18 novembre 2017

Francesco fase B. Ma lo stile è quello del Vaticano II

di Satiricus

Riguardo alla situazione di degrado teologico vigente credo di voler sottoscrivere l’opinione espressa da padre Scalese, relativamente alla FASE B appena iniziata. Suggerisce Scalese: “Perché parlo di una seconda fase del pontificato? Perché ho l’impressione che ci troviamo di fronte a una svolta. La fase A del pontificato di Papa Bergoglio è stata caratterizzata da quella che lui ha chiamato, in Evangelii gaudium, “conversione pastorale” (n. 25). C’è stato chi ha parlato, a questo proposito, di “cambio di paradigma” (qui); noi, forse con una certa audacia, abbiamo parlato di “rivoluzione pastorale” (qui). La caratteristica di questa prima fase è stata la sottovalutazione della dottrina in favore della pastorale: la dottrina — è stato insistentemente ripetuto — non cambia; ciò che cambia è l’atteggiamento della Chiesa verso le persone. L’evento piú significativo di questa prima fase è stato, senza alcun dubbio, la pubblicazione dell’esortazione apostolica Amoris laetitia.Si ha l’impressione che il discorso dell’11 ottobre segni il passaggio a una nuova fase, nella quale, pur ribadendo che la dottrina non cambia, si pone l’accento sull’esigenza che essa progredisca”. Se Scalese ha ragione, allora io e il mio attuale articolo siamo in ritardo. Non me ne cruccio: in ogni caso non avremmo contribuito a virate di sorta.

In pratica, facendo un passo indietro, vorrei offrire un giudizio circa la genesi della FASE A. La domanda suona così: quali sarebbero gli elementi che hanno permesso a Francesco di condurre il suo programma nella Fase A? Ha Francesco forzato inusitatamente le pedine sullo scacchiere teologico ed ecclesiastico oppure no? Il mio parere è che no, Francesco non ha forzato nulla, ha solo tratto le fila - primo tra tanti e dopo tanti mistificatori - del lascito che il Vaticano Secondo ci ha consegnato.

Per spiegarmi devo citare un testo illuminante del compianto mons. Gherardini: “Più volte il Vaticano II fa riferimento alla Tradizione, manifestando la volontà di concordare con essa, sia agganciando i propri asserti alla sua matrice, sia spiegando i rapporti della Tradizione stessa con la Sacra Scrittura. ‘Teste Traditione’, ‘ex Traditione’, ‘Traditioni inhaerens’ sono, con altri, alcuni dei modi generici con cui la tradizione vien chiamata. Evidentemente il richiamo puramente verbale non è sufficiente per stabilire un effettivo legame tra Vaticano II e Tradizione. Talvolta il richiamo parrebbe meno generico solo perché vien fatto il nome del Tridentino o di altri Concili ecumenici; ma generico rimane, perché il dettato di tali Concili o non è citato, o se pur citato non esprime una pertinenza inequivocabile. Talvolta anzi rispetto alla citazione si asserisce qualcosa di diverso o addirittura qualcos’altro. Evidentemente non può esser possibile riconoscere la continuità del Vaticano II con la Tradizione di sempre in base al detto richiamo” (B. Gherardini, Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia, ed. Lindau, Torino 2011, pp. 177-178).

Ora, il sottoscritto non è mai stato un critico del Vaticano II o dei Papi recenti, ma alla luce dei fatti contemporanei la critica si impone come unica e ultima forma di verità e dignità, seppur nell’inarrestabile decadimento. Parto dalla considerazione più vicina ai nostri tempi: ditemi quale differenza notate tra il modo di procedere del Vaticano II, laddove, come dice il Gherardini, “il dettato di tali Concili o non è citato, o se pur citato non esprime una pertinenza inequivocabile. Talvolta anzi rispetto alla citazione si asserisce qualcosa di diverso o addirittura qualcos’altro” e il modo con cui Francesco in Amoris Laetitia (e non solo in essa) attinge al Magistero precedente e lo richiama, ma senza una ‘pertinenza inequivocabile’ o anzi asserendo ‘qualcosa di diverso o addirittura qualcos’altro’ rispetto alle fonti.

