15 novembre 2017

È tornato don Camillo/32. Gli angeli del Natale. Parte Prima

Una notte incantata
Quella che sto per raccontare è una vera e propria favola di Natale, una di quelle storie che può aiutare a scoprire la bellezza di un mistero che lascia senza parole, fa battere il cuore e riaccendere la speranza. Il protagonista è il nostro caro don Augusto, il quale non fece parola a nessuno di quanto gli accadde, ma che un giorno mi confidò i suoi pensieri, sgorgati dal suo animo onesto e operoso nel bene. Ho deciso che non potevo tacerli. Qualcheduno li valuterà all’estremo di come si giudicano le fiabe, qualcun altro si emozionerà o ci mediterà su e, infine, ci saranno pure coloro che le snobberanno con adulta sufficienza. Sì, non nascondo un poco di paura per chi guarderà queste righe con sufficienza: non sono tanto in pena per me, fedele trascrittore, ma per il protagonista che, senza veli, si è confidato. Nonostante tale preoccupazione, non posso esimermi dal narrare questa vicenda a causa di un monito di uno scrittore, il quale disse una volta una certissima verità: «Tutti i grandi sono stati bambini una volta. (Ma pochi di essi se ne ricordano)». Davanti a tale ineluttabile evidenza, desidero trasmettere per iscritto questa gioiosa avventura e consiglio a tutti di leggerla, purché si usino occhi da fanciullo. Del resto, si racconta nei Vangeli che Gesù, chiamato a sé un bambino, lo pose in mezzo ai suoi discepoli e disse loro – e oggi a noi –: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli». Piccoli come bambini o almeno ricordarsi che in un tempo andato lo si era stati. E cosa può aiutare di più a rammentarcelo se non le feste natalizie? Oh, il Natale! Quanti pensieri, quanti ricordi, quanto trepidante entusiasmo! Sì, si deve tornar come bimbi, perché, come ha scritto saggiamente Dickens, per la maggior parte di noi adulti «è esistito un tempo in cui il giorno di Natale, racchiudendo tutto il nostro piccolo mondo come un anello fatato, non ci faceva mancare né desiderare nulla; riuniva insieme nella nostra casa tutte le gioie, tutti gli affetti e le speranze; raccoglieva tutto e tutti intorno al fuoco natalizio; e rendeva perfetto e completo quel piccolo quadro che brillava davanti ai nostri occhi lucenti di bambini». Lo stesso sguardo pieno di luce sta all’origine del nostro racconto: è proprio il momento, pertanto, di iniziarlo…

Era una tarda sera avventizia… o, ma che scrivo? “Avventizia” non nel senso di “estranea”, “straniera”, “esterna”, “temporanea”, “provvisoria”, “precaria”, “momentanea”, “occasionale”… Eh, no! Intendo che siamo nel tempo liturgico dell’Avvento, a ridosso del Natale… mi si scusi la licenza poetica… Ma ricominciamo, ehm… dicevamo dunque: Era una tarda sera e il nostro don Camillo si recò in chiesa a pregare. A pensarci bene era notte fonda. Qualche volta capitava al nostro pretone di finire lì quando oramai le tenebre avvolgono ogni cosa per trovare un po’ di pace e di silenzio. Entrato, si fermò subito per far abituare gli occhi al buio, la luce della Presenza vicino al tabernacolo lo aiutava un poco con la sua piccola candela tremolante. Appena si era abituato all’oscurità iniziò a muoversi e si accorse che ogni suo passo era amplificato dalla perfetta acustica del tempio… a pensarci bene il rimbombo avrebbe fatto spaventare coloro che, per sbaglio, si fossero trovati nella “casa di Dio” con lui in quel momento.

Fu così che proprio in quella fredda sera d’inverno (mancava oramai qualche manciata di giorni al Santo Natale), arrabattato a più non posso, il nostro don Camillo aveva fatto capolino in chiesa, recandosi come sempre davanti alla bellissima statua della Madonna del Rosario che regge Gesù Bambino tra le braccia. Immaginate la sua faccia quando nella teca scoprì che la statua non c’era più! Per fortuna, aveva con sé dei solfanelli e, dopo aver acceso un lume per fare luce, che lo lasciò, inizialmente, infastidito, perché i suoi occhi si erano ormai abituati alle tenebre, rimase ancor di più sbigottito. La cosa era sorprendente: la statua non c’era più… davvero! Letteralmente sparita, scomparsa, volatilizzata!
Bisognava chiamare subito i soccorsi, ma il mostrarsi di un’altra luce soffusa che proveniva dal Coro dietro all’altare attirò l’attenzione del prete di città. Era una bagliore tenue ed emanava, non saprei come dire, una specie di serenità. Don Augusto si calmò quasi all’improvviso e si diresse, come attratto, alla fonte luminosa. Certo, non mancò di genuflettersi davanti al tabernacolo per rispetto e subito si accorse che anche la statua del Patrono, che troneggiava su uno degli altari laterali, era svanita. «Oh mamma!», esclamò pieno di sorpresa. Poi, aveva allungato il collo per sbirciare e capire cosa ci fosse dietro all’altare maggiore. La scena lo impietrì letteralmente. Era lì bloccato come uno stoccafisso, con la bocca aperta da ebete, e rimase estasiato dalla scena che gli si palesava dinanzi. In mezzo al Coro sullo scranno centrale stava seduta Maria con in braccio Gesù, o meglio il Divin Pargolo stava in piedi sulle ginocchia e parlava a degli interlocutori assai curiosi, perlomeno per il nostro don Camillo assorto a guardare quasi rapito la scena. Si era accorto allora del Santo patrono al fianco della Madonna, con la testa leggermente reclinata che, in letterale adorazione, ascoltava attento e divertito. Intorno c’erano nove angeli; erano proprio nove, perché li contò, pensando: “Nove come i giorni della Novena che anticipano il santo Natale!”.

