22 novembre 2017

È tornato don Camillo/33. Gli angeli del Natale. Parte Seconda

Questioni celestiali 
Prima di continuare nel racconto di quello che capitò al nostro don Camillo nei giorni imminenti al Santo Natale, devo in coscienza dare la parola a un mio piccolo lettore (perché questa storia deve essere fatta leggere soprattutto a loro!), che mi ha posto domande con tanta sagacia a cui non posso esimermi dal rispondere. Ma per fare le cose per benino e per non forzare alcunché o essere involontariamente fazioso ho deciso di pubblicare quanto mi è stato spedito.

“Caro narratore – dice la missiva –, tu hai parlato di Chiesa, santi, Maria e Gesù. E fin qui tutto mi è chiaro: vado alla Santa Messa tutte le domeniche e a catechismo ogni settimana. So, inoltre, che i Santi sono gli amici di Gesù e che Maria è la sua e nostra mamma. Ma vorrei domandarti che cosa è precisamente un angelo? E un arcangelo? Non sarà forse il papà dell’angelo…? Grazie se mi risponderai. Tuo Giovannino 

P.S.: so in generale cos’è un angelo, ma magari tu puoi spiegarmelo meglio e poi mi interessa di più la faccenda degli arcangeli. 
P.P.S.: digli, al don Augusto, di non preoccuparsi, perché quello che ha vissuto è molto bello! 
P.P.P.S: volevo anche dirti che sai disegnare molto bene!”.

Dopo lunghe ricerche, ora posso far fronte alle domande di questa graziosa letterina, perché ho studiato per bene (lo studio è importante, ricordatevelo!). Riflettendoci con attenzione, tutte le informazioni che oggi possiedo avrebbero potute essere utili in quella notte al nostro don Camillo, ma si vede che la Provvidenza aveva deciso in altro modo.

Caro Giovannino, rispondendo a te desidero precisare la questione a tutti, perciò, miei cari lettori, dovete venirmi appresso per un attimo nella speranza di essere chiaro e per questo devo ringraziare un mio amico “Benedetto” che mi ha aiutato a mettere ordine alle mie idee. Ah, i disegni non li ho fatti io, ma la mia amica Erica, bravissima illustratrice .

A riguardo degli angeli sia la Sacra Scrittura sia la Tradizione della Chiesa ci lasciano scorgere due aspetti. Da una parte, l’angelo è una creatura che sta davanti a Dio, orientata con l’intero suo essere verso il Signore. Sant’Agostino, amico stretto di queste creature, ha scritto una volta che «la parola “angelo” designa l’ufficio, non la natura. Se si chiede il nome di questa natura, si risponde che è spirito; se si chiede l’ufficio, si risponde che è angelo: è spirito per quello che è, mentre per quello che compie è angelo». Sicché, in tutto il loro essere, gli angeli sono servitori e messaggeri di Dio. Tra questi quelli che svolgono l’ufficio, ovvero il compito, più importante si chiamano “arcangeli”, ma il nome proprio di quelli che conosciamo è Michele, Gabriele e Raffaele. «A essi», ha detto il santo papa Gregorio Magno, «vengono attribuiti nomi particolari, perché anche dal modo di chiamarli appaia quale tipo di ministero è loro affidato». Tutti e tre i nomi degli arcangeli finiscono, poi, con la parola ebraica “El”, che significa “Dio”: Dio è iscritto nei loro nomi, nella loro natura. La loro vera natura è l’esistenza in vista di Lui e per Lui. In tal modo si spiega anche il secondo aspetto che caratterizza gli angeli: essi sono messaggeri di Dio. Portano Dio agli uomini, aprono il cielo e così aprono la terra. Proprio perché sono presso Dio, possono essere anche molto vicini all’uomo. Dio, infatti, è più intimo a ciascuno di noi di quanto non lo siamo noi stessi. Gli angeli parlano all’uomo di ciò che costituisce il suo vero essere, di ciò che nella sua vita tanto spesso è coperto e sepolto. Essi lo chiamano a rientrare in se stesso, toccandolo da parte di Dio. In questo senso anche noi esseri umani dovremmo sempre di nuovo diventare angeli gli uni per gli altri – angeli che distolgono da vie sbagliate e orientano sempre di nuovo verso il Signore.
Ciò diventa ancora più chiaro se ora guardiamo alle figure dei tre arcangeli che don Augusto incontrò in quella straordinaria notte.
C’è innanzitutto Michele. Lo conosciamo, nella Sacra Scrittura, a partire soprattutto dal Libro di Daniele, nella Lettera dell’Apostolo san Giuda Taddeo e nell’Apocalisse. Di questo Arcangelo si rendono evidenti in questi testi due funzioni. Egli difende la causa dell’unicità di Dio contro la presunzione del drago, del “serpente antico”, come dice Giovanni. È il continuo tentativo del diavolo di far credere agli uomini che Dio deve scomparire, affinché essi possano diventare grandi; che il Signore ci ostacola nella nostra libertà e che perciò noi dobbiamo sbarazzarci di Lui. Ma il drago non accusa solo Dio. L’Apocalisse lo chiama anche «l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusa davanti a Dio giorno e notte». Chi accantona Dio, non rende grande l’uomo, ma gli toglie la sua dignità. Allora l’uomo diventa un prodotto mal riuscito dell’evoluzione.
Chi accusa Dio, accusa anche l’uomo. La fede in Dio difende l’uomo in tutte le sue debolezze e insufficienze: il fulgore di Dio risplende su ogni singolo. Un’altra funzione di Michele, secondo la Scrittura, è quella di protettore del Popolo del Signore. Ecco il motivo per cui dobbiamo affidare le nostre preghiere agli angeli, così da divenire persone che amano in comunione col Dio-Amore.

