23 novembre 2017

Il puntatore. Tre acuti virili

di Aurelio Porfiri
Vi prevengo: questo non è l'articolo scritto da un tenore, ma gli acuti di cui si parla sono tre abbozzi di pensiero sul tema della virilità, un tema che in realtà è al centro di tanti dibattiti e di tante, troppo, denigrazioni.

  • La virilità non è soltanto un attributo dell'uomo, ma è anche una qualità morale. Come sarebbe bello sentirsi dire: hai un portamento virile. Non significa "proprio dell'uomo", ma ha anche un connotato di nobiltà. Ci sono senz'altro qualità relative per le donne, che le denotano come donne, con le loro differenze e ricchezze, a cui l'uomo non potrà mai ambire. La maternità per esempio, non è una cosa stupenda?
  • Al Pacino, nei panni di Tony Montana, diceva: "Due cose hanno importanza nella vita, le palle e la mia parola, e le ho sempre onorate entrambe". Ecco, un poco ci manca quel tempo quando l'uomo poteva essere uomo e non sentirsi in colpa per il fatto di avere le palle. L'uomo virile sa essere anche elegante, galante, cordiale. L'uomo svirilizzato, condizione a cui la società sembra condannarci, può essere solo ambiguo e sfuggente.
  • Quando passa un carro funebre, è usanza specie tra gli uomini del popolo più semplice, di toccarsi i genitali ("grattarsi"). Questo perché in essi si esorcizza la paura della morte con il ricorso alla vita, che si sprigiona da queste parti del corpo nel processo della fecondazione in cui uomo e donna si fanno uno. Ecco che la virilità, nel modo proprio ad un uomo, ci richiama ai valori fondanti, agli elementi ineludibili di ciò che siamo. L'uomo quando è uomo si completa con la donna quando è donna. Ma essi si confondono senza costrutto quando cercano di essere un'impossibilità, cioè rinunciano in senso culturale (e presto si trasformerà in biologico) alla loro mascolinità e femminilità.



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