci fu un moto di meraviglia da parte di quasi tutti.
«Sicché», riprese il novello Poirot, «è il “testamento” la chiave di tutto, perché come io e il signor Nicola abbiamo sentito quella parola così pure l’omicida, che non ha perso tempo e appena la nostra violinista ha iniziato a suonare, ha portato a termine ciò che da tempo covava nei recessi del suo animo. Chi poteva essere disgraziato e disperato a tal punto?».

Un altro grave silenzio scese di nuovo sulla stanza. Nessuno fiatava né si percepivano rumori.
«Chi poteva?», riattaccò come fosse una nenia, «Sono convinto, signor Capitano, di sapere come siano andati i fatti».
Tutti si girarono verso don Augusto, «L’assassino, sentita la signora Villani, si è recato nella sua casa per discutere la faccenda e dissuaderla dal fare un atto del genere. A un certo punto, vista la resistenza, per non attirare attenzione, la deve aver spinta in corridoio, facendola più o meno inavvertitamente cadere. Ciò è visibile dall’abrasione presente sulla nuca. Poi, dopo aver compreso quello che stava accadendo, è andato sicuro qui in salotto e, una volta divelto il cassettino, operazione assai semplice, ha preso con sé il testamento olografo e quel maledetto tagliacarte. La Villani si era messa, da sdraiata com’era, a urlare la sua rabbia o quantomeno a borbottare qualcosa, chiamando a sé aiuto. In quel frangente il suo assassino le fu sopra e da lì, dall’alto verso il basso, le ha inflitto il colpo definitivo e mortale al cuore: un unico fendente, preciso e letale. Ma chi?».

Si fermò un istante e scrutò i presenti con uno sguardo penetrante.
«Il custode? Non si aspettava dalla signora qualcosa dopo tanti anni di fedeltà assoluta: cosa deve aver pensato una volta saputo della sua estromissione dall’eredità? Dovete sapere che mi ha colpito la raffinatezza dell’orologio che porta…».
«Già», esclamò il Capitano, «pare molto costoso per uno che fa il suo lavoro…».
«Sì», rispose l’altro mesto, «è stato un regalo della signora…».
«Un bel regalo», riprese il prete, «io non me ne intendo tanto, ma è di valore o sbaglio? Non è forse un orologio a carica automatica, con cassa in oro rosa, cinturino in pelle e vetro zaffiro?».
«Dal costo superiore ai 15.000 euro. Un regalo costoso…», intervenne il Capitano che era un intenditore e che aveva dato quella dritta al nostro don Camillo.
Il pover’uomo aveva tentato di rispondere qualcosa. Se la prese, però, subito coi nipoti affermando che con loro non sarebbe riuscito a ottenere nulla, neppure uno spillo...

«I nipoti, è vero», aveva ripreso il sacerdote, «chi lo sa? Forse, sono loro i colpevoli? Potrebbe essere stata la loro voglia insaziabile simile a chi non ha più uno scopo e prova grande risentimento verso l’odiata zia “padrona”… come voi!».
Si girò a guardare i nipoti del terzo piano.
«Quanta deferenza verso la “signora”», riprese, «quanta rabbia repressa. E basta poco per chi ha bevuto perdere il controllo…».
Marito e moglie abbassarono la testa tremanti e arresi.

«Ma forse mi sto sbagliando completamente», proseguì il nostro Padre Brown, girandosi all’improvviso di scatto e facendo sobbalzare i presenti, «Non è vero dottor Luca Norberto Cozzolin? Chi avrebbe potuto colpire con tanta freddezza la fu Maria Teresa Villani, se non lei?».
«Io?», rispose cinico l’altro, «Io cosa c’entro? Perché dovrei essere stato proprio io?».
«Perché», riprese il segugio in talare, «lei ha sempre necessità di soldi, disperatamente! Lo sappiamo che non si scherza con le persone con cui si è indebitato».
«Non sono l’unico qui ad avere bisogno di liquidità…», aveva cercato di discolparsi.
«No, è vero. Ma lei è stato troppo preciso anche in questo caso. Suo cugino in una situazione di tale foga non avrebbe mai sferrato un colpo chirurgico come invece ha fatto lei, abituato a tali operazioni e maniaco della precisione. Ci vuole infatti una mano ferma e non tremante a causa del vino oltre a un’abilità da vero professionista».
«E il portiere? Con tutto quello che subiva l’avrebbe potuta ammazzare da un momento all’altro e un lascito gli faceva gola… Oggi ha semplicemente sfruttato l’occasione…».
«Certo», si fermò meditabondo l’altro, «aveva il tempo e la capacità di poter infierire, ma quale il movente? Il denaro? Doveva sperare che la signora gli lasciasse qualcosa adesso, come quell’orologio, perché dopo avreste tutti impugnato il testamento: voi tutti nipoti della zia defunta avete sempre avuto troppo interesse per il suo patrimonio, tanto da subire qualsiasi forma di angheria nell’attesa della sospirata eredità!».
«Queste sono supposizioni deliranti», aveva schiumato il medico per la rabbia, «come la vostra dottrina cristiana piena di invenzioni e superstizioni!».
E fece per alzarsi, ma la manona del nostro don Camillo lo obbligò a sedersi di nuovo.
«Si calmi, dottore», disse gentile, «si calmi. Il cristianesimo, come può osservare da lei stesso non permette al credente di spegnere il cervello, ma lo potenzia. Che interesse avrebbe avuto il custode? Se non sopportava più i maltrattamenti della signora Villani avrebbe potuto cambiare lavoro. Suo cugino? Avrebbe addirittura potuto considerare l’eventualità di un omicidio per poi dimenticarsi di aver fatto un tal pensiero mediante un bevuta dettata dalla sua pusillanimità. No, io credo, anzi sono sicuro, che sia stato lei. La prova? Ci mostri cosa ha nella tasca della sua giacca».
L’altro rimase impassibile, e il nostro Padre Brown continuò, «Non conserva forse lì, il testamento della fu Villani Maria Teresa?».