A questo punto faccio un passo indietro ed oso chiedere: a che pro l’opzione dei papi post-vaticanosecondo che, avranno pure tenuto una condotta teologica quanto più tradizionale, ma non hanno avuto il coraggio di dichiarare la radice ammalata dello stile teologico contemporaneo, addirittura nelle sue espressioni conciliari?
Detto altrimenti: il marciume che emerge nell’era di Francesco, disseminato a piene mani dai suoi scherani, non è ‘di Francesco’ bensì prima ancora è del Vaticano II. Inutile lamentarsi ora col pontefice argentino, se non abbiamo avuto e non abbiamo il coraggio di denunciare ciò che di ambiguo o distorto è stato innestato nella Catholica a partire dall’Assise del ‘62.
Ciò mostra appieno quale sia la sfida raggelante che si dispiega dinanzi ai nostri occhi e quanto siamo in svantaggio: non è il problema di un Pontefice rivoluzionario, ma di una generazione ecclesiastica intera nutrita di metodi e approcci teologici avariati.

Ripeto: non sono un critico del Vaticano II e non aderisco ad alcuna associazione tradizionalista. Ciò che scrivo è quanto mi risulta essere plausibile e verace alla luce delle citazioni su riportate e dei fatti di cui tutti siamo testimoni.
Concludo e prendo atto del fatto che Benedetto XVI aveva effettivamente provato a riaprire la scomoda questione: nel celebre discorso alla Curia del 2005, con l’epico Motu Proprio del 2007 (data casuale? Prevedeva il decennale nel 2017 con luteranismi e fatimismi annessi e connessi?), nonché infine con i discorsi nel cinquantenario conciliare, culminati con le sospettissime sue dimissioni.

Sappiamo tutti come sia finita. E’ forse in previsione di ciò che gli altri Papi avevano taciuto? In ogni caso, mentre dalla Fase A - pienamente filo e post conciliare - passiamo alla Fase B, una e una sola speranza ‘naturaliter fundata’ ci rimane, ed è proprio il dilagare del Summorum Pontificum. Per quanti altri pontefici dovranno abdicare, per quanti teologi saranno silurati, l’onda del rito antico non può essere arrestata ora che è tornato ad essere patrimonio dei giovani cattolici, laici e sacerdoti. Verrà a breve calpestata, non c’è dubbio, ma non potranno più estinguerla e un domani sarà il germe da cui ricostruire. Così sul rito. Quanto alla teologia, la disamina testé riportata mi fa solo disperare del suo futuro prossimo ed intermedio.


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2 commenti :

  1. E' una neoChiesa che incanta con i discorsi suadenti che imitano il linguaggio del mondo, che si presenta come conciliatrice di opposti e versione 2.0 della vecchia Chiesa asfittica e oscurantista, ma alla fine, di fronte alla realtà, finirà per sbattere il muso. Ne abbiamo già un assaggio in queste ore. Quante omelie ci sono state servite in passato sulla misericordia, sulla vecchia Chiesa che era cattiva e negava il perdono, sull'inferno che non esiste perché vanno tutti in paradiso? Invece è morto Riina e ci si accorge che le cose non stanno proprio così: niente funerali in Chiesa, era scomunicato ma scherziamo!, per lui c'è l'inferno (vedere vignetta sul "Corriere" di oggi: quando gli fa comodo anche il mondo fa il tifo per l'inferno). Ecco, la realtà si è incaricata di confutare con un'alzata di sopracciglio tanti discorsi fondati solo sull'ideologia.

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  2. In Bergolleo concilium patet, in concilio Bergolleus latet

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