Quando riuscì a riprendersi un pochino, si chiese se non stesse sognando a occhi aperti. Si tirò qualche buffetto sulla faccia, come fanno gli attori nei lungometraggi, ma niente: la scena non mutava e il pretone rimaneva lì imbambolato. A un certo punto, Gesù Bambino si girò e lo guardò: è impossibile, neppure essendo il più bravo e fedele cronista, rendere e trascrivere ciò che provò, l’emozione che attraversò il suo corpo e, soprattutto, il suo cuore: era semplicemente indescrivibile. Don Augusto sorrise e sentì una pace che da allora non avrebbe più sperimentato. Quel momento finì presto e ciò che accadde dopo si compì in un attimo. Tutti, com’è ovvio, seguirono lo sguardo di Gesù e si girarono verso don Camillo redivivo, il quale poté vedere bene il volto di Maria. “Che bello!”, fu quanto pensò in quel momento estasiato. Oltre a questo, non era riuscito ad aggiungere altro, perché, confidò poetico, “Quand’anche avessi tanta ricchezza di parola, non ardirei tentare di descrivere sua delizia…”. Mentre incantato si rimirava la scena, tre angeli (in realtà erano arcangeli – come si venne a sapere dopo – e, dunque, più importanti nelle gerarchie celeste) gli andarono appresso. Uno vestito come un soldato romano sfodererò la spada e l’alzò in alto. Pensate che spavento (si prese un colpo!) e involontariamente fece un passo indietro.
«Non temere», gli disse l’angelo accanto, «non ti faremo alcun male!».
Dopo un lungo sospiro, era lì ancora fermo, non riuscendo a muoversi né a dare fiato alla bocca per la paura e le emozioni, tanto diverse, che in poco tempo aveva vissuto.
«Ecco», continuò l’essere celeste in modo – diremmo oggi – non poco ampolloso, «io sono Gabriele, loro sono Michele e Raffaele. Hai appena visto il Signore del cielo e della terra con la Sua santissima e augustissima Madre».
Atterrito, don Augusto fu attraversato da un brivido a quelle parole e si domandò ripetutamente il significato di quella apparizione. L’angelo di quel terzetto, che finora nulla aveva detto e fatto, gli si fece vicino e lo invitò con un cenno a seguirlo. Il povero prete aveva mille domande nella testa e qualcuna la pronunciò pure, ma non ebbe risposta alcuna. Raffaele lo condusse fuori dalla chiesa e lo accompagnò fino nella camera da letto della sua casa. «Ogni cosa a suo tempo», gli disse, «ora riposa».
Còlto da un sonno intensissimo, il nostro don Camillo si mise a dormire profondamente. Sognò e risognò realtà meravigliose e inenarrabili. A un certo punto si svegliò e prese a ripensare a tutto quello che con stupore aveva veduto o, meglio, aveva creduto di aver visto. Non vi dico le domande che correvano veloci nella sua testa, inseguendosi in una gara senza fine.

Dovette sedersi sul letto, era madido di sudore. Angeli e arcangeli, santi e Madonne gli giravano intorno, confondendo non poco il suo stato coscienziale. Poi, si riscosse e si rimproverò, gettandosi in ginocchio ai piedi del letto: chi era lui per dubitare? Se il Signore glie era voluto apparire in sogno, perché non crederci?
Il nostro don Camillo era tutt’altro che un credulone, ma nella sua fede genuina e sincera si fidava più del buon Dio che di se stesso. Pregò un poco e dopodiché si decise che era tempo di ritornare a riposare. Si asciugò la fronte imperlata di gocce e si rimise sotto le coperte. Altre domande lo tormentarono per un lungo lasso di tempo, ma alla fine vinse la stanchezza e ripiombò in un sonno quieto e ristoratore.
Questo fu l’inizio di un’autentica avventura angelica…

(continua)

 

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