20 novembre 2017

It. L'orrore di una società che non vuole vedere il male

 
di Paolo Maria Filipazzi

Terminata l’onda lunga del passaggio nelle sale della trasposizione cinematografica di It di Andres Muschietti, se ne può finalmente parlare a bocce ferme. Uno degli aspetti della pellicola (e del libro) forse più significativi e, al tempo stesso, meno scandagliati, è forse quello che potremmo definire, a rischio di equivoci, sociopolitico.
Si, perché nel capolavoro di Stephen King c’è un forte aspetto di denuncia che spesso viene sottaciuto, e che si può leggere nello stretto rapporto di simbiosi che l’autore traccia tra It stesso e la città di Derry, al punto da suggerire quasi che siano un tutt’uno, che il vero mostro sia quest’ultima.
Derry è la classica cittadina della provincia americana, ma al tempo stesso potrebbe essere la classica cittadina o il classico paese di qualunque provincia del mondo. E’ il piccolo centro sonnolento, all’apparenza rassicurante, onesto, rispettabile. Fra quelle case e quei giardini ordinati, però, si nasconde una tenebra che, per convenzione non scritta ma universalmente rispettata, tutti ignorano volutamente. Questa complicità sembra a tratti il fondamento stesso della vita della comunità di Derry. Ed è proprio questo che permette a It di adescare i bambini della  città e di farli scomparire.
Nel film, questo viene reso magistralmente fin dall’inizio, nella trasposizione che Muschietti realizza dell’iconica scena del tombino. Mentre Georgie inizia il suo dialogo con Pennywise, ad un certo punto la scena si sposta su di un’anziana donna che, da dietro la tapparella della propria casa, osserva, assieme al proprio gatto, in assoluto silenzio, la strana scena del bambino chinato su di un tombino. Nel crescendo di orrore dei secondi successivi, mentre Georgie si dimena sull’asfalto con il braccio mozzato, e poi mentre una mano mostruosa si allunga fuori dal tombino per afferrarlo e trascinarlo con sé, la telecamera si sposta a più riprese sul primo piano del gatto che, dalla ringhiera del balcone, osserva tutto con gli occhi sbarrati.
Non appena il bambino è scomparso nelle fogne, la telecamere torna a riprendere la donna: ha osservato tutto. Senza dire una parola, tira la tapparella e se ne va. Non ricomparirà più in tutto il film. Subito prima che partano i titoli di testa, la telecamera  indugia sul primo piano dell’asfalto, mentre la pioggia lava via la macchia di sangue lasciata da Georgie fino a farla scomparire del tutto.
In questo incipit c’è già tutto il film e tutto lo spirito del libro. Non è un caso che a combattere e sconfiggere It sia un gruppo di undicenni, i quali dovranno lottare, per compiere la propria missione, innanzitutto contro gli ostacoli frapposti dagli adulti. I bambini sono gli unici che possono vedere It e quindi sconfiggerlo proprio perché non sono davvero parte del mondo dei “grandi”, che si regge sul fatto di non vedere.
In questo c’è la metafora di tutta la società occidentale e si spera non ci sia bisogno di dilungarsi a spiegare perché. Ogni lettore o spettatore, a modo suo, potrà sicuramente cogliere e comprendere questo.
Nel libro la principale difficoltà, per i perdenti, al momento del secondo e definitivo rendez vous, consisterà proprio nel fatto di essere cresciuti, e quindi ormai fuori da quell’enchantment dell’infanzia che in realtà è la capacità di vedere meglio e per davvero la realtà. E, significativamente, alla morte di It l’intera città di Derry andrà in rovina.
Siamo davvero impazienti di vedere come tutto questo sarà reso da Muschietti nel secondo capitolo, previsto nei cinema per il 2019.


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