E con ciò si allontanò con fare teatrale dall’imputato. A un cenno del Capitano due carabinieri perquisirono l’accusato e, manco a dirlo, glielo trovarono addosso. Una prova schiacciante che provocò uno stupore generale, sacerdote e nonnina in preghiera esclusi.
«Era stato persino bravo», proseguì sottovoce il prete, «non si era neppure sporcato di sangue. Un’operazione chirurgica perfetta».
«Ma come faceva a sapere che aveva ancora con sé il documento?», domandò curioso il Timonetti.
«Intuito, niente di più», si strinse nelle spalle l’altro, «o l’aveva ancora indosso oppure lo si sarebbe trovato in casa. Ricordi? Nessuno è uscito da qui ed era troppo importante per lui per nasconderlo in giro: con sé era al sicuro, nessuno oggi – tranne me – avrebbe sospettato di lui e, in questo modo, tra qualche ora se ne sarebbe disfatto per sempre».
Si fermò un breve momento e, dopo aver sorriso, spiegò meglio al Capitano la sua intuizione: «In verità, quando era convinto che non lo guardassi, in casa sua per due volte si è controllato la tasca della giacca tirando fuori un foglio ingiallito. Ho pensato si trattasse di un tic insolito per un uomo tano freddo e preciso. E devo dire di non essermi ingannato…».

Il Capitano si fermò ancora un attimo per salutare e ringraziare il sacerdote.
«Quindi, il dottor Cozzolin, abile chirurgo, pieno di debiti di gioco, ha messo in atto l’ultima sua operazione…».
«Già», lo interruppe il nostro Padre Brown, «solo che anziché salvare una vita…».
E lasciò la frase a metà. Il carabiniere fu anche in questa circostanza colpito dall’ingegno dell’amico che, mentre si accingeva a salutarlo, gli chiese il favore di dire due parole all’accusato. Il nostro don Camillo, si sa, non ha gli occhi di un azzurro intenso né uno stile giovanile o la consapevolezza di essere un mito del cinema. Nulla a che vedere quindi con Terence Hill quando personifica don Matteo, ma lui ci provò ugualmente a convertire il peccatore dal suo grave misfatto. Non c’era nessuna musica di sottofondo, ma solo la durezza degli sguardi. Quello che si dissero si perdette via come un refolo di vento e soltanto le mura dell’elegante palazzo le conserva come i fatti capitati in quel giorno. Dio, però, come in ogni istante della vita di tutti gli uomini, era attento.
Mentre lo trascinavano via, però, alcune parole risuonarono con forza. Erano cariche di speranza e di misericordia.
«Tutti possiamo guarire, se ci pentiamo… il Signore Onnipotente è la nostra medicina e la nostra salvezza».

«Tutti possiamo guarire, tutti!», urlava in questo modo nel delirio della febbre alta il nostro povero don Augusto. Poi si svegliò intontito.
«Ecco cosa le hanno portato, reverendo», disse una voce che sembrava provenisse da molto lontano, «quando starà un poco meglio potrà leggere cose nuove (e cose antiche, invero). Glielo manda il signor Nicola Timonetti».
A fatica dalla bocca secca del pretone uscì un “grazie”, che dopo uno sforzo titanico si rigirò nel letto. Prese sonno quasi subito, ma per qualche altro giorno delirò a causa della malattia. Alla fine si ristabilì, ma il suo medico curante lo obbligò a qualche tempo di riposo. Non trovò quei giorni troppo noiosi grazie al libro che scoprì avere sul comodino. Iniziò a leggerlo con avidità: si intitolava I racconti di Padre Brown di Gilbert Keith Chesterton.


 

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