Incontriamo, poi, l’Arcangelo Gabriele, soprattutto nel prezioso racconto dell’annuncio a Maria dell’Incarnazione di Dio, come ce lo riferisce san Luca. Gabriele è allora il messaggero dell’Incarnazione di Dio. Egli bussa alla porta di Maria e, per suo tramite, Dio stesso chiede a Maria il suo “sì” alla proposta di diventare la Madre del Redentore: di dare la sua carne umana al Verbo eterno di Dio, al Figlio di Dio. Ripetutamente il Signore bussa alle porte del cuore umano. Egli bussa per essere fatto entrare: l’Incarnazione di Dio, il suo farsi carne deve continuare sino alla fine dei tempi.

San Raffaele, infine, ci viene presentato soprattutto nel Libro di Tobia come l’Angelo a cui è affidata la mansione di guarire. Quando Gesù invia i suoi discepoli in missione, al compito dell’annuncio del Vangelo è sempre collegato anche quello di guarire. Il buon Samaritano, accogliendo e guarendo la persona ferita giacente al margine della strada, diventa senza parole un testimone dell’amore di Dio. Quest’uomo ferito, bisognoso di essere guarito, siamo tutti noi. La vera ferita dell’anima, infatti, il motivo di tutte le altre nostre ferite, è il peccato. E solo se esiste un perdono in virtù della potenza di Dio, in virtù della potenza dell’amore di Cristo, possiamo essere guariti, possiamo essere redenti.
Se la nostra speranza resterà intatta, se la nostra fede rimarrà solida e la nostra carità non si esaurirà – come dice il Vangelo di Gesù – anche noi vedremo il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo.

Non so bene, se sono riuscito a spiegarmi, spero di sì! Chiedo, pertanto, al mio piccolo lettore di scrivermi in questi giorni in modo che possa farmene un’idea. Tuttavia, gli domando di non essere troppo impietoso nel giudizio. Nel caso non sia stato chiaro, ecco qui una sinesi estrema: gli angeli sono creature spirituali che incessantemente glorificano Dio e servono i suoi disegni salvifici nei confronti delle altre creature. Il più grande teologo, ossia conoscitore del mistero di Dio, san Tommaso d’Aquino, chiamato tra l’altro “Angelico” per la profondità del suo pensiero, ha scritto: «ad omnia bona nostra cooperantur angeli». Sì, ha scritto proprio in tal modo, perché nei suoi testi usava il latino. In italiano vuol dire: «Gli angeli cooperano a ogni nostro bene».

(continua)



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